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(agf)

Il no di Renzi ai 5Stelle come un post sul Sacro Blog

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Ha lui negato diritto di parola alla direzione, nella quale avrebbe avuto modo di far valere le sue buone ragioni. Una comunità politica vive del rispetto di queste forme, altrimenti si avvicina pericolosamente a quelle realtà alle quali i renziani a parole si proclamano antitetici
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A Matteo Renzi è riuscito un piccolo capolavoro: passare dalla parte del torto pur avendo fondate ragioni. Il suo stop alla trattativa di governo tra M5S e Pd posa su argomentazioni solide: il rischio di dare vita a un Frankenstein politico, che non avrebbe risolto i problemi del Paese e avrebbe trascinato la principale forza della sinistra in una avventura senza ritorno, era altissimo, condiviso dalla maggioranza degli iscritti ed elettori Pd, oltre che da questo giornale.

Ma in politica i tempi e le forme contano quanto la sostanza e il modo con il quale l'ex premier ha scelto di intervenire nel dibattito, affidando a una intervista televisiva il compito di smontare il tavolo della trattativa prima ancora che fosse allestito, ha prodotto la conseguenza peggiore: precipitare il Pd in una condizione - il caos e la frattura interna - che in teoria dovrebbe affliggere i suoi avversari, impelagati in uno stallo che non riescono a risolvere. Un effetto che Renzi non può…
A Matteo Renzi è riuscito un piccolo capolavoro: passare dalla parte del torto pur avendo fondate ragioni. Il suo stop alla trattativa di governo tra M5S e Pd posa su argomentazioni solide: il rischio di dare vita a un Frankenstein politico, che non avrebbe risolto i problemi del Paese e avrebbe trascinato la principale forza della sinistra in una avventura senza ritorno, era altissimo, condiviso dalla maggioranza degli iscritti ed elettori Pd, oltre che da questo giornale.

Ma in politica i tempi e le forme contano quanto la sostanza e il modo con il quale l'ex premier ha scelto di intervenire nel dibattito, affidando a una intervista televisiva il compito di smontare il tavolo della trattativa prima ancora che fosse allestito, ha prodotto la conseguenza peggiore: precipitare il Pd in una condizione - il caos e la frattura interna - che in teoria dovrebbe affliggere i suoi avversari, impelagati in uno stallo che non riescono a risolvere. Un effetto che Renzi non può certo considerare imprevisto: sapeva che il suo intervento avrebbe delegittimato l'azione del reggente Maurizio Martina e che una sua parola pubblica sarebbe stata sufficiente a demolire il percorso concordato con l'esploratore Roberto Fico e dunque anche con il Quirinale, percorso che - è bene ricordarlo - non prevedeva un accordo a tutti i costi tra Pd e M5S ma la possibilità di verificare in una sede ufficiale le compatibilità di programma. Un passaggio che anche i detrattori dell'intesa non dovevano temere, piuttosto auspicare, dato che avrebbe potuto certificare quanto incolmabile fosse la distanza tra le due forze, e non sulla base di dichiarazioni tribali di guerra bensì sulla effettiva inconciliabilità delle proposte.

Non solo. Renzi sapeva che i dem erano attesi a un passaggio ufficiale, la direzione del 3 maggio, chiamata a disegnare confini e condizioni della trattativa. Presentandosi in tv, l'ha bruciata senza rispetto per la sua funzione e ha chiaramente voluto mandare un secondo messaggio: qui comando io. Affermazione peraltro incontrovertibile, dato che le sue parole hanno prodotto la chiusura del dialogo nell'arco di poche ore. Ora però Renzi dovrebbe con altrettanta solerzia rispondere a un'altra domanda, inevasa da troppo tempo. Se comanda lui, perché ha scelto di dimettersi? Oppure, se ha cambiato idea sul passo indietro compiuto dopo le elezioni perse, perché non si riprende la carica visto che non ha mai perso occasione di ricordare che tutti gli organismi del partito, dai gruppi parlamentari alla stessa direzione, sono composti in maggioranza da esponenti a lui fedeli?

La questione è cruciale. In un partito democratico, con la minuscola, si rispettano le consegne dei ruoli e degli organismi dirigenti. Nel Partito democratico, con la maiuscola, si vive invece la surreale situazione nella quale il vero leader si schermisce dietro formule a effetto ("Non cercatemi più", rivolto ai giornalisti; "sto zitto due anni", idem) salvo esercitare il suo controllo sulla linea come e più che se fosse in carica. È successo già con il governo Gentiloni, mal tollerato e schiacciato da un dualismo che solo la felpatezza di Paolo Gentiloni è riuscito a non far deflagrare, e ora con il reggente Martina, che gli ultras renziani - la cui prontezza di hashtag è inversamente proporzionale allo spirito di partito - trattano come un passante che farebbe bene a non impicciarsi di politica.

Obiettano gli ultras: vorrete mica negare a Renzi il diritto di parola? Ma la questione rovescia il problema: è Renzi ad aver negato diritto di parola alla direzione, nella quale avrebbe avuto modo di far valere le sue buone ragioni. Una comunità politica vive del rispetto di queste forme, altrimenti si avvicina pericolosamente a quelle realtà alle quali i renziani a parole si proclamano antitetici, quelle nelle quali la linea è decisa da un post sul Sacro Blog o da un comunicato della Casaleggio associati e quindi rilanciata dal robotico tam tam dei fedelissimi sui social. Il chiarimento sul ruolo di Renzi potrebbe persino servire a definire una volta per tutte perché il Pd si trovi in questo stato comatoso.

I dem non hanno perso solo il referendum del 4 dicembre, sconfitta all'origine di ogni male nella narrazione renziana, ma sono arrivati al disastro del 4 marzo scorso dopo un quadriennio di sconfitte a ciclo continuo. Hanno perso la guida di decine di Comuni (e tra questi Roma, Torino e Genova) e di quattro Regioni (ultime proprio le due in cui si è votato in questi giorni, Molise e Friuli), vincendo solo laddove la formula è stata opposta a quella dettata dal quartier generale (le comunali di Milano e le regionali del Lazio, che il centrosinistra ha affrontato unito). Ma di questo, tra tweet e talk, non c'è mai stato tempo né voglia di fermarsi a discutere.