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(ansa)

La commedia del rinvio

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Quando Luigi Di Maio - l'uomo che girava con un contratto di governo prestampato da far firmare al miglior offerente - comunica che "stiamo scrivendo la Storia, manca solo il nome del premier", ricorda quel buontempone che ha annunciato su Facebook il suo matrimonio: "È tutto pronto, chiesa, ricevimento, bomboniere, fedi e viaggio di nozze. Adesso devo solo trovare la sposa".

Ora dopo ora, questa trattativa sui destini del Paese la cui conclusione viene ogni giorno rinviata all'indomani, perché c'è sempre un ultimo punto da discutere, assume i contorni della commedia all'italiana. E anche la storia della telefonata al Colle, da "a momenti chiamiamo il Quirinale" (Di Maio) a "entro stasera chiamiamo Mattarella" (Salvini) ha qualcosa di surreale, ricordandoci l'anomalia capricciosa di questa interminabile trattativa tra vincitori senza vittoria che da due mesi mettono veti sui vinti e fanno ballare la cris…
Quando Luigi Di Maio - l'uomo che girava con un contratto di governo prestampato da far firmare al miglior offerente - comunica che "stiamo scrivendo la Storia, manca solo il nome del premier", ricorda quel buontempone che ha annunciato su Facebook il suo matrimonio: "È tutto pronto, chiesa, ricevimento, bomboniere, fedi e viaggio di nozze. Adesso devo solo trovare la sposa".

Ora dopo ora, questa trattativa sui destini del Paese la cui conclusione viene ogni giorno rinviata all'indomani, perché c'è sempre un ultimo punto da discutere, assume i contorni della commedia all'italiana. E anche la storia della telefonata al Colle, da "a momenti chiamiamo il Quirinale" (Di Maio) a "entro stasera chiamiamo Mattarella" (Salvini) ha qualcosa di surreale, ricordandoci l'anomalia capricciosa di questa interminabile trattativa tra vincitori senza vittoria che da due mesi mettono veti sui vinti e fanno ballare la crisi su mandati esplorativi a salve e governi di servizio impallinati prima di partire, e poi una domenica sera chiamano Mattarella per dirgli che va tutto alla grande, però il nome del premier ancora non ce l'hanno.

Dopo che neanche il passo indietro di Berlusconi è bastato per far celebrare le nozze Salvini-Di Maio, il capo politico dei 5 Stelle continua a informarci che siamo appena entrati nella Terza Repubblica, e dev'essere per questo che non valgono più le regole delle prime due, dove i partiti si schieravano, il presidente della Repubblica sceglieva il premier e poi l'incaricato contrattava programma e ministeri. Adesso il galateo della Repubblica è stato capovolto. Assistiamo a una trattativa in cui i due alleati fanno l'elenco delle cose da fare davanti a una sedia vuota, quella del premier incaricato, proponendosi di consegnare al Quirinale un contratto già firmato, solo da registrare. E questo evidente strappo alla prassi costituzionale - tollerato solo dalla saggia pazienza del capo dello Stato, ormai prossima a esaurirsi - viene rivendicato dai due leader del populismo all'italiana, felici di annunciare che "si sta parlando di temi, non di nomi, non di cognomi, non di ministri".

E dunque il progetto della nuova Bengodi pentalegastellata è stato disegnato prima di scegliere l'architetto. Si capisce che adesso non sia facile trovare qualcuno disposto a firmarlo. Ma la trattativa continua, perché c'è ancora un ultimo punto da concordare, e non è detto che non sia proprio su quel punto che, a sorpresa, i vincitori annuncino la sconfitta. Negando, si capisce, che tutto sia saltato per i nomi (e per i cognomi), o per salvare la purezza della razza grillina che solo Di Maio può provare a garantire. Tutto è rinviato a lunedì. Quando forse si rinvierà a martedì. Perché ancora una volta, come direbbe Flaiano, la situazione è grave ma non seria.