Il tempo breve dei conti pubblici italiani
Roberto Petrini, di ROBERTO PETRINI
Carlo Azeglio Ciampi, governatore della Banca d'Italia, nel chiudere una delle sue Considerazioni finali usò un'espressione tanto elegante quanto ferma: "Il tempo s'è fatto breve". Allora, come oggi, nonostante la pazienza di Bruxelles, i conti pubblici chiedono immediata manutenzione. La situazione non è di emergenza, e il dissesto non è dietro l'angolo, ma la stagione delle previsioni di primavera, dagli Spring Meetings dell'Fmi di Washington alle stime di Bruxelles di ieri, segnata da più o meno velati ammonimenti, lascia l'Italia come sempre in bilico.
La crescita rallenta, come è evidente dai dati diffusi dall'Istat dei primi tre mesi dell'anno. Il debito è ormai al 130,8 per cento del Pil, quasi un punto in più di quanto il governo aveva messo in conto nell'autunno scorso. È vero che negli ultimi anni Padoan lo ha stabilizzato, ma è anche vero che è bastata…
La crescita rallenta, come è evidente dai dati diffusi dall'Istat dei primi tre mesi dell'anno. Il debito è ormai al 130,8 per cento del Pil, quasi un punto in più di quanto il governo aveva messo in conto nell'autunno scorso. È vero che negli ultimi anni Padoan lo ha stabilizzato, ma è anche vero che è bastata…
Carlo Azeglio Ciampi, governatore della Banca d'Italia, nel chiudere una delle sue Considerazioni finali usò un'espressione tanto elegante quanto ferma: "Il tempo s'è fatto breve". Allora, come oggi, nonostante la pazienza di Bruxelles, i conti pubblici chiedono immediata manutenzione. La situazione non è di emergenza, e il dissesto non è dietro l'angolo, ma la stagione delle previsioni di primavera, dagli Spring Meetings dell'Fmi di Washington alle stime di Bruxelles di ieri, segnata da più o meno velati ammonimenti, lascia l'Italia come sempre in bilico.
La crescita rallenta, come è evidente dai dati diffusi dall'Istat dei primi tre mesi dell'anno. Il debito è ormai al 130,8 per cento del Pil, quasi un punto in più di quanto il governo aveva messo in conto nell'autunno scorso. È vero che negli ultimi anni Padoan lo ha stabilizzato, ma è anche vero che è bastata una folata di vento, come il ricalcolo dell'Eurostat delle risorse versate dal Tesoro per i salvataggi bancari, per farlo strappare all'improvviso verso l'alto. Lo scenario futuro è grigio: come avvertono Fmi e Commissione, il calo demografico e la scarsa produttività del sistema tra una decina di anni faranno ricominciare una pericolosa rincorsa della spesa.
Le scelte non riguardano solo la cruciale responsabilità del futuro, ma anche la necessità di governo dei conti pubblici e dell'economia nei prossimi mesi, dopo la pausa estiva. Bruxelles ieri ci ha detto che l'obiettivo della correzione strutturale, cioè di quanto si deve fare secondo Fiscal compact e Costituzione per raggiungere il pareggio di bilancio, è stato mancato dall'Italia. Come ha osservato Moscovici, la correzione è stata pari a "zero" (si ricordi: dovevamo fare un intervento sul deficit strutturale dello 0,6% di Pil, ci concessero lo 0,3 ma facemmo solo lo 0,1; ora manca all'appello anche quello).
Poco conta se la correzione si trasformerà in manovra bis o se sarà assorbita dalla legge di Bilancio 2019: spostare la pratica in autunno, benché scelta obbligata di Bruxelles perché a Roma ora non c'è governo, rischia di appesantire la già critica prima sessione di bilancio della legislatura e pare che Bruxelles a quel punto non ci farà più sconti e pretenderà lo 0,6% tondo, circa 10 miliardi.
Si accavalleranno tensioni e impegni, mentre Draghi come previsto chiuderà l'ombrello del Quantitative easing. Oltre al recupero della manovra bis, alla questione dei conti del 2017 (abbiamo sforato anche lì secondo Bruxelles e abbiamo un biennio per sanare), ci sono tre miliardi a rischio di copertura: li ammette lo stesso Def quando fa l'elenco, voluto da Bruxelles, delle possibili spese che in base all'esperienza del passato potrebbero essere più elevate del previsto. Senza contare che la conferma da parte delle European forecast della Commissione di una crescita per il 2019 dell'1,2 per cento, dunque di 0,2 più bassa di quella appena stimata dal governo, ci espone a meno gettito e più deficit del previsto. Si aggiunga che solo un governo con un atteggiamento molto rigoroso nei confronti dell'evasione fiscale potrà portare a casa i quasi 2 miliardi previsti dalla fatturazione elettronica, che parte il 1° gennaio del prossimo anno, dopo molti rinvii dovuti proprio alle lamentele di artigiani e commercianti.
Altro che Flat tax e reddito di cittadinanza! In autunno, dopo gli obblighi citati, si dovrà decidere se procedere alla sterilizzazione dell'aumento dell'Iva dal 22 al 24,2%: 12,4 miliardi per evitare un colpo all'economia e ai redditi bassi. Riflettano anche i componenti delle due supercommissioni che esamineranno il Def: passare con il caterpillar sul "sentiero stretto" di Padoan non conviene a nessuno.
La crescita rallenta, come è evidente dai dati diffusi dall'Istat dei primi tre mesi dell'anno. Il debito è ormai al 130,8 per cento del Pil, quasi un punto in più di quanto il governo aveva messo in conto nell'autunno scorso. È vero che negli ultimi anni Padoan lo ha stabilizzato, ma è anche vero che è bastata una folata di vento, come il ricalcolo dell'Eurostat delle risorse versate dal Tesoro per i salvataggi bancari, per farlo strappare all'improvviso verso l'alto. Lo scenario futuro è grigio: come avvertono Fmi e Commissione, il calo demografico e la scarsa produttività del sistema tra una decina di anni faranno ricominciare una pericolosa rincorsa della spesa.
Le scelte non riguardano solo la cruciale responsabilità del futuro, ma anche la necessità di governo dei conti pubblici e dell'economia nei prossimi mesi, dopo la pausa estiva. Bruxelles ieri ci ha detto che l'obiettivo della correzione strutturale, cioè di quanto si deve fare secondo Fiscal compact e Costituzione per raggiungere il pareggio di bilancio, è stato mancato dall'Italia. Come ha osservato Moscovici, la correzione è stata pari a "zero" (si ricordi: dovevamo fare un intervento sul deficit strutturale dello 0,6% di Pil, ci concessero lo 0,3 ma facemmo solo lo 0,1; ora manca all'appello anche quello).
Poco conta se la correzione si trasformerà in manovra bis o se sarà assorbita dalla legge di Bilancio 2019: spostare la pratica in autunno, benché scelta obbligata di Bruxelles perché a Roma ora non c'è governo, rischia di appesantire la già critica prima sessione di bilancio della legislatura e pare che Bruxelles a quel punto non ci farà più sconti e pretenderà lo 0,6% tondo, circa 10 miliardi.
Si accavalleranno tensioni e impegni, mentre Draghi come previsto chiuderà l'ombrello del Quantitative easing. Oltre al recupero della manovra bis, alla questione dei conti del 2017 (abbiamo sforato anche lì secondo Bruxelles e abbiamo un biennio per sanare), ci sono tre miliardi a rischio di copertura: li ammette lo stesso Def quando fa l'elenco, voluto da Bruxelles, delle possibili spese che in base all'esperienza del passato potrebbero essere più elevate del previsto. Senza contare che la conferma da parte delle European forecast della Commissione di una crescita per il 2019 dell'1,2 per cento, dunque di 0,2 più bassa di quella appena stimata dal governo, ci espone a meno gettito e più deficit del previsto. Si aggiunga che solo un governo con un atteggiamento molto rigoroso nei confronti dell'evasione fiscale potrà portare a casa i quasi 2 miliardi previsti dalla fatturazione elettronica, che parte il 1° gennaio del prossimo anno, dopo molti rinvii dovuti proprio alle lamentele di artigiani e commercianti.
Altro che Flat tax e reddito di cittadinanza! In autunno, dopo gli obblighi citati, si dovrà decidere se procedere alla sterilizzazione dell'aumento dell'Iva dal 22 al 24,2%: 12,4 miliardi per evitare un colpo all'economia e ai redditi bassi. Riflettano anche i componenti delle due supercommissioni che esamineranno il Def: passare con il caterpillar sul "sentiero stretto" di Padoan non conviene a nessuno.