In Italia la stampa non è libera, 77esimo posto dopo il Burkina Faso". Il 20 aprile 2016 il blog di Beppe Grillo annunciava con questo titolo il rapporto di Reporter Sans Frontières. Due anni dopo, non c'è traccia del Rapporto 2018 di Rsf nel blog del comico né in quello del Movimento. E si capisce. Perché da allora a oggi l'Italia è risalita al 46esimo posto - sempre dietro al Burkina Faso, certo - ma i pentastellati sono passati dal banco della pubblica accusa a quello degli imputati. Come causa numero uno delle intimidazioni ai giornalisti, infatti, l'organizzazione internazionale che ogni anno compila la classifica del grado di libertà di cui gode la stampa in tutti i Paesi del mondo indica oggi "la rivendicata ostilità nei confronti dei media, incoraggiata da alcuni responsabili politici".
E se sono tanti i Paesi dove "l'odio del giornalismo minaccia la democrazia", per l'Italia …
E se sono tanti i Paesi dove "l'odio del giornalismo minaccia la democrazia", per l'Italia …
In Italia la stampa non è libera, 77esimo posto dopo il Burkina Faso". Il 20 aprile 2016 il blog di Beppe Grillo annunciava con questo titolo il rapporto di Reporter Sans Frontières. Due anni dopo, non c'è traccia del Rapporto 2018 di Rsf nel blog del comico né in quello del Movimento. E si capisce. Perché da allora a oggi l'Italia è risalita al 46esimo posto - sempre dietro al Burkina Faso, certo - ma i pentastellati sono passati dal banco della pubblica accusa a quello degli imputati. Come causa numero uno delle intimidazioni ai giornalisti, infatti, l'organizzazione internazionale che ogni anno compila la classifica del grado di libertà di cui gode la stampa in tutti i Paesi del mondo indica oggi "la rivendicata ostilità nei confronti dei media, incoraggiata da alcuni responsabili politici".
E se sono tanti i Paesi dove "l'odio del giornalismo minaccia la democrazia", per l'Italia il rapporto fa un solo nome, e cita espressamente il Movimento 5 Stelle, "che ha spesso condannato la stampa per il suo lavoro". Sia chiaro: non è l'unica minaccia, per i giornalisti, e neanche la più pericolosa. Sono certo più inquietanti le intimidazioni che i cronisti subiscono, lo ricorda lo stesso rapporto, "dalla mafia, da gruppi anarchici o fondamentalisti". Perché le minacce di morte, le pallottole spedite come "ultimo avviso", i piani per sbarazzarsi dei giornalisti scomodi carpiti ai boss grazie alle intercettazioni, hanno un peso notevole in questo imbarazzante piazzamento nella classifica della stampa libera che in Europa vede dietro di noi solo Serbia, Polonia, Grecia e Albania. E le storie di Paolo Borrometi, il cronista siciliano al quale il fratello di un capomafia ha scritto "ti vengo a cercare e ti massacro", o quella della nostra Federica Angeli a cui un boss del clan Spada urlò "te sparo in testa se scrivi" sono solo due tra le decine di chi oggi è costretto a una vita sotto scorta solo per aver fatto il suo dovere di giornalista.
Solo nel 2017, il rapporto che "Ossigeno per l'informazione" ha consegnato al presidente Mattarella ha elencato 423 intimidazioni, minacce, abusi e ritorsioni ai danni di cronisti, blogger, fotoreporter e videomaker. Il fatto è che le intimidazioni di mafia, camorra e 'ndrangheta non sono nuove, e una lunga scia di sangue non consente a nessuno di abbassare la guardia. Eppure adesso qualcosa è cambiato - in peggio, purtroppo - e tira un'aria sempre più brutta per la libera stampa. Un'aria avvelenata dai politici, a cominciare da quelli che due anni fa strillavano contro le minacce alla libertà di stampa. Impossibile dimenticare le parole di Grillo sui direttori dei telegiornali, "gentaglia che pagherà", o quelle che pronunciò nella piazza di Mascalucia: "Non ce l'ho con i giornalisti, ma io non dimentico niente, e un giorno gli faremo un c... così". Fu lui, del resto, a inventarsi la gogna mediatica per i cronisti, battezzando sul suo blog il premio (di insulti) al "Giornalista del giorno", poi quello al "Giornalista dell'anno" ("quello che più si è distinto per il suo livore prezzolato") e infine "Lo sciacallo del giorno". Oggi c'è Di Maio, certo, al posto di Grillo. Ma un anno fa è stato proprio l'attuale candidato premier a spedire all'Ordine dei giornalisti una lista di cronisti che - secondo lui - danneggiavano il Movimento 5 Stelle con le loro inchieste e i loro articoli sullo scandalo Romeo al Campidoglio. E dunque è proprio a lui che si riferisce Reporter Sans Frontières quando denuncia chi "non esita a comunicare pubblicamente l'identità dei giornalisti che lo disturbano". Ma forse un anno fa nessuno aveva ancora spiegato a Di Maio che compilare una lista nera è un peccato grave, nelle democrazie liberali.
E se sono tanti i Paesi dove "l'odio del giornalismo minaccia la democrazia", per l'Italia il rapporto fa un solo nome, e cita espressamente il Movimento 5 Stelle, "che ha spesso condannato la stampa per il suo lavoro". Sia chiaro: non è l'unica minaccia, per i giornalisti, e neanche la più pericolosa. Sono certo più inquietanti le intimidazioni che i cronisti subiscono, lo ricorda lo stesso rapporto, "dalla mafia, da gruppi anarchici o fondamentalisti". Perché le minacce di morte, le pallottole spedite come "ultimo avviso", i piani per sbarazzarsi dei giornalisti scomodi carpiti ai boss grazie alle intercettazioni, hanno un peso notevole in questo imbarazzante piazzamento nella classifica della stampa libera che in Europa vede dietro di noi solo Serbia, Polonia, Grecia e Albania. E le storie di Paolo Borrometi, il cronista siciliano al quale il fratello di un capomafia ha scritto "ti vengo a cercare e ti massacro", o quella della nostra Federica Angeli a cui un boss del clan Spada urlò "te sparo in testa se scrivi" sono solo due tra le decine di chi oggi è costretto a una vita sotto scorta solo per aver fatto il suo dovere di giornalista.
Solo nel 2017, il rapporto che "Ossigeno per l'informazione" ha consegnato al presidente Mattarella ha elencato 423 intimidazioni, minacce, abusi e ritorsioni ai danni di cronisti, blogger, fotoreporter e videomaker. Il fatto è che le intimidazioni di mafia, camorra e 'ndrangheta non sono nuove, e una lunga scia di sangue non consente a nessuno di abbassare la guardia. Eppure adesso qualcosa è cambiato - in peggio, purtroppo - e tira un'aria sempre più brutta per la libera stampa. Un'aria avvelenata dai politici, a cominciare da quelli che due anni fa strillavano contro le minacce alla libertà di stampa. Impossibile dimenticare le parole di Grillo sui direttori dei telegiornali, "gentaglia che pagherà", o quelle che pronunciò nella piazza di Mascalucia: "Non ce l'ho con i giornalisti, ma io non dimentico niente, e un giorno gli faremo un c... così". Fu lui, del resto, a inventarsi la gogna mediatica per i cronisti, battezzando sul suo blog il premio (di insulti) al "Giornalista del giorno", poi quello al "Giornalista dell'anno" ("quello che più si è distinto per il suo livore prezzolato") e infine "Lo sciacallo del giorno". Oggi c'è Di Maio, certo, al posto di Grillo. Ma un anno fa è stato proprio l'attuale candidato premier a spedire all'Ordine dei giornalisti una lista di cronisti che - secondo lui - danneggiavano il Movimento 5 Stelle con le loro inchieste e i loro articoli sullo scandalo Romeo al Campidoglio. E dunque è proprio a lui che si riferisce Reporter Sans Frontières quando denuncia chi "non esita a comunicare pubblicamente l'identità dei giornalisti che lo disturbano". Ma forse un anno fa nessuno aveva ancora spiegato a Di Maio che compilare una lista nera è un peccato grave, nelle democrazie liberali.