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La foto è stata scattata da Martino Lombezzi a Verona. Fa parte di un lavoro fotografico per conto delle cartiere Fedrigoni 

Perché ancora amiamo la carta

Ma non doveva scomparire soppiantata da ebook, tablet e cellulari? Mentre a Torino il Salone torna a celebrare il libro, viaggio alla (ri)scoperta del materiale che dal papiro alle magie di Fabriano continua a segnare la nostra storia. Ecco perché
20 minuti di lettura

Carta Conta

di Alberto Manguel

Nel pieno del secondo viaggio di Don Chisciotte, proprio quando il prode biscaglino e il famoso cavaliere hanno sguainato le spade e si preparano alla battaglia, Cervantes confessa ai suoi lettori che l'autore arabo del romanzo non ha fornito il seguito dell'avventura, e non sa come fare per scoprire cos'è successo dopo. Tuttavia, girovagando un giorno per i mercati di Toledo, Cervantes si imbatte in un ragazzo con una pila di carte che vuol vendere a un mercante di seta. Le pagine, scritte in caratteri arabi, si scoprono essere il seguito dell'avvincente storia. Cervantes ci dice che era stato attratto da quei fogli perché ha "per costume di leggere ogni pezzo di carta, anche di quelle che ritrovo per via". E qui il cuore del lettore prova un moto di simpatia. La carta, come molti di noi sanno, dà dipendenza. In mancanza di un libro o di un periodico, come sa chi mi conosce, mi metto a scrutare l'etich…

Carta Conta

di Alberto Manguel

Nel pieno del secondo viaggio di Don Chisciotte, proprio quando il prode biscaglino e il famoso cavaliere hanno sguainato le spade e si preparano alla battaglia, Cervantes confessa ai suoi lettori che l'autore arabo del romanzo non ha fornito il seguito dell'avventura, e non sa come fare per scoprire cos'è successo dopo. Tuttavia, girovagando un giorno per i mercati di Toledo, Cervantes si imbatte in un ragazzo con una pila di carte che vuol vendere a un mercante di seta. Le pagine, scritte in caratteri arabi, si scoprono essere il seguito dell'avvincente storia. Cervantes ci dice che era stato attratto da quei fogli perché ha "per costume di leggere ogni pezzo di carta, anche di quelle che ritrovo per via". E qui il cuore del lettore prova un moto di simpatia. La carta, come molti di noi sanno, dà dipendenza. In mancanza di un libro o di un periodico, come sa chi mi conosce, mi metto a scrutare l'etichetta su un pacco di pasta o una pubblicità di abiti nuziali, e anch'io leggo i pezzi di carta che trovo per strada. Io bramo la carta. Come credo la bramino le migliaia di persone che stanno per arrivare al Salone del libro di Torino che apre giovedì e che riempirà il Lingotto di carta, dimostrando che la materia di cui sono fatti quei volumi è più resistente del ferro delle automobili che un tempo invadeva la vecchia fabbrica.

Non so se i nostri antenati provavano le stesse sensazioni per l'argilla su cui tracciavano i loro caratteri cuneiformi, o se i cibernauti di oggi confessino un intenso trasporto per lo schermo di plastica dei loro iPhone, ma non riesco a immaginare che questi altri supporti del testo possano suscitare un amore altrettanto forte. L'argilla è una sostanza elementale, come il fuoco e l'acqua; la pagina elettronica possiede un'impalpabilità spettrale che evoca oscuramente parole, attraverso un vetro. La carta è a metà fra due condizioni: la materialità oscura di cose terrestri e la qualità eterea di qualcosa che nasce dal nulla. Dante descrive questo stato intermedio quando parla di "lo papiro suso un color bruno,/ che non è nero ancora, e il bianco more". La parola usata da Dante, papiro, rimanda alle origini simboliche della carta. Il midollo della pianta del papiro, che cresceva nel fango del Nilo, fu usato prima dagli egiziani e poi dai greci e dai romani, per i rotoli che gradualmente sostituirono le tavolette d'argilla della Mesopotamia. Le fibre venivano stese incrociate, uno strato sopra l'altro, per fornire al tessuto una compattezza sufficiente a scriverci sopra, e il suo odore portava alla mente il fango da cui era spuntata la pianta madre, suscitando in quei nuovi lettori di rotoli il dolce ricordo dell'argilla che prima tenevano fra le mani. Il papiro non era carta, ma nel suo aspetto lasciava presagire vagamente l'invenzione ancora di là da venire.

L'immagine è di Ignacio Maria Coccia. E' stata scattata nell’azienda Tiberi a Fabriano (AN)
  


Fino a poco tempo fa, gli storici erano convinti che la carta fosse stata inventata nell'anno 105 dopo Cristo, quando le notizie del nuovo e meraviglioso materiale giunsero fino l'imperatore cinese Ho-Ti, ma recenti scoperte spostano la data almeno due secoli prima. A prescindere dal momento esatto, in ogni caso, la carta veniva fabbricata pestando le fibre di corteccia di gelso fino a tirarne fuori un foglio: ben presto furono aggiunti panni e stracci di seta per renderla più resistente. Dalla Cina, la carta si diffuse in Corea, Giappone, Tibet e India: nell'VIII secolo, dopo che l'esercito T'ang venne sconfitto dagli Ottomani, i primi cartai cinesi furono portati a Samarcanda. Un secolo dopo, gli arabi producevano carta in botteghe esclusive a Bagdad, e non condivisero l'invenzione con i loro confratelli nordafricani fino al XII secolo; dall'Africa, la carta migrò verso l'Andalusia, in Spagna. La copia di Repubblica che avete tra le mani è la lontana discendente di quell'invenzione nomade. I tanti tipi diversi di carta sono le sottospecie dell'archetipo platonico: la carta acida dei romanzi di inizio Novecento; la carta ingiallita dei periodici dello scorso anno; la carta piena di macchie e fioriture di vecchie edizioni economiche di raccolte di poesia; la carta patinata dei libri pretenziosi, di quelli da ostentare sul tavolino in salotto; la carta India, quasi evanescente, associata alle prestigiose edizioni dei classici; la carta giapponese delle edizioni limitate, con la sua consistenza spessa; la carta blu delle cartiere di Fabriano che l'editore Franco Maria Ricci usava per la sua aristocratica collana "Segni dell'uomo"; la carta marmorizzata che evoca la Via Lattea e l'aurora boreale e abbellisce certi risguardi.

Ogni sostanza ha qualità che possono renderla attraente: Marguerite Yourcenar scriveva della dolcezza della saliva, Miguel Hernández della rispettabilità del letame, Rupert Brooke del "maschio, ruvido bacio della coperta". La carta ha tutte queste qualità: la dolcezza (chi non ha mordicchiato l'angolo di una pagina letta e riletta?); la rispettabilità (in confronto alla pergamena o allo schermo virtuale, cosa può esserci di meno pretenzioso di un pezzo di carta?); la ruvidezza (ripensate alle pagine dure di un'edizione in brossura dove abbiamo letto per la prima volta Delitto e castigo o Le avventure di Sherlock Holmes, che vi sfregavano la pelle delle dita). La carta ha i suoi suoni unici: la perfetta quiete di un libro chiuso, o il sommesso crepitio di un foglio appallottolato prima di essere buttato nel cestino, o il fruscio delle pagine girate, che ci fa pensare a una folata di vento negli alberi da cui la carta è nata. E l'odore: legna bruciata d'inverno, caldarroste, lana, sudore pulito, colla essiccata, fumo, polvere vecchia, cedro e pino, ognuno che contiene la memoria specifica di un posto, un'ora, un agglomerato di parole.

Il 30 agosto 1999 la rivista Wired scriveva che il dirigente Microsoft Dick Brass aveva annunciato che "fra vent'anni la carta sarà una cosa del passato". Ormai mancano pochi mesi a quella data minacciosa e la carta gode ancora di buona salute. Pronunciamenti come quelli di Brass nascono dall'impossibilità di accettare la pluralità dell'esperienza. Gli amanti della carta di solito sono tolleranti verso gli altri materiali: guardano al vetro e al legno con una certa tenerezza per il primordiale, alla plastica e al cemento con una rassegnata sensazione di presagio, al ferro, all'oro e all'argento con una comprensione per il bisogno delle persone di incarnazioni gerarchiche. Ma sanno che la verità risiede nella carta. "La notte è carta, noi siamo l'inchiostro", ha scritto il poeta siriano Adonis. Viviamo, ancora, in mondi fatti di carta.

(Traduzione di Fabio Galimberti)
Le fotografie di queste due pagine sono di Ignacio Maria Coccia. Sono state scattate nell’azienda Tiberi
a Fabriano (AN)
  

Per noi di scomodo c'è solo il digitale

Uno scrittore di frontiera tra i ragazzi di Roma che hanno dato vita a una rivista rigorosamente di carta: scelta all'antica?
di Eraldo Affinati

Il palazzo è quello dell'ex Inpdap, l'ente per l'amministrazione degli impiegati statali, in via Santa Croce in Gerusalemme, a Roma, da tempo occupato da organizzazioni antagonistiche. Edoardo Bucci, responsabile editoriale di Scomodo, il mensile nato un paio d'anni fa e diffuso soprattutto fra gli studenti della capitale, mi aspetta per accompagnarmi ad una riunione di redazione. Questi giovani giornalisti finora non hanno mai avuto uno spazio fisico permanente e vengono ospitati qua e là. Edoardo frequenta il quinto anno del liceo Machiavelli, tra poco affronterà gli esami: ne parla usando lo stesso tono che potrebbero avere altri maturandi come lui. Fa impressione vederlo impegnato a contrastare, cito dal suo editoriale di marzo che presentava le elezioni, "la perdita della dimensione pubblica nella coscienza e nel dibattito politico a tutti i livelli".

Stiamo parlando di un diciottenne che coordina un gruppo di coetanei, studenti delle medie superiori e universitari, nel tentativo di riproporre quello che una volta avremmo definito "il pensiero critico", espresso in forma rigorosamente cartacea, senza pubblicità, gratuito e autofinanziato. Mi chiedo cosa gli avrei fatto fare se l'avessi avuto in una mia classe. Ma al di là di questo, la vera domanda che mi ha spinto a conoscere lui e i suoi amici è un'altra: se la possibilità di avere accesso al mondo in tempo reale è la rivoluzione dell'epoca che viviamo, secondo alcuni ben superiore ai cataclismi novecenteschi, in quale modo sta modificando i nostri processi cognitivi?

Quello che abbiamo guadagnato lo sappiamo: maggiori informazioni, rapidità di passaggi logici da un contesto all'altro, percezioni estetiche di nuova qualità, esperienze molteplici in forme spazio-temporali che fino a dieci o quindici anni fa non ci saremmo mai sognati di realizzare. Ma cosa perderemmo se abbandonassimo il cartaceo? Chissà, dico a me stesso, forse proprio la peculiarità del dibattito a cui mi accingo ad assistere. Il fatto che i ragazzi di Scomodo, assai diversi uno dall'altro ma uniti dalla fiducia che ancora ripongono nella pagina stampata, abbiano deciso di non rinunciare al vecchio mondo, chiamiamolo così, alimenta la mia curiosità nei loro confronti.
Eccoli qui, seduti intorno al tavolo a ideare, progettare, fantasticare, impostare, insieme al prossimo numero, un cofanetto estivo che dovrebbe avere ben cinque copertine con altrettanti nuclei tematici: la Siria, la città inamministrabile (indovinate quale), le occupazioni abitative, il fumetto culturale e una mappa dell'Esquilino. Francesco Rita, l'artwork, tatuaggio circolare sull'avambraccio e sguardo fiero, nell'apprendere il compito che lo attende, non si scompone più di tanto e subito parte con una serie di indicazioni. Il gruppo è variegato: Cosimo (che ama Gogol), Jacopo, Susanna, Carolina (patita di Nabokov), Daniele... Quest'ultimo già lo conoscevo perché avevo letto un suo pezzo su Heat - La Sfida di Michael Mann, uno dei miei film preferiti, celebre anche per la stroncatura che gli riservò Nanni Moretti in Aprile. La disputa inizia con una riflessione sull'uso degli spazi dell'Auditorium: andrebbero preservati come nicchie speciali o bisognerebbe concepirli in stile mainstream? Vogliamo chiederlo al direttore? Dobbiamo puntare sulla quantità o sulla qualità? E perché non fare in modo che l'una non escluda l'altra?

Poi si presentano Anita e Maria. Ragazzette in apparenza simili a tante: ma sotto la pelle il fuoco brucia. Sulle ipotesi di articoli si discute assieme con la giusta animazione: chi non è d'accordo lo dice con garbo ma apertamente e il proponente si ritira in buon ordine. Ad esempio Dario, ultimo arrivato, avrebbe voluto impostare un ragionamento sul concertone del 1 maggio, qualcuno gli fa notare che quando uscirà il prossimo numero l'argomento sarà obsoleto. Lui rilancia con estrema convinzione, puntando sul significato politico assai cambiato della tradizionale festa dei lavoratori, tuttavia alla fine recede.

Raramente ci si impunta. In pochi casi si mette ai voti. Insomma la direzione è collettiva. Ne sono testimone. Da dove escono gli adolescenti che ho di fronte? Un quattordicenne del Visconti, vero pischelletto, pare che voglia occuparsi di Funeralopolis, un documentario di Alessandro Redaelli che ha già fatto tendenza come "suburban portrait" Un'altra vorrebbe intervistare Donatella Rettore che potrebbe essere sua nonna ma di sicuro, secondo lei, avrebbe molto da dire. Abituato a dialogare con i borgatari pronti a mandarti a quel Paese, o immigrati che stentano a esprimersi, non credo ai miei occhi. Insegnare a questi qui sarebbe uno sballo. Si discetta tanto di musica: lì non posso intervenire perché i redattori ne sanno molto, ma mooolto più di me. Cesare Cremonini, che io a stento conosco, per loro è già vecchio. Faccio prima a star zitto. M'intenerisco soltanto un po' quando sento una ragazza citare Italo Calvino: sì, afferma, aveva parlato di "leggerezza", ma "pensosa". E' la stessa che vorrebbe fare un parallelo su due film francesi, presentati al festival di Cannes: L'affido di Xavier Legrand, storie di traumi e separazioni, e L'atelier di Laurent Cantet, quello della Classe; filo conduttore: "la violenza cieca senza fonte". Qualcuno dei cinefili (che prima hanno citato addirittura Eros Puglielli e Michele Soavi, figlio dello scrittore), la richiama all'attenzione della forma. E lei, con inclinazione anni Settanta, ammette: "sì, la forma è un sacco importante". Insomma sono bravi questi di Scomodo. I giornali ne dovrebbe assumere qualcuno. Non per i loro siti. Per la carta: almeno ciò che ne resterà quando diventeranno grandi.
La foto è stata scattata da Martino Lombezzi a Verona. Fa parte di un lavoro fotografico per conto delle cartiere Fedrigoni 

Al diavolo la App, meglio lo sfoglio

Su Harper's hanno scritto da Mark Twain a Foster Wallace. Ma perché oggi ha chiuso ai tweet e al digitale?
Intervista con John D. MacArthur di Riccardo Staglianò

Harper's Magazine (nessuna parentela col modaiolo Harper's Bazaar) è il più antico mensile generalista d'America. Dal 1850 a oggi ci hanno scritto da Jack London e Mark Twain a Tom Wolfe e David Foster Wallace. Una tradizione di cui il suo editore John R. MacArthur, giornalista a sua volta e nipote del miliardario filantropo John D. MacArthur, va giustamente fiero. E che coltiva e rilancia nella versione cartacea. In direzione ostinata e contraria rispetto al consensus dei grandi gruppi editoriali meno di un anno fa ha cancellato la app del giornale. E nel mezzo della campagna presidenziale più twittercentrica della storia ha chiesto ai suoi inviati di non distrarsi con i cinguettii e di non perdere tempo a scrivere gratis su Facebook. Portavoce autorevole del paper pride giornalistico ci risponde via Skype dall'ufficio newyorchese inondato di luce e libri.

Partiamo dai tweet: perché caldamente li sconsigliò?
"Perché toglievano energie e attenzione dal vero compito che ci dà un'identità e il reddito per difenderla: scrivere i migliori pezzi possibili per la rivista di carta. E poi c'era il valore simbolico. Ero sconcertato di fronte a Trump che dominava la "conversazione" nella twittersfera e non volevo che scendessimo al suo livello, con la stessa superficialità. Un disagio che avevo già provato durante l'assegnazione del premio Pen/Saul Bellow a Toni Morrison. L'ospite d'onore della serata era l'amministratore delegato di Twitter che disse alcune cose ragionevoli contro la censura. A un certo punto numerosi scrittori alzarono i loro smartphone in gesto di assenso, come gli uomini primitivi avrebbero fatto con i bastoni. Tante persone il cui talento principale era scrivere frasi complesse che, come lemming suicidi, inneggiavano all'uomo che aveva inventato la comunicazione da 140 caratteri e che stava contribuendo alla distruzione della loro industria".

Una sorta di sindrome di Stoccolma. Cosa non la convince del mantra digital first, prima viene il digitale?
"Quella sensazione di fastidio fu istintuale. Più tardi però ho trovato pezze d'appoggio scientifiche al fatto che le persone capiscono meglio e ricordano di più quando leggono su carta. Penso alla norvegese Anne Mangen che l'ha dimostrato sugli adolescenti. O al francese Jean Luc Velay che ha spiegato che chi scrive a mano da piccolo diventa un miglior lettore da grande. E ciò non riguarda solo il godimento letterario, ma anche i manuali di medici e ingegneri. Se la loro comprensione peggiora è una catastrofe per tutta la società".

Era necessario dismettere la app della sua rivista?
"La nostra app non ha mai attratto troppi lettori. Nel chiuderla ne abbiamo tenuto conto e in cambio abbiamo reso il sito più leggibile sui dispositivi mobili. Il passo più radicale sarebbe quello compiuto da Laurent Beccaria editore del francese XXI, ovvero mettere online l'indice e poco più. Eppure va benissimo. Come la rivista fotografica 6 mois. Mentre Ebdo, nuovo settimanale senza pubblicità e senza web, ha chiuso dopo tre mesi. Non ci sono garanzie".

Cosa ha la carta che allo schermo manca?
"Non conosco supporti di lettura più efficienti. Non siamo distratti dai banner. Ci incuriosiamo di articoli che non sapevamo di voler leggere, solo perché si trovano nella stessa pagina. E gli standard di qualità sono molto più alti. Sarà che i collaboratori dell'online sono pagati meno e i deskisti hanno meno tempo ma la differenza è chiara anche ai più tecnoentusiasti".

Questo è evidente con i libri, che infatti resistono bene alla carica ormai spuntata degli ebook...
"Sono comproprietario di una nuova libreria indipendente a New York, Book Culture. Una risposta ad Amazon, fieramente pro-carta, e va benissimo. Organizziamo molti eventi, tra cui uno con Bernie Sanders in cui sono stati venduti 2000 libri. La gente aveva pagato un biglietto da trenta dollari per assistere. Credo da sempre nel paywall, sia nei giornali che, in questo caso, per l'accesso agli scrittori".

La pubblicità non basta più?
"Facebook e Google ci stanno mangiando vivi. In America i giornali sopravvivono perché esistono i Free standing insert, quelle brochure infilate tra le pagine che, se anche provi a buttare il giornale, cadono per terra e ti capita comunque di vederle. Non solo resistono, ma crescono in popolarità!"

Cosa le suggerisce il fatto che Jeff Bezos di Amazon abbia comprato il Washington Post e Laurene Powell Jobs, la moglie di Steve, sia diventata azionista dell'Atlantic?
"Che ciò che abbiamo detto sin qui è terribilmente vero. E che anche i più fanatici tecnofili sanno che, se aspirano a un vero riconoscimento, devono misurarsi con la carta. Sente mai citare The Intercept, il giornale online finanziato dal fondatore di Ebay Pierre Omydiar? Anche Chris Hughes, uno dei primi finanziatori di Facebook, ha rilevato The New Republic, ma non ha funzionato. La carta ha logiche da rispettare. È fisica, può essere ritagliata e resistere mesi su una scrivania, mentre ciò che è sullo schermo è per definizione effimero"

Come sarà l'industria giornalistica nei prossimi 5 anni?
"Le cose peggioreranno, poi si tornerà a migliorare. Ci saranno fusioni. Ci sono però segni di speranza. Nel nostro piccolo Harper's ha adottato una carta migliore e non riduce la foliazione neppure quando va giù la pubblicità. Alla fine solo la qualità potrà salvarci".
Le fotografie di queste due pagine sono di Ignacio Maria Coccia. Sono state scattate nell’azienda Tiberi
a Fabriano (AN)
  

Senza i libri non si naviga

Saper leggere è il primo passo per impossessarsi del web. Peccato che la scuola non aiuti
Intervista con Gino Roncaglia di Maria Novella De Luca

Da una parte ci sono i "profeti dell'apocalisse digitale" che annunciano la fine del sapere umano a colpi di tweet. Dall'altra i cantori della nuova razza di "homo sapiens digital" che a partire dai "nativi" descritti da Max Prensky nel 2001, ipotizzano la mutazione antropologica delle generazioni cresciute con il mouse accanto alla culla e il tablet al posto del Lego. In mezzo "un grande disordine sotto il cielo" come scrive Gino Roncaglia, docente di Editoria informatica e Informatica umanistica all'università della Tuscia, nel saggio L'età della frammentazione. Un'analisi densa e controcorrente sul futuro del mondo digitale e sulle sue incognite. Su quanto, ad esempio, ragazzini di oggi, navigatori nel sapere pulviscolare, anzi "granulare" del web, lontani dalla carta, dai giornali e dai libri, saranno in grado, domani, di affrontare competenze complesse. Anzi di costruire, scrive Roncaglia, "l'età delle cattedrali" della Rete, di dominare il web piuttosto che subirlo.

Dunque i "nativi digitali" non esistono.
"Il cervello è sempre lo stesso, non esiste un salto evolutivo tra homo sapiens e homo sapiens digital, semplicemente perché i nativi utilizzano i polpastrelli sugli smartphone con la velocità della luce. Gli studenti che abbiamo davanti a scuola non sono alieni, fanno parte della nostra specie, possono sfruttare la stessa plasticità cerebrale che sfruttavamo noi alla loro età".

Però lei dice che queste generazioni sono fulminee nel salto da un'informazione all'altra, ma non sono poi in grado di "organizzare" il sapere.
"Oggi il digitale, almeno in superficie, offre materiali a frammenti, tweet, post, video, foto, messaggi, pillole, micro-testi, che vanno a formare la cultura e il modo di comunicare dei più giovani. In realtà i contenuti profondi ci sono, ma bisogna saperli cercare".

E non sarebbe compito della scuola?
"Sì, ma la scuola è in grande confusione sull'uso del digitale. Con il risultato, paradossale, che invece di portare i ragazzi a costruire saperi complessi attraverso la Rete, spesso si piega a quella frammentazione di conoscenze che già gli studenti conoscono. Mentre la funzione dei prof dovrebbe essere quella di aiutare i giovani a creare conoscenze verticali".

Insomma, è come se la scuola intendesse per digitale il "power point" al posto del tema?
"In un certo senso. Basta guardare i libri di testo. La carta che usiamo a scuola. O sono lontani dalla cultura di Internet, o la emulano spezzettando i testi che così diventano incomprensibili. Quando la scuola abbraccia la Rete utilizza il "digitale debole" invece del "forte"".

Qual è la differenza?
"Nel "digitale forte" i contenuti sono complessi, in quello debole granulari. Post, Tweet, pillole, video...".

Un esempio di "digitale forte"?
"Wikipedia, che comincia ad essere una cattedrale di sapere complesso su Internet".

Ragazzini bravissimi a collegare informazioni ma incapaci poi di approfondirle. Dovremmo aggiungere che la generazione della Rete, ha sempre più difficoltà nella scrittura e nella lettura .
"Pur scrivendo in continuazione però....Infatti la sfida è della scuola che deve riuscire a integrare le conoscenze. Mi spiego: saper leggere un libro di carta aiuta a saper trovare contenuti su Internet. Se invece si cresce navigando e senza abitudine alla lettura, affrontare un testo sarà difficilissimo. L'intento del mio libro è politico: racconto l'evoluzione per svegliare coscienze".

L'evoluzione appunto. In quale era ci troviamo?
"All'inizio Internet era abitata da cacciatori-raccoglitori alla ricerca dei pochi contenuti digitali disponibili. Poi si sono creati i primi insediamenti informativi. Oggi viviamo nella Rete dei contenuti in movimento, ancora frammentati però. La sfida di domani sono le "cattedrali" complesse, appunto. Accadrà?".
La foto è stata scattata da Martino Lombezzi a Verona. Fa parte di un lavoro fotografico per conto delle cartiere Fedrigoni 

Di che fibra è la civiltà

È tra le invenzioni più semplici. Ma dalla Cina a noi ha resistito a tutto: hacker compresi

Intervista con Mark Kurlansky di Anna Lombardi

Il piacere della carta è fatto di molte cose: sfiorare porosità e imperfezioni di quella artigianale, ad esempio, è magnifico. Ogni foglio può essere crogiuolo di sensazioni. E naturalmente di storie da raccontare...". Mark Kurlansky quelle storie le conosce tutte. Da decenni con i suoi best seller monotematici - da Sale. Una biografia fino a Merluzzo. Una storia del pesce che ha cambiato il mondo - racconta l'evoluzione dell'umanità attraverso cibi e oggetti d'uso comune. Dopo ricerche che lo hanno portato a fare il giro del mondo nel 2016 ha pubblicato Carta. Sfogliare la storia: dove racconta le vicissitudini del materiale su cui, appunto, è stata letteralmente scritta la Storia.

Proviamo a riassumere 200 anni in una frase.
"La carta è uno dei più semplici materiali creati dall'uomo. Eppure la sua diffusione ha contribuito a fondare civiltà, propagare idee, scrivere leggi, scatenare rivoluzioni. Il suo percorso si è evoluto insieme a scienza, fede, filosofia, arte. Con la carta ti relazioni. Puoi raccontare stati d'animo riempiendola di segni. Puoi esserne intimidito e restare a fissarla. Può irritarti al punto da strapparla. E non si può hackerare. Un manoscritto può essere rubato, fotocopiato: ma se avete visto il film su Snowden, ricorderete che anche per la gola profonda della Nsa la carta resta il mezzo più sicuro".

Ha girato il mondo: la carta più fascinosa?
"La Washi giapponese, fatta a mano: sottile, leggera, forte e fibrosa è amata dagli artisti per come assorbe il colore. Importata in Olanda, cambiò il modo di disegnare lasciando il segno nella storia dell'arte".

Quella sapienza è ancora viva anche altrove?
"La carta che producete in Italia è ancora molto preziosa. Gli arabi, che hanno una lunga tradizione cartaia, ne hanno perso nozione. E anche la Cina, che pure la carta l'ha inventata, ha perso il suo primato dopo che Mao eliminò i piccoli artigiani. Oggi sono i più grandi produttori, ma di carta industriale. Per alcuni un'onta: quando la Washi divenne patrimonio dell'Unesco nel 2014, Gong Bin, maestro cartaio cinese, si sfregiò dicendo che la Cina aveva perso la faccia".

Oggi il libro vince sugli ebook: ma nel tempo la carta non ha un po' perso la sua utilità?
"I libri cartacei, di cui si era annunciata la morte, sono ancora lì. Credo dipenda dal fatto che gli ebook non sono un'invenzione necessaria: servono a chi fa un certo tipo di vita o di ricerca ma non offrono vantaggi al grande pubblico. La carta è ancora vitale e non solo nell'editoria: penso al ritorno di quella da pacchi legata al successo di Amazon. Le nuove tecnologie non necessariamente cancellano le vecchie: ampliano le scelte. La tv non ha ucciso la radio. Il vinile è di nuovo in auge. E l'industria delle candele fa profitti miliardari".

Ha raccontato che dalla nascita del buddismo in poi la carta è servita a propagare idee: e oggi?
"Riforma luterana, rivoluzione francese, il ciclostile simbolo del 68: la carta è stata strumento di organizzazione politica. Oggi i movimenti si organizzano sui social".

Lei su quale supporto scrive?
"Sul pc: offre il vantaggio di poter riscrivere e dunque sperimentare. L'ultima volta che scrissi a mano fu dopo la caduta dell'Urss. Viaggiai sulla transiberiana da Mosca a Pechino senza computer perché sui treni rubavano e non volevo passare il tempo a difenderlo. Scrissi su grandi taccuini. Me lo godetti: scrivere a mano ti mette in intimità con quel che racconti".

Che futuro ha la carta?
"Fluido come il suo passato. Si dice che fu inventata in Cina da Tsai Lun nel primo secolo della dinastia Han: ma sono stati ritrovati brandelli molto più antichi. Ora il problema è la deforestazione. Dovendo competere con strumenti elettronici, la carta di cattiva qualità - compresa quella dei giornali - scomparirà. Nel futuro penso a un nuovo tipo di carta ecologica bella e piacevole al tatto. Lontana dal papiro, ma con la stessa funzione".
La foto è stata scattata da Martino Lombezzi a Verona. Fa parte di un lavoro fotografico per conto delle cartiere Fedrigoni 

I mei capolavori letti con le mani

È il simbolo dell'arte italica, l'ultimo erede di Bodoni. "Borges si faceva raccontare i suoi libri: voleva sapere come venivano
Intervista con Franco Maria Ricci di Michele Smargiassi

Dalle finestre salgono le risate di una scolaresca smarrita fra i bambù del Labirinto della Masone, progettato con Jorge Luis Borges. A passo lento Franco Maria Ricci fa da guida fra le sale del suo museo, monumento, tempio iniziatico del Libro e della Bellezza nelle campagne della sua Parma. Editore, designer, collezionista, esteta, pilota d'auto e dandy, l'ultimo erede della virtù tipografica italiana ha 81 anni e ancora voglia di far libri, nonostante le traversie sulla proprietà del suo storico marchio. Nel corridoio con le 162 copertine della sua rivista d'arte di fama mondiale, FMR, gli viene un'idea: "Laura, dovremmo ristampare tutti i numeri, sono introvabili". La moglie alza gli occhi al cielo. Basterebbe metterli online... "Non ho mai letto un ebook". Lo dice senza disprezzo, come un'ovvietà. Perché è ovvio che la carta, imprevedibilmente, ha resistito.

Cosa abbiamo sottovalutato, della carta?
"Nulla. Un buon editore conosce la forza della carta. Ma per me è facile dirlo, ho lavorato con la carta tutta la mia vita".

Gli editori conoscono anche la minaccia del digitale...
"I codici miniati più belli furono realizzati dopo l'invenzione della stampa. Le rivoluzioni tecnologiche non fanno mai tabula rasa. Spesso rivitalizzano. A me il digitale fa gioco. Ha liberato il campo da tanti brutti libri".

E quelli che restano di carta?
"Vede questa libreria napoleonica? Ci sono quattrocento libri di Alberto Tallone, l'ultimo grande editore di libri tipografici. Non potrebbero esistere se non così".

Quali carte ha amato?
"Tutte quelle che ho fatto creare alle cartiere di Fabriano. Le vergate, le carte a mano, le filigranate coi simboli di Maria Luigia, ogni libro ha la sua carta, ogni carta ha il suo inchiostro".

La sua celebre carta azzurrina, una specie di firma...
"Fabriano Ingres, fatta apposta per me. Il punto d'azzurro lo scoprii in certe grida della Biblioteca Palatina a Parma. Accarezzi pure. La carta parla al tatto, si legge con le dita".

Qualcuno disse che la carta è la sottoveste dei pensieri. C'è un tratto sensuale nel libro prezioso. Nei suoi: seta Orient nera, impressioni d'oro, tavole applicate a mano...
"Il libro di carta è un individuo. Ha una biografia. Conserva l'impronta delle persone che lo hanno posseduto e letto".

Il libro che resterà sarà dunque un unicum, libro-oggetto?
"Questa è la mia collezione di dipinti. Nessuno ha mai detto "quadro-oggetto", eppure un dipinto è diverso dalla fotografia di un dipinto. Per i miei libri hanno scritto grandi autori: leggere i loro testi ripubblicati in edizioni meno curate, o su uno schermo, mi creda, è un'altra cosa".

Stiamo parlando di contenuti o di forme?
"Lei sa quanto amo Bodoni. Se sono un editore, è per lui. Nel 1964 il mio primo libro fu la riedizione del suo Manuale Tipografico. Bodoni lavorava per la corte, su testi per i quali non aveva alcun interesse, oggetti di lusso che i Borbone donavano ad altre corti. Ma lui li stampava divinamente. Guardi che splendore questa pagina, che eleganza in questi margini, che sontuoso scialo di bianchi, che disegno perfetto dei caratteri"".

Il testo ha poca importanza anche per lei?
"No, a differenza di Bodoni io ho potuto scegliere cosa stampare. Ho sempre chiesto testi a grandi autori. Calvino, Barthes, Zavattini, Eco, Cortazàr... È stato facile, dicevano sempre di sì. Nessuno rinunciava al piacere di vedere i propri pensieri impressi nei miei volumi".

Ma libri così preziosi, e costosi, non finiranno per essere solo oggetti da collezione?
"Ho fatto libri perché fossero letti, ma fosse anche bello tenerli fra le mani. Questa è la Biblioteca blu, piccole edizioni di letteratura. Mi costavano di più del loro prezzo di copertina".

E questa è "La biblioteca di Babele", che lei progettò con Borges. Lui sceglieva i titoli e lei decideva la forma, è così?
"No, discutevamo tutto assieme. Borges era ormai cieco, ma voleva sapere come sarebbero apparsi quei libri. Glieli spiegavo passeggiando in giardino. Era molto esigente. In Argentina gli avevano stampato delle porcherie, per fortuna non le poteva vedere".

Questa è l'"Encyclopédie" originale, vero? Lei ne fece una ristampa integrale in diciassette volumi, un'impresa colossale, perché? A chi, a cosa serviva?
"Grandi studiosi dell'Illuminismo mi hanno ringraziato. Ma forse è un'opera più da contemplare che da consultare. L'ho fatto perché è un simbolo. Un circolo di intellettuali, Diderot, D'Alembert, la volle in quella forma, è giusto che esista in quella forma".

Bodoni, Manuzio, le carte di Fabriano e di Amalfi... L'Italia, culla dei saperi del libro. Chi proseguirà quella storia?
"Forse qualche figlio di ricchi che stamperà libri in venti copie come regali di nozze... (ride, ndr)".

Si sente l'ultimo custode di una antica tradizione?
"Ho guidato questa Jaguar. Le sembra antica? Non sono le tecnologie a decidere cosa è moderno, ma la bellezza. Se amiamo la bellezza del libro, siamo noi i moderni".

La foto è stata scattata da Martino Lombezzi a Verona. Fa parte di un lavoro fotografico per conto delle cartiere Fedrigoni 

Tutti i fogli del Mulino Bianco

Ad Amalfi si fabbrica ancora la carta a mano con metodi antichissimi: sopravvissuti perfino alla burocrazia Ue
di Stella Cervasio


C'è un pezzo di mondo dove si può fare a meno del computer, del telefonino, dei social. E dove, perciò, si deve pensare, prima di scrivere. Una porta magica, dalla piazza di Amalfi, conduce alla Valle dei Mulini, nome bucolico della Silicon Valley del Medioevo. Qui si fa la carta con l'ovatta come al tempo degli scribi, non esistono cartucce per stampanti e si pratica un'arte ormai in disuso: la calligrafia, rigorosamente a penna e pennino a inchiostro. Una carta dove certo non è consigliato fare la lista della spesa: un foglio normale A4 costa sei centesimi, mentre qui uno analogo ha il bel costo di un euro. Per forza, è fatto a mano. E serve per la carta da lettere di presidenti e manager, partecipazioni di nozze da re, per il lavoro degli artisti al torchio o ad acquerello o per libri rari del valore di migliaia di euro.

Strade a tornanti sorvegliate da giganti di pietra, da poco tempo assillate da semafori che rendono alternata la circolazione di suv troppo grandi: a più di un'ora da Napoli si arriva alle cartiere della Repubblica Marinara del Sud. È un'arte antica: la carta e le scritture accompagnavano il commercio dei mercanti amalfitani. Sotto i Monti Lattari si arrampicavano in fila gli opifici, tetti spioventi come in Svizzera, mura grigie dedite a un lavoro silenzioso, rotto solo dal rumore del fiume Canneto, detto anche "Chiarito". Lo scroscio è continuo, sembra sempre che piova qui. A lavorare ancora come allora - il XIII secolo, quando sorse - è la cartiera Amatruda. I suoi fogli pregiati sono arrivati alla Casa Bianca, ci hanno stampato su menù per Wojtyla e a Ratzinger piace tanto che la usa anche dopo aver lasciato il soglio.

A pochi passi dalla piazza del Duomo di Amalfi congestionata di pullman e turisti, il paesaggio si fa ruvido, verde spento. "Secondo lo storico Galanti - spiega Antonietta Amatruda, che con la sorella Teresa amministra l'azienda - c'erano tredici cartiere. Tranne noi, oggi sono rimasti solo ruderi. Tanti progetti, ma la proto-industria se ne sta andando". Siamo in un mulino in cui si salgono e scendono scalette di pietra costeggiando vasche piene d'acqua e canali dove il fiume, che dietro l'edificio si distende ai piedi di una cascata, è stato irregimentato con dighe e invasi, per dosare l'energia dell'acqua che muoveva le macchine. Qualcosa è cambiato: come si impara nel Museo della Carta che non dista molto da qui e conta quindicimila visitatori all'anno, un tempo la carta si faceva con stracci di lino, cotone e canapa e quelli colorati si stingevano con l'ammoniaca dell'urina.

Oggi le regole Ue non potrebbero consentirlo: "Gli stracci non c'erano già più al tempo di nostro padre Luigi - racconta Antonietta - L'amicizia con i Falck delle acciaierie gli fruttò un passaggio sulle navi per le balle di cellulosa, e cominciò una nuova produzione. Ora usiamo il cotone che viene dall'Egitto e i fogli di cellulosa dalle foreste controllate della Svezia. Si lavora a ciclo produttivo chiuso, senza scarichi, le acque sono pulite. Il fiume ci serve puro, se si sporca anche solo di detriti, come oggi che è piovuto dopo molti giorni, dobbiamo fermare la lavorazione perché la carta non risulterebbe bianca. Ma il fiume è pieno di trote, segno che non è inquinato". Papà Luigi, che aveva fabbricato anche "cartucce" per la guerra, figlio di Ferdinando ed erede di parecchie generazioni di Amatruda, morì troppo presto, lasciando l'azienda a moglie e figlie. "All'inizio non ci credeva, ma noi donne - sottolinea Teresa - eravamo forti e ce l'abbiamo fatta".

Nel Museo della Carta, che è una fondazione creata da uno dei più antichi imprenditori di Amalfi, Nicola Milano, morto a novantanove anni senza figli, e che lavorò fino al 1969, si vede invece l'albero a camme fatto di tronchi di legno, che pestava gli stracci: impiegava ventiquattro ore per spappolarli. Nel mulino Amatruda invece ora Maria, un volto antico da abitante della Costiera, contaminata d'Oriente, rimesta con la pala nella vasca dove cotone e acqua vengono poi filtrati dalla "forma", una cornice di legno intorno a una sottilissima rete metallica che reca incisa la filigrana della cartiera. Il foglio è ancora liquido ma comincerà ad asciugarsi capovolto su un feltro di lana. "L'Unione europea voleva vietarlo, ma qui si fa eccezione, perché si usa anche nella Zecca per la fabbricazione della carta moneta". Su fili tesi tra enormi pali di castagno i fogli si seccano senza ingiallire. Come facevano da queste parti, grazie all'aria di mare, anche spaghetti e maccheroni fabbricati in mulini simili a questi.

Attraversando stanze stipate di macchinari che non avevano bisogno di elettricità e di soffici risme burrose dagli orli sfrangiati ("qui non si taglia niente - mostra l'imprenditrice - anche le buste dei biglietti da visita vengono fabbricate intere e poi incollate"), si arriva alla stanza delle meraviglie di casa Amatruda. Da un armadio escono i figli nobili della cartiera: l'edizione in settecento esemplari del processo contro i Templari su carta d'Amalfi, edita dagli Archivi Segreti Vaticani: costo diecimila euro. Una biografia per immagini di Dino Buzzati. Un libro d'artista di Agostino Bonalumi e uno di Antonio Corpora: il regno dei colori. Il cuore è però in un libretto del 1966 dove Salvatore Quasimodo fa un Elogio di Amalfi: "Come rubate ai fondali sembrano le case aggrappate alla roccia, bianche, o nei contrasti degli smalti, unite ai brevi agrumeti". Pochi giorni fa alla biblioteca Marciana di Venezia le sorelle Amatruda hanno portato il volume appena uscito del testamento di Marco Polo: "Anche il grande viaggiatore, come nostro padre, aveva due figlie femmine, e il suo fu un lascito insolito ma vincente".