Quattro modi per uscire dall’Europa
Fabio Bogo, di FABIO BOGO
Il primo colpo alla costruzione europea l’ha dato la Brexit. Il secondo è arrivato con l’elezione del presidente americano Donald Trump, che con le sue aggressive politiche commerciali e diplomatiche ha creato divisioni all’interno della stessa Ue. Il terzo, e forse più pericoloso, viene dall’Italia, dove il populismo che non è riuscito a decollare in Francia trova una porta aperta a Roma, con l’asse tra 5 Stelle e Lega. Un asse che in maniera simbolica espone una faccia conciliante rispetto ad alcuni temi importanti, come l’appartenenza all’euro, ma che su altri aspetti meno appariscenti ma fondamentali mette il timone in direzione opposta a quella che impone l’appartenenza ad una comunità.
È il caso della riforma delle pensioni. Abbandonare la linea fissata dalla legge Fornero - ha avvertito Bankitalia - mina la sostenibilità del debito pubblico e indebolisce uno dei punti di forza della finan…
È il caso della riforma delle pensioni. Abbandonare la linea fissata dalla legge Fornero - ha avvertito Bankitalia - mina la sostenibilità del debito pubblico e indebolisce uno dei punti di forza della finan…
Il primo colpo alla costruzione europea l’ha dato la Brexit. Il secondo è arrivato con l’elezione del presidente americano Donald Trump, che con le sue aggressive politiche commerciali e diplomatiche ha creato divisioni all’interno della stessa Ue. Il terzo, e forse più pericoloso, viene dall’Italia, dove il populismo che non è riuscito a decollare in Francia trova una porta aperta a Roma, con l’asse tra 5 Stelle e Lega. Un asse che in maniera simbolica espone una faccia conciliante rispetto ad alcuni temi importanti, come l’appartenenza all’euro, ma che su altri aspetti meno appariscenti ma fondamentali mette il timone in direzione opposta a quella che impone l’appartenenza ad una comunità.
È il caso della riforma delle pensioni. Abbandonare la linea fissata dalla legge Fornero - ha avvertito Bankitalia - mina la sostenibilità del debito pubblico e indebolisce uno dei punti di forza della finanza pubblica italiana. Una finanza pubblica che ha proprio nel peso esponenziale del debito l’elemento di maggiore vulnerabilità di fronte al rinascere dei fattori esogeni, come il recente e repentino aumento del prezzo del petrolio.
È il caso dell’Ilva di Taranto, dove un accordo firmato con Mittal rischia di saltare in cambio dell’euforizzante ma incerta prospettiva di una riconversione ambientale rapida e indolore, senza tenere conto delle penali e della perdita di reputazione che questo comporterà.
È il caso del settore bancario, dove resta preponderante l’opposizione ideologica all’idea che gli investitori possano in casi ben definiti essere chiamati a pagare il conto dei dissesti degli istituti sui quali hanno scommesso, e dove spesso si riaffaccia l’idea di nazionalizzare le banche in crisi. E dove - ancora - non risulta sia stata cancellata dal programma dei 5 Stelle una norma che prevede addirittura che il 30 per cento degli emolumenti dei vertici bancari ed il 3 per cento degli utili prodotti dagli istituti sia ogni anno devoluto ad un fondo di ristoro dei risparmiatori, configurando pertanto per legge una sorta di esproprio preventivo di sapore sovietico. È il caso - infine - di Alitalia, dove avanza l’ipotesi, in assenza di un partner giudicato idoneo , di nazionalizzare la compagnia, incuranti del fatto che il padrone statale dovrà, come in passato, farsi carico delle perdite, socializzandole con i contribuenti, e delle inevitabili sanzioni comminate da Bruxelles per violazione delle norme sugli aiuti di Stato.
Di uscire dall’euro ufficialmente non si parla più. Ma dall’Europa si esce anche senza abbattere la porta: bastano solidi e meno eclatanti colpi di piccone alle pareti.
È il caso della riforma delle pensioni. Abbandonare la linea fissata dalla legge Fornero - ha avvertito Bankitalia - mina la sostenibilità del debito pubblico e indebolisce uno dei punti di forza della finanza pubblica italiana. Una finanza pubblica che ha proprio nel peso esponenziale del debito l’elemento di maggiore vulnerabilità di fronte al rinascere dei fattori esogeni, come il recente e repentino aumento del prezzo del petrolio.
È il caso dell’Ilva di Taranto, dove un accordo firmato con Mittal rischia di saltare in cambio dell’euforizzante ma incerta prospettiva di una riconversione ambientale rapida e indolore, senza tenere conto delle penali e della perdita di reputazione che questo comporterà.
È il caso del settore bancario, dove resta preponderante l’opposizione ideologica all’idea che gli investitori possano in casi ben definiti essere chiamati a pagare il conto dei dissesti degli istituti sui quali hanno scommesso, e dove spesso si riaffaccia l’idea di nazionalizzare le banche in crisi. E dove - ancora - non risulta sia stata cancellata dal programma dei 5 Stelle una norma che prevede addirittura che il 30 per cento degli emolumenti dei vertici bancari ed il 3 per cento degli utili prodotti dagli istituti sia ogni anno devoluto ad un fondo di ristoro dei risparmiatori, configurando pertanto per legge una sorta di esproprio preventivo di sapore sovietico. È il caso - infine - di Alitalia, dove avanza l’ipotesi, in assenza di un partner giudicato idoneo , di nazionalizzare la compagnia, incuranti del fatto che il padrone statale dovrà, come in passato, farsi carico delle perdite, socializzandole con i contribuenti, e delle inevitabili sanzioni comminate da Bruxelles per violazione delle norme sugli aiuti di Stato.
Di uscire dall’euro ufficialmente non si parla più. Ma dall’Europa si esce anche senza abbattere la porta: bastano solidi e meno eclatanti colpi di piccone alle pareti.