A Gerusalemme il trionfo incendiario di Trump
Federico Rampini , di FEDERICO RAMPINI
"L'inaugurazione dell'Ambasciata Usa a Gerusalemme è in diretta su @FoxNews & @FoxBusiness... Un grande giorno per Israele!". Così Donald Trump su Twitter ha pubblicizzato in anticipo la diretta televisiva della "rete amica" Fox News sull'inaugurazione dell'Ambasciata Usa a Gerusalemme. A parte lo spot pubblicitario per un network privato, il presidente ha voluto così alimentare l'attesa per il suo videocollegamento con la cerimonia. Alla quale lui non è presente, ma quasi: ha mandato una delegazione di altissimo livello con la figlia Ivanka, il genero Jared Kushner e il segretario al Tesoro Steve Mnuchin.
Mentre cresce il bilancio delle vittime negli scontri a Gaza, è evidente il contrasto con il trionfalismo e il tono festoso di Trump. E' altrettanto evidente come la sua decisione di spostare l'ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme abbia avuto ripercussioni a scoppio ritardato. Si sa che il gesto …
Mentre cresce il bilancio delle vittime negli scontri a Gaza, è evidente il contrasto con il trionfalismo e il tono festoso di Trump. E' altrettanto evidente come la sua decisione di spostare l'ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme abbia avuto ripercussioni a scoppio ritardato. Si sa che il gesto …
"L'inaugurazione dell'Ambasciata Usa a Gerusalemme è in diretta su @FoxNews & @FoxBusiness... Un grande giorno per Israele!". Così Donald Trump su Twitter ha pubblicizzato in anticipo la diretta televisiva della "rete amica" Fox News sull'inaugurazione dell'Ambasciata Usa a Gerusalemme. A parte lo spot pubblicitario per un network privato, il presidente ha voluto così alimentare l'attesa per il suo videocollegamento con la cerimonia. Alla quale lui non è presente, ma quasi: ha mandato una delegazione di altissimo livello con la figlia Ivanka, il genero Jared Kushner e il segretario al Tesoro Steve Mnuchin.
Mentre cresce il bilancio delle vittime negli scontri a Gaza, è evidente il contrasto con il trionfalismo e il tono festoso di Trump. E' altrettanto evidente come la sua decisione di spostare l'ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme abbia avuto ripercussioni a scoppio ritardato. Si sa che il gesto è gravido di un significato politico-diplomatico, tanto più in una Terra Santa dove i simboli territoriali sono vissuti con tensioni drammatiche.
Da quando esiste lo Stato d'Israele le sue principali istituzioni hanno sede a Gerusalemme ed è in quella città che i leader stranieri hanno sempre compiuto le loro visite ufficiali. Ma quasi tutti i governi del mondo hanno mantenuto le loro ambasciate a Tel Aviv per segnalare la volontà di mantenere aperto lo status di Gerusalemme, in attesa di una decisione finale da concordare con i palestinesi (Gerusalemme Est dovrebbe essere la loro capitale, se mai vedrà la luce un vero Stato della Palestina).
Lo strappo americano è netto. Eppure l'annuncio di Trump a dicembre fu un non-evento, le attese di una Terza Intifada furono smentite. Che cosa è cambiato oggi? La virulenza delle proteste, va precisato, è tutta nella striscia di Gaza, mentre in Cisgiordania, negli altri Territori occupati, a Gerusalemme Est, non si segnalano per adesso scontri cruenti. È inevitabile legare la vicenda dell'ambasciata americana agli ultimi sviluppi sull'Iran: la settimana scorsa Trump annunciava il ritiro dall'accordo nucleare, sposando in pieno la linea di Benjamin Netanyahu. Un editoriale della Bbc definisce questa "la settimana del massimo successo politico per Netanyahu" (tra Iran e Ambasciata Usa ha ottenuto il 100% delle sue richieste) e al tempo stesso aggiunge che "questo non significa che gli sviluppi vadano verso la pace".
Più in generale l'esplosione delle proteste a Gaza si situa in uno scenario in cui l'America rafforza il suo allineamento totale coi due alleati prediletti, Israele e Arabia saudita. I quali sembrano ricavarne una sorta di via libera per i propri regolamenti di conti coi nemici di sempre. L'appoggio di Trump incoraggia atteggiamenti più intransigenti e radicali sia da parte di Netanyahu che di Muhammad Bin Salman; e di riflesso acutizza le contro-reazioni (vedi anche le ultime battaglie in Siria che hanno portato ai massimi la tensione militare diretta fra forze israeliane e iraniane). D'altra parte la virulenza delle proteste palestinesi è legata al crescente isolamento di Gaza sotto Hamas, che ha smesso di ricevere fondi dai sauditi ed è abbandonato da altri ex-alleati, vedi l'Egitto.
Mentre cresce il bilancio delle vittime negli scontri a Gaza, è evidente il contrasto con il trionfalismo e il tono festoso di Trump. E' altrettanto evidente come la sua decisione di spostare l'ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme abbia avuto ripercussioni a scoppio ritardato. Si sa che il gesto è gravido di un significato politico-diplomatico, tanto più in una Terra Santa dove i simboli territoriali sono vissuti con tensioni drammatiche.
Da quando esiste lo Stato d'Israele le sue principali istituzioni hanno sede a Gerusalemme ed è in quella città che i leader stranieri hanno sempre compiuto le loro visite ufficiali. Ma quasi tutti i governi del mondo hanno mantenuto le loro ambasciate a Tel Aviv per segnalare la volontà di mantenere aperto lo status di Gerusalemme, in attesa di una decisione finale da concordare con i palestinesi (Gerusalemme Est dovrebbe essere la loro capitale, se mai vedrà la luce un vero Stato della Palestina).
Lo strappo americano è netto. Eppure l'annuncio di Trump a dicembre fu un non-evento, le attese di una Terza Intifada furono smentite. Che cosa è cambiato oggi? La virulenza delle proteste, va precisato, è tutta nella striscia di Gaza, mentre in Cisgiordania, negli altri Territori occupati, a Gerusalemme Est, non si segnalano per adesso scontri cruenti. È inevitabile legare la vicenda dell'ambasciata americana agli ultimi sviluppi sull'Iran: la settimana scorsa Trump annunciava il ritiro dall'accordo nucleare, sposando in pieno la linea di Benjamin Netanyahu. Un editoriale della Bbc definisce questa "la settimana del massimo successo politico per Netanyahu" (tra Iran e Ambasciata Usa ha ottenuto il 100% delle sue richieste) e al tempo stesso aggiunge che "questo non significa che gli sviluppi vadano verso la pace".
Più in generale l'esplosione delle proteste a Gaza si situa in uno scenario in cui l'America rafforza il suo allineamento totale coi due alleati prediletti, Israele e Arabia saudita. I quali sembrano ricavarne una sorta di via libera per i propri regolamenti di conti coi nemici di sempre. L'appoggio di Trump incoraggia atteggiamenti più intransigenti e radicali sia da parte di Netanyahu che di Muhammad Bin Salman; e di riflesso acutizza le contro-reazioni (vedi anche le ultime battaglie in Siria che hanno portato ai massimi la tensione militare diretta fra forze israeliane e iraniane). D'altra parte la virulenza delle proteste palestinesi è legata al crescente isolamento di Gaza sotto Hamas, che ha smesso di ricevere fondi dai sauditi ed è abbandonato da altri ex-alleati, vedi l'Egitto.