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La nostra festa del 25 aprile tradita dai populismi senza memoria

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Ha ragione Guido Crainz a sottolineare su Repubblica di ieri il rilievo simbolico che quest'anno ha il 25 aprile. Se tale data ha sempre raccontato la modificazione della nostra storia repubblicana, oggi ha un sovrappiù di significato. Segna la soglia tra una storia che rischia di estinguersi - quella della sinistra italiana - e la possibilità che, anche dopo la sconfitta, si rigeneri. Naturalmente cambiata, ma senza dimenticare i passaggi decisivi dentro i quali è cresciuta. A partire da quel giorno in mancanza del quale non conosceremmo la differenza tra la democrazia e il suo opposto. Perché in politica le opposizioni contano. Differentemente da quanto ci viene detto da chi è interessato a cancellarle. Naturalmente a favore di altri discrimini - ben più carichi di ideologia. Non potendosi cancellare, il discrimine politico si sposta. Al clivage tra destra e sinistra subentra quello tra sistema e antisistema. Questo passaggio è in…
Ha ragione Guido Crainz a sottolineare su Repubblica di ieri il rilievo simbolico che quest'anno ha il 25 aprile. Se tale data ha sempre raccontato la modificazione della nostra storia repubblicana, oggi ha un sovrappiù di significato. Segna la soglia tra una storia che rischia di estinguersi - quella della sinistra italiana - e la possibilità che, anche dopo la sconfitta, si rigeneri. Naturalmente cambiata, ma senza dimenticare i passaggi decisivi dentro i quali è cresciuta. A partire da quel giorno in mancanza del quale non conosceremmo la differenza tra la democrazia e il suo opposto. Perché in politica le opposizioni contano. Differentemente da quanto ci viene detto da chi è interessato a cancellarle. Naturalmente a favore di altri discrimini - ben più carichi di ideologia. Non potendosi cancellare, il discrimine politico si sposta. Al clivage tra destra e sinistra subentra quello tra sistema e antisistema. Questo passaggio è insieme causa ed effetto di quel fenomeno, ancora opaco nei suoi contorni, che ha assunto il nome di populismo. In Italia in particolare ne conosciamo due tipi - diversi nelle motivazioni e strategie. Ma uniti dal rifiuto della distinzione tra destra e sinistra. Entrambi si rifanno a un'idea indifferenziata di popolo cui dover rispondere. Contro gli interessi del popolo - essi sostengono - sarebbe "di parte" difendere i propri valori. Quelli della Resistenza o della sinistra.

Ma allora, se rappresentano il tutto, contro chi queste forze si battono? Qual è il nemico del popolo che esse attaccano? La risposta la conosciamo. Per la Lega si tratta degli stranieri. Di coloro che appannano la nostra identità e ci tolgono lavoro, minacciando i nostri valori. Per i 5stelle è il ceto politico, la casta corrotta e incapace che ha trascinato il Paese nella rovina. Non è la stessa cosa, naturalmente. Un conto è l'identità etnica e un altro l'unità dei presunti onesti. Ma comunque il nuovo discrimine viene giocato contro quello che ha costituito finora l'asse prevalente dello scontro politico. E la sinistra? Essa deve rispondere a quest'attacco concentrico. Uscire dall'angolo in cui è chiusa. Come? Rivendicando la propria natura "di parte", mettendo in discussione l'idea di popolo omogeneo e identico a se stesso. Perché ogni popolo è attraversato da conflitti di valori e interessi che chiedono di essere rappresentati da partiti diversi e fondati in tale diversità. È quel che si chiama democrazia.