Nella bolla autoreferenziale in cui si crogiola la politica italiana da ormai 55 giorni, le parole pronunciate da Mario Draghi a Francoforte arrivano sicuramente attutite. Avrebbero invece dovuto risuonare forte e chiaro. Il presidente della Bce ha infatti detto tre cose molto importanti per riportare con i piedi per terra un Paese che, dalle elezioni in poi, sembra partito sul set di un reality di quart'ordine. La prima cosa che ha detto Draghi è che, dall'inizio dell'anno, le economie di tutti i Paesi dell'Eurozona hanno registrato un rallentamento della crescita. La seconda è che il rischio crescente di una guerra commerciale innescata dagli Stati Uniti potrebbe avere ulteriori effetti negativi sulle prospettive economiche, tanto che la Bce ha sospeso ogni decisione su quando porre fine al quantitative easing che finora ha sostenuto la ripresa europea (e il debito pubblico italiano). La terza è che risulta più che mai urgente fare le rifo…
Nella bolla autoreferenziale in cui si crogiola la politica italiana da ormai 55 giorni, le parole pronunciate da Mario Draghi a Francoforte arrivano sicuramente attutite. Avrebbero invece dovuto risuonare forte e chiaro. Il presidente della Bce ha infatti detto tre cose molto importanti per riportare con i piedi per terra un Paese che, dalle elezioni in poi, sembra partito sul set di un reality di quart'ordine. La prima cosa che ha detto Draghi è che, dall'inizio dell'anno, le economie di tutti i Paesi dell'Eurozona hanno registrato un rallentamento della crescita. La seconda è che il rischio crescente di una guerra commerciale innescata dagli Stati Uniti potrebbe avere ulteriori effetti negativi sulle prospettive economiche, tanto che la Bce ha sospeso ogni decisione su quando porre fine al quantitative easing che finora ha sostenuto la ripresa europea (e il debito pubblico italiano). La terza è che risulta più che mai urgente fare le riforme strutturali "per aumentare il potenziale di crescita e ridurre la vulnerabilità delle economie".
In particolare "i Paesi ad alto debito - che è ormai un'espressione in codice per indicare l'Italia - devono ricostruire margini di manovra per le finanze pubbliche". Quindi "una piena, attuazione del Patto di stabilità e della procedura per gli squilibri macroeconomici, resta essenziale per consolidare la capacità di tenuta dell'economia dell'area dell'euro". Se queste parole avessero perforato l'autismo dei politici italiani, dal 4 marzo intenti a contemplare il proprio ombelico per confrontarlo, al massimo, con quello del proprio vicino, il messaggio che arriva da Francoforte avrebbe dovuto segnare la fine della ricreazione e il ritorno al principio di realtà. In una economia che rallenta e che vede addensarsi all'orizzonte nubi preoccupanti, un Paese che già ha la più bassa crescita d'Europa e il debito più alto dovrebbe decidere in gran fretta come affrontare l'emergenza che incombe. Draghi manda un chiaro messaggio alla Commissione chiedendole di stringere le redini sul rispetto del Patto di stabilità e sulla correzione degli squilibri eccessivi. Sarebbe il caso che lo ascoltassero anche a Roma, dove invece gli "esploratori" tutto esplorano meno che la gravità della situazione italiana.
Certo, si potrà dire che l'Italia è senza governo da meno di due mesi, mentre la Germania lo è restata per quasi sei. Ma innanzitutto l'economia tedesca e i conti pubblici di Berlino non camminano sull'orlo del baratro, come fanno invece quelli italiani da troppi anni a questa parte. E, soprattutto, già all'indomani delle elezioni in Germania i partiti hanno cominciato a discutere di problemi concreti e di come affrontarli. Una discussione minuziosa e pervicace ispirata, quella sì, al principio di realtà. Quando Merkel ha rotto le trattative con i liberali non lo ha fatto sulla base di compatibilità personali o di veti sulle poltrone, ma per il disaccordo su una serie di misure concrete. E quando finalmente ha trovato l'intesa con i socialdemocratici di Schulz, lo ha fatto su un programma di governo, non sul destino personale di questo o quel leader politico, tanto che Schulz si è ritirato nell'ombra. Di questa concretezza, il dibattito italiano seguito alle elezioni non ha dato la benché minima prova. Sappiamo che Di Maio non vuole Berlusconi. Che Salvini non vuole il Pd. Che Cinque Stelle e centrodestra si contendono la poltrona di Palazzo Chigi. Che il Pd si divide sull'opportunità di una alleanza con i grillini. Ma non sappiamo ancora con certezza come ciascuno di questi partiti pensi di aggiustare i conti pubblici, se intenda o no evitare l'aumento dell'Iva previsto dalle clausole di salvaguardia, come pensa di muoversi nella delicata partita del completamento dell'Unione bancaria e della riduzione dei crediti in sofferenza nelle nostre banche. Ci piacerebbe in sostanza sapere dai partiti come intendono governare questo Paese, mentre tutto quello che abbiamo saputo finora è con chi non lo vogliono fare. Non è il miglior biglietto da visita per una classe politica chiamata, come avverte Draghi, ad affrontare tempi difficili.
In particolare "i Paesi ad alto debito - che è ormai un'espressione in codice per indicare l'Italia - devono ricostruire margini di manovra per le finanze pubbliche". Quindi "una piena, attuazione del Patto di stabilità e della procedura per gli squilibri macroeconomici, resta essenziale per consolidare la capacità di tenuta dell'economia dell'area dell'euro". Se queste parole avessero perforato l'autismo dei politici italiani, dal 4 marzo intenti a contemplare il proprio ombelico per confrontarlo, al massimo, con quello del proprio vicino, il messaggio che arriva da Francoforte avrebbe dovuto segnare la fine della ricreazione e il ritorno al principio di realtà. In una economia che rallenta e che vede addensarsi all'orizzonte nubi preoccupanti, un Paese che già ha la più bassa crescita d'Europa e il debito più alto dovrebbe decidere in gran fretta come affrontare l'emergenza che incombe. Draghi manda un chiaro messaggio alla Commissione chiedendole di stringere le redini sul rispetto del Patto di stabilità e sulla correzione degli squilibri eccessivi. Sarebbe il caso che lo ascoltassero anche a Roma, dove invece gli "esploratori" tutto esplorano meno che la gravità della situazione italiana.
Certo, si potrà dire che l'Italia è senza governo da meno di due mesi, mentre la Germania lo è restata per quasi sei. Ma innanzitutto l'economia tedesca e i conti pubblici di Berlino non camminano sull'orlo del baratro, come fanno invece quelli italiani da troppi anni a questa parte. E, soprattutto, già all'indomani delle elezioni in Germania i partiti hanno cominciato a discutere di problemi concreti e di come affrontarli. Una discussione minuziosa e pervicace ispirata, quella sì, al principio di realtà. Quando Merkel ha rotto le trattative con i liberali non lo ha fatto sulla base di compatibilità personali o di veti sulle poltrone, ma per il disaccordo su una serie di misure concrete. E quando finalmente ha trovato l'intesa con i socialdemocratici di Schulz, lo ha fatto su un programma di governo, non sul destino personale di questo o quel leader politico, tanto che Schulz si è ritirato nell'ombra. Di questa concretezza, il dibattito italiano seguito alle elezioni non ha dato la benché minima prova. Sappiamo che Di Maio non vuole Berlusconi. Che Salvini non vuole il Pd. Che Cinque Stelle e centrodestra si contendono la poltrona di Palazzo Chigi. Che il Pd si divide sull'opportunità di una alleanza con i grillini. Ma non sappiamo ancora con certezza come ciascuno di questi partiti pensi di aggiustare i conti pubblici, se intenda o no evitare l'aumento dell'Iva previsto dalle clausole di salvaguardia, come pensa di muoversi nella delicata partita del completamento dell'Unione bancaria e della riduzione dei crediti in sofferenza nelle nostre banche. Ci piacerebbe in sostanza sapere dai partiti come intendono governare questo Paese, mentre tutto quello che abbiamo saputo finora è con chi non lo vogliono fare. Non è il miglior biglietto da visita per una classe politica chiamata, come avverte Draghi, ad affrontare tempi difficili.