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(agf)

Di Maio e l’autodafé del Movimento

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A un passo dal baratro, Di Maio compie in tv la sua mossa della disperazione. Come Renzi che anticipa l'eutanasia del Pd negli studi di Fabio Fazio, il capo grillino celebra l'autodafé del Movimento in quelli di Lucia Annunziata. La rinuncia alla premiership, per lui che la rivendica da sessanta giorni senza se e senza ma, è molto più che un passo indietro o di lato. È una resa politica. Praticamente senza condizioni (se non la solita: "sì al governo con Salvini ma non con Berlusconi", che rende l'offerta al ribasso un po' meno umiliante per la galassia pentastellata, ma ancora una volta respingente per la nomenklatura forzaleghista).

La "svolta" tattica è sfacciata. Come accade da due mesi a questa parte, il gioco cinico e baro resta sempre lo stesso: lo scarico della responsabilità, mentre si finge di assumerla. Si passa il cerino nelle mani dell'avversario (o in questo caso del mancato alleato…
A un passo dal baratro, Di Maio compie in tv la sua mossa della disperazione. Come Renzi che anticipa l'eutanasia del Pd negli studi di Fabio Fazio, il capo grillino celebra l'autodafé del Movimento in quelli di Lucia Annunziata. La rinuncia alla premiership, per lui che la rivendica da sessanta giorni senza se e senza ma, è molto più che un passo indietro o di lato. È una resa politica. Praticamente senza condizioni (se non la solita: "sì al governo con Salvini ma non con Berlusconi", che rende l'offerta al ribasso un po' meno umiliante per la galassia pentastellata, ma ancora una volta respingente per la nomenklatura forzaleghista).

La "svolta" tattica è sfacciata. Come accade da due mesi a questa parte, il gioco cinico e baro resta sempre lo stesso: lo scarico della responsabilità, mentre si finge di assumerla. Si passa il cerino nelle mani dell'avversario (o in questo caso del mancato alleato) perché si bruci lui di fronte al Capo dello Stato e al Paese. La "ritirata" strategica è conclamata. Tutto è cambiato, dopo l'alba radiosa del 5 marzo. M5S non governerà il Paese, come aveva garantito per troppo velleitarismo. Di Maio non sarà presidente del Consiglio, come aveva promesso per eccesso di dilettantismo. La doppia capitolazione è destinata ad avere conseguenze politiche rilevanti.
Se non si vota presto, al massimo entro l'autunno, il destino di Di Maio è segnato. Ha avuto la sua chance, e non è riuscito a sfruttarla, impiccandosi all'impalpabile totem della premiership e all'improbabile politica dei due forni. E non potrà salvarsi con l'ennesima deroga "ad personam" al già incostituzionale non-statuto M5S, che vieta a tutti gli eletti di superare i due mandati. Dunque, come nella destra e nel Pd, anche nel Movimento la resa dei conti è già cominciata.

Al centro si muovono i fuoriusciti ammucchiati nel gruppo misto, già pronti a risucchiare altri "responsabili" per far nascere la mitica Terza Repubblica. In periferia si agitano i cacicchi selezionati dall'algoritmo Rousseau, già poveri di idee e di spirito di appartenenza e dunque già calati in un clima da liberi tutti. Dall'alto Alessandro Di Battista osserva, indeciso se strappare subito i biglietti aerei per il Sud America. Così la metamorfosi del Movimento rischia di abortire. Di Maio ha provato a costituzionalizzare una forza nata contro e al di fuori del sistema. Fino ad ammainare, in un imbarazzante crescendo di ambiguità dorotea, tutte le bandiere della campagna elettorale pentastellata, dalla contestazione del Fiscal Compact alla delegittimazione della Nato, dal reddito di cittadinanza all'abolizione della Legge Fornero.
Ma quel tentativo era strumentale a un solo obiettivo: entrare a Palazzo Chigi. Nel momento in cui la "missione governista" fallisce, il Movimento ricade vittima della sua peggiore "regressione populista". E questo riapre un serio problema democratico, per il quale nessuno dovrebbe gioire (meno che mai la sinistra). Grillo rispolvera il referendum per l'uscita dall'euro. Di Maio riesce a fare molto di peggio. È evidente che il Rosatellum sia stato concepito per un governo Renzusconi che avrebbe dovuto tagliare fuori M5S. Ma di qui a denunciare "il grave rischio che una forza come la nostra, votata da 11 milioni di italiani, si allontani dalla democrazia rappresentativa", il passo è enorme.

Senza dirlo, Di Maio evoca la ribellione del popolo contro l'establishment. Allude a una possibile mobilitazione delle piazze del Vaffa. Le usa come arma di pressione istituzionale. E qui, più che alla mossa della disperazione, siamo ai limiti dell'eversione. Per mezzo secolo la politica italiana è stata bloccata dal Fattore K, l'interdetto democristiano e atlantista che precludeva al Pci l'accesso alla "stanza dei bottoni". Nel 1976 i comunisti raggiunsero uno storico 34,4% con quasi 13 milioni di voti. Eppure Enrico Berlinguer non si sognò mai di chiamare le masse alla rivolta popolare. Al contrario, nel '73 teorizzò addirittura che "questo Paese non si governa neanche con il 51%".

Di Maio e i suoi scherani, che spesso si ritengono a sproposito "eredi di Berlinguer", farebbero bene a trarne qualche lezione, qualunque sia lo sbocco di questa crisi. Per quanto logorata e fragile, questa democrazia parlamentare ha ancora le sue regole. Si governa se si ha una maggioranza, da soli o in coalizione. Il presidente della Repubblica nomina il premier, e su proposta di quest'ultimo anche i ministri. È la nostra Costituzione, e va rispettata. Almeno finché non riusciranno a riscriverla gli azzeccagarbugli della Casaleggio & Associati.