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(reuters)

La preoccupazione strategica di Israele

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La tensione tra Israele e Iran, dopo la disdetta da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump del patto sul nucleare con Teheran, diventa scontro tra raid e missili sul territorio siriano. L'attacco israeliano nella notte avrebbe distrutto, secondo il ministro della Difesa Avigdor Lieberman, "quasi tutte le infrastrutture iraniane in Siria". L'iniziativa militare rappresenta una reazione ai 20 missili sparati contro un avamposto israeliano sulle alture del Golan, ma ha un peso ancora più significativo se inserita nel più ampio contesto di ciò che sta accadendo nel vicino oriente.
Il governo guidato da Benjamin Netanyahu ha infatti da giorni suggerito alle autorità della zona di aprire i rifugi dopo aver constatato attività pericolose delle forze iraniane in Siria. Lo stato d'allerta è dunque alto. L'Iran deve "ricordare il detto che 'se piove su di noi, su di loro ci sarà la tempesta'&quo…
La tensione tra Israele e Iran, dopo la disdetta da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump del patto sul nucleare con Teheran, diventa scontro tra raid e missili sul territorio siriano. L'attacco israeliano nella notte avrebbe distrutto, secondo il ministro della Difesa Avigdor Lieberman, "quasi tutte le infrastrutture iraniane in Siria". L'iniziativa militare rappresenta una reazione ai 20 missili sparati contro un avamposto israeliano sulle alture del Golan, ma ha un peso ancora più significativo se inserita nel più ampio contesto di ciò che sta accadendo nel vicino oriente.
Il governo guidato da Benjamin Netanyahu ha infatti da giorni suggerito alle autorità della zona di aprire i rifugi dopo aver constatato attività pericolose delle forze iraniane in Siria. Lo stato d'allerta è dunque alto. L'Iran deve "ricordare il detto che 'se piove su di noi, su di loro ci sarà la tempesta'", ha aggiunto Lieberman: "Spero che abbiamo finito con questo episodio e tutti abbiano capito".

Ma al di là delle tensioni contingenti, aggravate appunto dalla decisione americana di ritirarsi dall'accordo con l'Iran e dallo spostamento dell'ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme, questo scenario di crisi ha radici più profonde e rischia di produrre effetti pericolosi nel breve periodo. Se infatti nel medio periodo la preoccupazione strategica di Israele (e degli Stati Uniti e dell'Arabia Saudita) è quella che il regime degli ayatollah si doti dell'arma atomica per esercitare sull'intera regione la sua leadership in maniera più aggressiva e per contrastare e minacciare la forza militare dello Stato ebraico, nel breve periodo invece per il governo Netanyahu ciò che è avvertito come un rischio intollerabile è che la Siria, diventata ormai di fatto un protettorato della triplice alleanza tra Iran, Russia e Turchia, si trasformi anche in una grande base militare per le forze iraniane a ridosso dei confini di Israele.

In parte questa trasformazione è già avvenuta, visto che le milizie di Hezbollah sono diventate sempre più forti, dopo la sconfitta dello Stato islamico, e visto che da tempo il territorio siriano ha accolto i pasdaran. Da giorni, per esempio, fonti israeliane hanno anche segnalato un incremento di movimenti per loro sospetti attorno ai porti siriani. In sostanza, da quando Netanyahu ha mostrato alla conferenza sulla sicurezza di Monaco, il 18 febbraio scorso, un pezzo di un rottame di un drone iraniano distrutto è in corso una strisciante guerra d'attrito tra Iran e Israele in Siria e una costante iniziativa israeliana, fatta di raid dichiarati o misteriosi, operazioni semi-segrete o annunciate, alternate a giorni di tregua e a iniziative diplomatiche, come l'incontro tra Netanyahu e il presidente russo Vladimir Putin ieri alla parata per le celebrazioni della vittoria nella Seconda guerra mondiale a Mosca. Questa iniziativa ha come obiettivo impedire lo sviluppo di basi iraniane in Siria e sembra destinata a continuare.

Sull'idea di contenere il potere iraniano in territorio siriano, e da lì nella regione, deve inoltre aver battuto anche il presidente francese Emmanuel Macron, quando nel suo recente viaggio americano ha tentato di convincere Trump a restare nel patto nucleare con Teheran (fallendo) e a non affrettare il disimpegno dalla Siria (ottenendo qualche rassicurazione). Orecchie non disattente a questo tipo di preoccupazioni, nel groviglio di interessi contrastanti e di ambizioni strategiche parallele che caratterizza il vicino oriente, dovrebbero essere anche quelle russe e turche. Mosca, Ankara e Teheran possono trovare un'efficace intesa di convenienza nella gestione della Siria stremata da anni di guerra civile, possono favorire vicendevoli scambi di affari commerciali e bellici, ma nessuna delle tre capitali è disposta a lasciare campo libero e monopolio nell'uso della pressione politica e militare a una delle altre due capitali alleate.

E' preoccupante, e scoraggiante, infine constatare, nell'aggravarsi delle tensioni, quanto fatichi ad affermarsi qualsiasi iniziativa politica che abbia come ispirazione di fondo il desiderio di far star meglio i popoli della regione e come scopo finale, oltre al contenimento delle minacce, una soluzione politica positiva per i siriani e quanto meno una stabile e vera tregua tra israeliani, palestinesi e Stati del vicino oriente.