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Nathalie Cabrol, una vita da marziano

Astrobiologa, super-scienziata, è lei a guidare il team che cerca la vita sul Pianeta Rosso. E lo fa a partire dalle rocce e dai vulcani della Terra: "Perché un laghetto delle Ande non dovrebbe essere poi così diverso da un laghetto su Marte"
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Viaggio per cercare la vita fuori dalla Terra». Nathalie Cabrol te lo dice semplicemente così, con queste otto parole. E poi sorride. Ma il suo non è un mestiere come un altro e se lo chiami mestiere, ti corregge: «Non mi sono mai sentita come una che va semplicemente al lavoro, neanche quando vengo qui in ufficio». Che poi è la sede del Carl Sagan Center all’interno del Seti Institute (Search for Extra-Terrestrial Intelligence) dalle parti di Mountain View, California. Di cui l’astrobiologa Cabrol - uno degli scienziati più celebrati al mondo nel suo settore - è direttore da poco meno di 3 anni, con il compito di indagare ogni forma di esistenza nell’universo. Per questo più che a raggiungere la sua scrivania da capo di un team di 80 super-esperti mondiali, Nathalie è abituta a tuffarsi in un lago a 6mila metri di altitudine o a scalare un vulcano, perché cercare quella «vita fuori dalla…
Viaggio per cercare la vita fuori dalla Terra». Nathalie Cabrol te lo dice semplicemente così, con queste otto parole. E poi sorride. Ma il suo non è un mestiere come un altro e se lo chiami mestiere, ti corregge: «Non mi sono mai sentita come una che va semplicemente al lavoro, neanche quando vengo qui in ufficio». Che poi è la sede del Carl Sagan Center all’interno del Seti Institute (Search for Extra-Terrestrial Intelligence) dalle parti di Mountain View, California. Di cui l’astrobiologa Cabrol - uno degli scienziati più celebrati al mondo nel suo settore - è direttore da poco meno di 3 anni, con il compito di indagare ogni forma di esistenza nell’universo. Per questo più che a raggiungere la sua scrivania da capo di un team di 80 super-esperti mondiali, Nathalie è abituta a tuffarsi in un lago a 6mila metri di altitudine o a scalare un vulcano, perché cercare quella «vita fuori dalla Terra» per lei significa innanzitutto esplorare in prima persona. E sapere tutto della vita quaggiù, per affrontare quella extraterrestre. Così ama essere sul campo. «Sì, sono esattamente quel genere di persona cui piace toccare le cose. Fare esperienza diretta per me vuol dire tutto». Il risultato è una vita di avventure sulle montagne e nei deserti di mezzo mondo, oltre a una solida carriera scientifica che l’ha portata alla Nasa e nel team per l’esplorazione di Marte. E a essere oggi la mente più influente nel campo dell’astrobiologia mondiale. 

È una storia lunga ed emozionante, quella dell’esploratrice Nathalie. Che comincia dalle parti di casa nostra e la porta lontano, tra il Pianeta Rosso e le  cime  bianche delle Ande. Perché Cabrol è nata in Francia, ha la nazionalità americana, ma si sente un po’ italiana. Aveva infatti una nonna molto amata dalle parti di Brescia, ha passato tutte le estati della sua infanzia sul lago di Garda e tuttora ha un pezzo importante della famiglia in Lombardia. Ma quando ricomincia a parlare di lavoro, ci fa “volare” subito su Marte. La sua storia professionale, infatti, parte tutta da lì: «Ho iniziato lavorando con le immagini della missione Viking, che mostravano la possibile presenza di acqua sul pianeta e hanno fatto sorgere domande sulla sua abitabilità». Era l’ormai lontano 1986: le fotografie raccolte dalle due sonde lanciate dalla Nasa dieci anni prima raccontavano il suolo e l’atmosfera marziana, e aprivano la strada alla ricerca della vita extraterrestre. Cabrol si dedicò allo studio in lungo e largo del cratere Gusev: grazie ai suoi studi il cratere, probabilmente un antico lago, fu scelto come sito di atterraggio di Spirit, il lander della Nasa che lì poggiò le sue ruote il 4 gennaio del 2004, inaugurando un’esplorazione di sei anni. «Oggi, però, interpretare solo le immagini catturate in loco non basta più. Oggi ci vuole la geologia marziana», aggiunge Cabrol.

Ed ecco che cercare la vita fuori dalla Terra diventa anche un compito da esploratori qui, sul nostro pianeta. Che poi, almeno per ora, è l’unico su cui gli esseri umani possono davvero mettere piede. L’idea è quella di individuare “analoghi terrestri” dei corpi celesti che potrebbero ospitare (o aver ospitato) la vita. Cioè luoghi della Terra simili a quelli di Marte e delle Lune di Saturno, per esempio, che permettano di fare sostanzialmente due cose: capire come potrebbe essere la vita in ambienti per noi estremi, per temperatura e composizione dell’aria, partendo dal presupposto che un laghetto vulcanico delle Ande non sia poi così diverso da un laghetto marziano. E capire come cercare questa vita extraterrestre attraverso una serie di esperimenti che vanno dal far atterrare un robot su un suolo aspro a farlo galleggiare su un laghetto di metano. Per questo, più o meno quindici anni fa, Cabrol ha cominciato ad andare in giro per vulcani e deserti. Con una precisazione importante: «Le ricerche in ambienti poco esplorati ci aiutano anche a capire meglio il nostro stesso pianeta. E a osservare come sta mutando per via dei cambiamenti climatici, stagione dopo stagione». Ma soprattutto più in generale ci aiuta a capire le origini della vita e la vita stessa, che è una cosa «che riconosciamo quando vediamo, ma che non sappiamo definire con precisione».

Entrando nel vivo dell’argomento, la super-scienziata si emoziona. Seduta sulla sua sedia di direttore del Carl Sagan Center schematizza così una questione chiave della scienza moderna: «Sappiamo che certe molecole, combinate fra loro, fanno una certa serie di cose che chiamiamo vita. Sono i “mattoni della vita”. Su Marte questi mattoni li abbiamo trovati, così come abbiamo capito che Marte e la Terra hanno ambienti simili. Perciò oggi ha senso pensare che a un certo punto la vita possa essersi evoluta anche lì». Tradotto, potremmo dire che Marte e la Terra sono pianeti fratelli, cioè si assomigliano ma non sono uguali. «Per esempio Marte non ha un’atmosfera. Perciò, se là c’è vita, è una vita sotto la superficie». A complicare le cose c’è che nel corso della loro storia i due pianeti potrebbero essersi scambiati un po’ di materiali, perché quando il Sistema Solare si è formato gli impatti tra oggetti spaziali erano frequenti e a ogni impatto si perdevano nello spazio polveri e rocce. Ma è una complicazione che apre a una possibilità eccitante: «Marte potrebbe avere in mano le chiavi della nostra storia». A differenza del nostro, infatti, è un pianeta abbastanza tranquillo: non c’è la tettonica a placche, non ci sono grandi movimenti della crosta, e le rocce non vanno incontro a trasformazioni continue. Quindi «potrebbe essere lassù la stele di Rosetta della vita! Oppure potremmo scoprire che la vita marziana e quella terrestre non si assomigliano affatto, il che lascerebbe pensare che quella nell’universo non è un accidente così straordinario. E anche questo ha un che di sconvolgente». In ogni caso, come se l’è immaginata in questi anni la vita marziana? «Beh, non complessa come quella terrestre perché su Marte non c’è abbastanza energia: probabilmente è simile a quella vissuta sulla Terra ai suoi inizi». E riusciremo a fare in tempo a vederla nei prossimi decenni? «Certo. Non ne sarei assolutamente sorpresa», risponde senza dubbi Cabrol. «Questa ricerca è cominciata solo quarant’anni fa, e da allora abbiamo capito tante cose su Marte e il sistema solare. Le nuove missioni, che partiranno nel 2020, hanno tutti gli strumenti per arrivare davvero in fondo».

Intanto eccoci a esplorare la Terra fin nei suoi posti più inospitali, o almeno inospitali per la nostra ottica così pigramente umana. Che non è quella di Nathalie. «Spesso mi chiedono perché faccia immersioni in un lago a 6mila metri sul livello del mare». È proprio la domanda che stavamo per farle. «Semplice: devo raccogliere dei campioni, materiali che mi servono per i test». Ed è inutile insistere sui suoi record di immersione ad alta quota, in apnea nel 2003 e scuba (cioè con le bombole) nel 2006, stabiliti sul vulcano Licancabur, uno dei laghi vulcanici più alti del mondo dove, nonostante l’intensa irradiazione ultravioletta, sono state trovate tante forme di vita. «Sì, uscire dall’acqua con zero ossigeno nei polmoni non lo puoi fare, perché l’aria è sottile e non torni a respirare come quando sei sul livello del mare. Ma tutto quello che faccio lo faccio per la scienza».

La scienza di Cabrol è un’avventura vera. E talvolta comporta qualche rischio. «Nel 2007, mentre scalavo un vulcano, è arrivato un sisma di magnitudo 7.8». Era il terremoto di Tocopilla: quella magnitudo significa che ha sprigionato quasi venti volte l’energia liberata dal più forte terremoto mai registrato in Italia. «Paura? No. Lì per lì no, perché stavamo scalando e non ce ne siamo quasi accorti. Ci ha avvertito uno dei miei logisti alla base del vulcano: in un attimo ha visto intorno a sé le nuvole di polvere che inghiottivano tutto, compresi noi che stavamo salendo. La paura è una cosa buona finché ti permette di scappare, ma quando ti trovi in certe situazioni devi mantenere la calma». Nathalie e il suo gruppo decisero di salire comunque in vetta, per evitare le valanghe: «La cosa divertente, se posso dire così, è che arrivati su ci siamo guardati e ci siamo detti “e ora che si fa? Beh, si continua a fare scienza”. Così, mentre il mio team iniziava a fare misurazioni, io mi sono messa a raccogliere informazioni dalla base. E la situazione era peggiorata: il vulcano Lascar aveva cominciato a eruttare. D’un tratto mi sono trovata a chiedermi che cosa avrebbe potuto ammazzarci prima: un’altra scossa, i gas, la cenere, i massi o la lava». Un bel catalogo, non c’è che dire. «Il logista allora mi ha richiamato e mi ha descritto un pennacchio di fumo giallo che si stava dirigendo verso di noi. Era gas di zolfo, dovevamo scappare!». Cabrol e i suoi sono scesi di corsa, con le rocce che rotolavano accanto a loro, e un’ora e mezzo dopo erano giù, al salvo. «Arrivata in macchina sono crollata. Non lo dimenticherò mai: sono un tipo razionale, ma lì avevo dovuto esserlo senza tregua per un’ora e mezzo, e con me c’erano sei persone di cui conoscevo anche le famiglie. In questi casi si parte che si è colleghi, e si torna che si è amici per la vita».

Ma un lavoro normale, no?, le chiediamo tra il serio e il faceto. «Sono stata fortunata. Non sempre è stato facile, ma tutte le difficoltà che ho dovuto superare avevano un senso». Perché Cabrol ha fatto esattamente la vita che sognava: «Mia mamma racconta che l’ho detto davanti alla tv, a cinque anni, guardando le immagini dell’allunaggio. Volevo studiare l’universo e cercare il segreto della vita». E molto presto ha cominciato anche ad appassionarsi al mondo subacqueo e alle immersioni. «Le prime le ho fatte da ragazzina, proprio a Desenzano, sul lago di Garda!» E con una storia che da Desenzano arriva sul Pianeta Rosso, cercando i misteri dell’universo, come si fa a definirlo un mestiere normale.