Scuola, il denaro non è un buon incentivo
Mariapia Veladiano, di MARIAPIA VELADIANO
Quando si parla di scuola bisogna applicare mille prudenze perché ogni scuola è un mondo e solo chi proprio là vive e lavora può conoscere che cosa aiuta i ragazzi ad appassionarsi alla cultura, a vincere un'indolenza magari ambientale che potrebbe far pensare che, proprio no, studiare non vale la pena. Detto questo, l'idea di ricompensare la media dei voti con un premio in denaro è infelice. È un'idea non nuova (siamo andati a vedere se e come ha funzionato là dove è stata già applicata?) e sbagliata. Si premia la media dei voti a partire dal 7 e mezzo, purché associata al 9 in condotta. Ma la misura del merito non è il voto.
Già il voto in sé ha mille pesi diversi, da una scuola all'altra, da una sezione all'altra. Ma il merito è meravigliosamente altro: è la capacità di colmare un gap iniziale magari abissale. Di lingua, ad esempio, perché in f…
Già il voto in sé ha mille pesi diversi, da una scuola all'altra, da una sezione all'altra. Ma il merito è meravigliosamente altro: è la capacità di colmare un gap iniziale magari abissale. Di lingua, ad esempio, perché in f…
Quando si parla di scuola bisogna applicare mille prudenze perché ogni scuola è un mondo e solo chi proprio là vive e lavora può conoscere che cosa aiuta i ragazzi ad appassionarsi alla cultura, a vincere un'indolenza magari ambientale che potrebbe far pensare che, proprio no, studiare non vale la pena. Detto questo, l'idea di ricompensare la media dei voti con un premio in denaro è infelice. È un'idea non nuova (siamo andati a vedere se e come ha funzionato là dove è stata già applicata?) e sbagliata. Si premia la media dei voti a partire dal 7 e mezzo, purché associata al 9 in condotta. Ma la misura del merito non è il voto.
Già il voto in sé ha mille pesi diversi, da una scuola all'altra, da una sezione all'altra. Ma il merito è meravigliosamente altro: è la capacità di colmare un gap iniziale magari abissale. Di lingua, ad esempio, perché in famiglia parlano tutti in dialetto e così gli amici e gli amici degli amici. Gap di ambiente sociale, perché lo studente è nato in un contesto in cui la cultura non serve - fatti furbo, fatti gli amici giusti - eppure lui o lei crede che invece studiare sia una cosa buona. Un gap di povertà culturale perché lo stesso studente ha solo dieci libri in casa e invece ha imparato a conoscerne il valore e a desiderarli.
Santificare il voto vuol dire sposare la logica (aziendalistica) del risultato: o c'è o non c'è, in mezzo il nulla. Lo sforzo, la determinazione, la volontà e la fatica non valgono nulla. Si può dire naturalmente che così va il mondo, che "fuori", nella realtà del lavoro sarà poi così. Ma è sbagliato, non crea né giustizia né felicità e non piace a nessuno e, appunto, nella scuola bisogna mostrare che abbiamo valore al di là del risultato e che il mondo lo si può cambiare.
Si può obiettare che anche le borse di studio sono in denaro ed è vero. Con però differenze importanti. Perché quasi sempre tengono conto del reddito, oltre che della media, sono consistenti e rappresentano così un allargamento del nostro micragnosissimo diritto allo studio e possono fare la differenza per uno studente non ricco, diversamente dal premiare a tappeto voti tutto sommato normali. Il sospetto è che nella speranza di ottenere un risultato modesto (un po' di impegno in più?) si lanci un messaggio dannoso: che la scuola non ha mezzi propri per riconoscere il valore delle persone al di là del denaro. Perché in effetti alla scuola è chiesto di tener saldo il fatto che ogni persona ha valore e che la scuola può aiutarla ad esprimerlo.
Ci sono splendidi modi di scuola (e non di mercato) per incentivare lo studio: l'iscrizione a una certificazione linguistica, un soggiorno all'estero, un abbonamento a concerti, un buono-libri, un'esperienza desiderata, offerta a studenti segnalati dai Consigli di classe con motivazioni che tengano conto di tutto, compresi i voti, le difficoltà ambientali, la determinazione, la creatività, la generosità.
Già il voto in sé ha mille pesi diversi, da una scuola all'altra, da una sezione all'altra. Ma il merito è meravigliosamente altro: è la capacità di colmare un gap iniziale magari abissale. Di lingua, ad esempio, perché in famiglia parlano tutti in dialetto e così gli amici e gli amici degli amici. Gap di ambiente sociale, perché lo studente è nato in un contesto in cui la cultura non serve - fatti furbo, fatti gli amici giusti - eppure lui o lei crede che invece studiare sia una cosa buona. Un gap di povertà culturale perché lo stesso studente ha solo dieci libri in casa e invece ha imparato a conoscerne il valore e a desiderarli.
Santificare il voto vuol dire sposare la logica (aziendalistica) del risultato: o c'è o non c'è, in mezzo il nulla. Lo sforzo, la determinazione, la volontà e la fatica non valgono nulla. Si può dire naturalmente che così va il mondo, che "fuori", nella realtà del lavoro sarà poi così. Ma è sbagliato, non crea né giustizia né felicità e non piace a nessuno e, appunto, nella scuola bisogna mostrare che abbiamo valore al di là del risultato e che il mondo lo si può cambiare.
Si può obiettare che anche le borse di studio sono in denaro ed è vero. Con però differenze importanti. Perché quasi sempre tengono conto del reddito, oltre che della media, sono consistenti e rappresentano così un allargamento del nostro micragnosissimo diritto allo studio e possono fare la differenza per uno studente non ricco, diversamente dal premiare a tappeto voti tutto sommato normali. Il sospetto è che nella speranza di ottenere un risultato modesto (un po' di impegno in più?) si lanci un messaggio dannoso: che la scuola non ha mezzi propri per riconoscere il valore delle persone al di là del denaro. Perché in effetti alla scuola è chiesto di tener saldo il fatto che ogni persona ha valore e che la scuola può aiutarla ad esprimerlo.
Ci sono splendidi modi di scuola (e non di mercato) per incentivare lo studio: l'iscrizione a una certificazione linguistica, un soggiorno all'estero, un abbonamento a concerti, un buono-libri, un'esperienza desiderata, offerta a studenti segnalati dai Consigli di classe con motivazioni che tengano conto di tutto, compresi i voti, le difficoltà ambientali, la determinazione, la creatività, la generosità.