Il rischio di chiudere il 25 aprile in una gabbia insignificante non è mai stato così presente. Una sorta di non luogo per una data che si allontana inesorabilmente, un punto d’incontro dove possono persino convivere l’esaltazione acritica, il rimpianto nostalgico, l’oblio o la retorica celebrazione di memorie lontane. Una festa inutile da riporre al più presto nell’armadio delle zavorre insopportabili o negli angoli lontani di un tempo morto e sepolto. Spinte diverse e contrastanti mettono in causa le ragioni fondanti di un segmento del nostro passato che ha condizionato generazioni d’italiani. Sono gli interrogativi di queste ore che si rincorrono in modo confuso e contraddittorio. Da dove cominciare per cercare un senso alla festa della Liberazione, un significato alle parole che l’accompagnano? Due piani s’incontrano e si sorreggono vicendevolmente: la sconfitta delle forze dell’Asse come responso della controffe…
Il rischio di chiudere il 25 aprile in una gabbia insignificante non è mai stato così presente. Una sorta di non luogo per una data che si allontana inesorabilmente, un punto d’incontro dove possono persino convivere l’esaltazione acritica, il rimpianto nostalgico, l’oblio o la retorica celebrazione di memorie lontane. Una festa inutile da riporre al più presto nell’armadio delle zavorre insopportabili o negli angoli lontani di un tempo morto e sepolto. Spinte diverse e contrastanti mettono in causa le ragioni fondanti di un segmento del nostro passato che ha condizionato generazioni d’italiani. Sono gli interrogativi di queste ore che si rincorrono in modo confuso e contraddittorio. Da dove cominciare per cercare un senso alla festa della Liberazione, un significato alle parole che l’accompagnano? Due piani s’incontrano e si sorreggono vicendevolmente: la sconfitta delle forze dell’Asse come responso della controffensiva alleata nell’Europa occidentale, la caduta del fascismo nelle forme storiche che ne hanno segnato il percorso. In altre parole il fronte interno della Resistenza in una lunga e variegata stagione, lo scenario internazionale di un teatro del secondo conflitto mondiale.
Ecco il punto qualificante delle riflessioni storiografiche innovative, degli interrogativi difficili sollevati da Guido Crainz pochi giorni fa: la Liberazione non rappresenta soltanto la chiusura di una fase, la fine delle violenze e degli orrori di un pezzo del Novecento. La sua cifra più convincente è quella della proiezione verso conquiste e sfide di altro segno, collocate in un terreno propositivo e inclusivo, in un orizzonte lontano. L’antifascismo porta un requisito di qualità nelle sue prerogative fondanti: non è solo la reazione alle dinamiche e alle caratteristiche di un regime violento e prevaricatore, la sua cultura di riferimento (nelle componenti che prevalgono) si combina con la libertà di tutti (anche di chi l’ha combattuta fino a quando è stato possibile) con la possibilità di aprire una dialettica di idee, posizioni, riferimenti politici e richiami identitari. L’antifascismo non chiude la Repubblica nel recinto delle sue fragili certezze originarie, ma le dà una possibilità, una direzione di marcia nella scelta di far parte della ricostruzione dell’Occidente attraverso l’itinerario del lungo dopoguerra.
Altro che chiusura di parte, o ripiegamento sulle bandiere dei protagonisti. L’allargamento delle basi del sistema permette d’includere chi era fuori o ai margini radicando interessi e aspirazioni di tanti nel quadro del nascente sistema politico. Un progetto condiviso che sconfigge la cultura della rivoluzione per favorire l’esercizio (certo incompleto e contrastato) di libertà individuali e collettive, sociali e politiche. Non si può ridurre tale tensione a una rappresentazione distorta e strumentale. I rischi dell’autoreferenzialità sono dietro l’angolo: discussioni che si ripetono di anno in anno sulla partecipazione o le esclusioni a cortei e mobilitazioni mentre la platea reale e potenziale si restringe stancamente. Un corto circuito di idee e proposte.
Che senso ha ridurre il 25 aprile a una polemica irricevibile che paragona la libertà dal nazifascismo ai pericoli legati al flusso dei migranti? Siamo davvero caduti così in basso dove il sonno della ragione può generare mostri? Non si può certo difendere la Costituzione quando conviene, scegliendo momenti e situazioni favorevoli come se fosse un menù a richiesta o di converso un feticcio immodificabile, un monumento sbiadito. Il nesso tra l’antifascismo e la Carta del 1948 non si spezza con un tweet né si cancella con parole colme d’ignoranza, odio, sopraffazione. Il 25 aprile è un punto d’incontro di tante diverse forme di resistenza e guerra civile che si mettono insieme per un traguardo comune. Una lezione dal passato contro nazionalismi, violenze, personalismi. Non è poco di questi tempi. Proviamo a raccontarlo e a non disperdere il senso di un cammino.
Ecco il punto qualificante delle riflessioni storiografiche innovative, degli interrogativi difficili sollevati da Guido Crainz pochi giorni fa: la Liberazione non rappresenta soltanto la chiusura di una fase, la fine delle violenze e degli orrori di un pezzo del Novecento. La sua cifra più convincente è quella della proiezione verso conquiste e sfide di altro segno, collocate in un terreno propositivo e inclusivo, in un orizzonte lontano. L’antifascismo porta un requisito di qualità nelle sue prerogative fondanti: non è solo la reazione alle dinamiche e alle caratteristiche di un regime violento e prevaricatore, la sua cultura di riferimento (nelle componenti che prevalgono) si combina con la libertà di tutti (anche di chi l’ha combattuta fino a quando è stato possibile) con la possibilità di aprire una dialettica di idee, posizioni, riferimenti politici e richiami identitari. L’antifascismo non chiude la Repubblica nel recinto delle sue fragili certezze originarie, ma le dà una possibilità, una direzione di marcia nella scelta di far parte della ricostruzione dell’Occidente attraverso l’itinerario del lungo dopoguerra.
Altro che chiusura di parte, o ripiegamento sulle bandiere dei protagonisti. L’allargamento delle basi del sistema permette d’includere chi era fuori o ai margini radicando interessi e aspirazioni di tanti nel quadro del nascente sistema politico. Un progetto condiviso che sconfigge la cultura della rivoluzione per favorire l’esercizio (certo incompleto e contrastato) di libertà individuali e collettive, sociali e politiche. Non si può ridurre tale tensione a una rappresentazione distorta e strumentale. I rischi dell’autoreferenzialità sono dietro l’angolo: discussioni che si ripetono di anno in anno sulla partecipazione o le esclusioni a cortei e mobilitazioni mentre la platea reale e potenziale si restringe stancamente. Un corto circuito di idee e proposte.
Che senso ha ridurre il 25 aprile a una polemica irricevibile che paragona la libertà dal nazifascismo ai pericoli legati al flusso dei migranti? Siamo davvero caduti così in basso dove il sonno della ragione può generare mostri? Non si può certo difendere la Costituzione quando conviene, scegliendo momenti e situazioni favorevoli come se fosse un menù a richiesta o di converso un feticcio immodificabile, un monumento sbiadito. Il nesso tra l’antifascismo e la Carta del 1948 non si spezza con un tweet né si cancella con parole colme d’ignoranza, odio, sopraffazione. Il 25 aprile è un punto d’incontro di tante diverse forme di resistenza e guerra civile che si mettono insieme per un traguardo comune. Una lezione dal passato contro nazionalismi, violenze, personalismi. Non è poco di questi tempi. Proviamo a raccontarlo e a non disperdere il senso di un cammino.