Le riforme che servono all’Europa
Ferdinando Giugliano, di FERDINANDO GIUGLIANO
Dopo l'autunno degli auspici, ecco la primavera degli imprevisti. L'anno scorso l'Italia e l'Europa si sono trovate davanti a una coincidenza unica: l'economia era tornata a crescere a ritmi che non si vedevano da quasi un decennio. Nel frattempo, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron parevano intenzionati a procedere su un cammino di riforma della zona euro, per limitare il rischio di un ripetersi della recente crisi del debito sovrano. Queste due speranze sono ora in pericolo. Nei primi mesi dell'anno la crescita è improvvisamente rallentata, mentre continuano a soffiare venti di una possibile guerra commerciale globale.
Nel frattempo, il motore franco-tedesco che doveva trainare la riforma della zona euro non è mai veramente partito: a oggi sembra improbabile che possa conseguire risultati significativi prima delle elezioni europee del prossimo maggio. La prima preoccupazione è, paradossalmente, l…
Nel frattempo, il motore franco-tedesco che doveva trainare la riforma della zona euro non è mai veramente partito: a oggi sembra improbabile che possa conseguire risultati significativi prima delle elezioni europee del prossimo maggio. La prima preoccupazione è, paradossalmente, l…
Dopo l'autunno degli auspici, ecco la primavera degli imprevisti. L'anno scorso l'Italia e l'Europa si sono trovate davanti a una coincidenza unica: l'economia era tornata a crescere a ritmi che non si vedevano da quasi un decennio. Nel frattempo, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron parevano intenzionati a procedere su un cammino di riforma della zona euro, per limitare il rischio di un ripetersi della recente crisi del debito sovrano. Queste due speranze sono ora in pericolo. Nei primi mesi dell'anno la crescita è improvvisamente rallentata, mentre continuano a soffiare venti di una possibile guerra commerciale globale.
Nel frattempo, il motore franco-tedesco che doveva trainare la riforma della zona euro non è mai veramente partito: a oggi sembra improbabile che possa conseguire risultati significativi prima delle elezioni europee del prossimo maggio. La prima preoccupazione è, paradossalmente, la minore. L'attività economica è in lieve decelerazione, come evidenziato in settimana dai dati abbastanza tiepidi sul Pil europeo e dalle previsioni semestrali della Commissione. Tuttavia, il rallentamento sembra essere spiegato da motivi transitori, come il cattivo tempo dei mesi invernali. "I nostri economisti non sono famosi per essere tra i più ottimisti, ma la nostra analisi è che la crescita resti solida", ha detto il Commissario europeo Pierre Moscovici. Non è da escludere, ovviamente, che alla base di questa frenata ci siano ragioni più profonde. Ma anche se così fosse, ci sarebbero motivi per essere relativamente ottimisti. Al rallentamento della crescita non si sta accompagnando un aumento del tasso d'inflazione, che anzi è in calo e resta comunque sensibilmente inferiore all'obbiettivo della Banca centrale europea.
L'economia europea non ha dunque raggiunto il suo limite massimo di crescita, oltre il quale le aziende non possono più espandere la produzione senza far schizzare in alto i prezzi. Piuttosto, è possibile che sia in corso un calo della domanda a livello domestico e internazionale. La soluzione, in quel caso, sarebbe abbastanza lineare: la Bce dovrebbe ritardare l'uscita dal piano di acquisti di obbligazioni ("quantitative easing") prevista per l'autunno, che molto ha fatto per rilanciare il credito a famiglie e aziende. L'euro si deprezzerebbe, come già sta facendo, aiutando le esportazioni. Infine, i governi europei - e anche quello italiano - potrebbero avere qualche spazio in più per ridurre la stretta sui bilanci che dovrà comunque arrivare in autunno, e su cui lo stesso Moscovici è stato piuttosto chiaro (per il 2018 "lo sforzo strutturale atteso è zero" è stato il commento per nulla promettente del Commissario sull'Italia). Insomma, nonostante il possibile rallentamento e la giusta attenzione alla disciplina di bilancio, la zona euro avrebbe gli strumenti adatti per rilanciare la ripresa. I pericoli maggiori vengono invece dai mancati sforzi dei governi sulle riforme. Il Consiglio Europeo di fine giugno è da tempo visto come l'ultima occasione utile per rafforzare le istituzioni dell'eurozona, prima che i politici comincino la campagna elettorale per le elezioni europee del 2019. In teoria l'agenda avrebbe dovuto prevedere tre passi: il rafforzamento del fondo salva-Stati per permettere ai Paesi membri in difficoltà di ottenere degli aiuti prima di perdere completamente accesso al mercato; l'allargamento del fondo europeo che serve a gestire le crisi bancarie; e il completamento dell'unione bancaria, attraverso la creazione di una garanzia comune sui conti correnti.
Purtroppo, le speranze iniziali di Macron si stanno infrangendo su un muro tedesco. C'è un rischio concreto che qualsiasi cambiamento del fondo salva-Stati sia solo di facciata. È inoltre quasi impossibile che si facciano reali progressi sulla garanzia unica per i depositi. L'Europa potrebbe restare una casa di paglia, vulnerabile a qualsiasi intemperia. E dal punto di vista politico, ai partiti a favore dell'Ue resterebbe poco con cui difendersi dalle accuse di chi dice che l'Unione (e in particolare l'eurozona) non cambiano mai. Al di là dei rallentamenti, veri o presunti, dell'economia, sono queste le debolezze di fondo di cui dobbiamo preoccuparci oggi. Nonostante la frenata della crescita, la zona euro avrebbe strumenti adatti per rilanciare la ripresa: ma il pericolo maggiore viene dai mancati sforzi dei Paesi membri per rinnovare l'Ue
Nel frattempo, il motore franco-tedesco che doveva trainare la riforma della zona euro non è mai veramente partito: a oggi sembra improbabile che possa conseguire risultati significativi prima delle elezioni europee del prossimo maggio. La prima preoccupazione è, paradossalmente, la minore. L'attività economica è in lieve decelerazione, come evidenziato in settimana dai dati abbastanza tiepidi sul Pil europeo e dalle previsioni semestrali della Commissione. Tuttavia, il rallentamento sembra essere spiegato da motivi transitori, come il cattivo tempo dei mesi invernali. "I nostri economisti non sono famosi per essere tra i più ottimisti, ma la nostra analisi è che la crescita resti solida", ha detto il Commissario europeo Pierre Moscovici. Non è da escludere, ovviamente, che alla base di questa frenata ci siano ragioni più profonde. Ma anche se così fosse, ci sarebbero motivi per essere relativamente ottimisti. Al rallentamento della crescita non si sta accompagnando un aumento del tasso d'inflazione, che anzi è in calo e resta comunque sensibilmente inferiore all'obbiettivo della Banca centrale europea.
L'economia europea non ha dunque raggiunto il suo limite massimo di crescita, oltre il quale le aziende non possono più espandere la produzione senza far schizzare in alto i prezzi. Piuttosto, è possibile che sia in corso un calo della domanda a livello domestico e internazionale. La soluzione, in quel caso, sarebbe abbastanza lineare: la Bce dovrebbe ritardare l'uscita dal piano di acquisti di obbligazioni ("quantitative easing") prevista per l'autunno, che molto ha fatto per rilanciare il credito a famiglie e aziende. L'euro si deprezzerebbe, come già sta facendo, aiutando le esportazioni. Infine, i governi europei - e anche quello italiano - potrebbero avere qualche spazio in più per ridurre la stretta sui bilanci che dovrà comunque arrivare in autunno, e su cui lo stesso Moscovici è stato piuttosto chiaro (per il 2018 "lo sforzo strutturale atteso è zero" è stato il commento per nulla promettente del Commissario sull'Italia). Insomma, nonostante il possibile rallentamento e la giusta attenzione alla disciplina di bilancio, la zona euro avrebbe gli strumenti adatti per rilanciare la ripresa. I pericoli maggiori vengono invece dai mancati sforzi dei governi sulle riforme. Il Consiglio Europeo di fine giugno è da tempo visto come l'ultima occasione utile per rafforzare le istituzioni dell'eurozona, prima che i politici comincino la campagna elettorale per le elezioni europee del 2019. In teoria l'agenda avrebbe dovuto prevedere tre passi: il rafforzamento del fondo salva-Stati per permettere ai Paesi membri in difficoltà di ottenere degli aiuti prima di perdere completamente accesso al mercato; l'allargamento del fondo europeo che serve a gestire le crisi bancarie; e il completamento dell'unione bancaria, attraverso la creazione di una garanzia comune sui conti correnti.
Purtroppo, le speranze iniziali di Macron si stanno infrangendo su un muro tedesco. C'è un rischio concreto che qualsiasi cambiamento del fondo salva-Stati sia solo di facciata. È inoltre quasi impossibile che si facciano reali progressi sulla garanzia unica per i depositi. L'Europa potrebbe restare una casa di paglia, vulnerabile a qualsiasi intemperia. E dal punto di vista politico, ai partiti a favore dell'Ue resterebbe poco con cui difendersi dalle accuse di chi dice che l'Unione (e in particolare l'eurozona) non cambiano mai. Al di là dei rallentamenti, veri o presunti, dell'economia, sono queste le debolezze di fondo di cui dobbiamo preoccuparci oggi. Nonostante la frenata della crescita, la zona euro avrebbe strumenti adatti per rilanciare la ripresa: ma il pericolo maggiore viene dai mancati sforzi dei Paesi membri per rinnovare l'Ue