Per gli israeliani la proclamazione dello Stato ebraico è il grande anniversario da celebrare; per i palestinesi è la Nakba, la Catastrofe, l’esodo forzato o spontaneo da città e villaggi della loro gente. Questo accadde settant’anni fa, nel 1948. Sul presente che conta nuovi morti pesa quel passato, le cui ferite sono sempre più profonde. Né si pensa possano cicatrizzarsi nel futuro scrutabile vista la tenzone che continua a dividere i due popoli, non certo risparmiati dalla Storia. I quali si contendono la stessa terra. Su posizioni ineguali. Nettamente impari.
Le due facce del dramma, in questa fase, sono ben visibili nelle immagini offerte dalla cronaca nelle ultime ore: da un lato i manifestanti di Gaza, ma anche della Cisgiordania, mobilitati dalla patetica “marcia del ritorno” cominciata il 30 marzo, la quale già conta in pochi giorni un centinaio di morti e migliaia di feriti; dall’altro l’inauguraz…
Le due facce del dramma, in questa fase, sono ben visibili nelle immagini offerte dalla cronaca nelle ultime ore: da un lato i manifestanti di Gaza, ma anche della Cisgiordania, mobilitati dalla patetica “marcia del ritorno” cominciata il 30 marzo, la quale già conta in pochi giorni un centinaio di morti e migliaia di feriti; dall’altro l’inauguraz…
Per gli israeliani la proclamazione dello Stato ebraico è il grande anniversario da celebrare; per i palestinesi è la Nakba, la Catastrofe, l’esodo forzato o spontaneo da città e villaggi della loro gente. Questo accadde settant’anni fa, nel 1948. Sul presente che conta nuovi morti pesa quel passato, le cui ferite sono sempre più profonde. Né si pensa possano cicatrizzarsi nel futuro scrutabile vista la tenzone che continua a dividere i due popoli, non certo risparmiati dalla Storia. I quali si contendono la stessa terra. Su posizioni ineguali. Nettamente impari.
Le due facce del dramma, in questa fase, sono ben visibili nelle immagini offerte dalla cronaca nelle ultime ore: da un lato i manifestanti di Gaza, ma anche della Cisgiordania, mobilitati dalla patetica “marcia del ritorno” cominciata il 30 marzo, la quale già conta in pochi giorni un centinaio di morti e migliaia di feriti; dall’altro l’inaugurazione dell’ambasciata americana a Gerusalemme, trasferita da Tel Aviv, avvenuta con una festosa cerimonia cui hanno partecipato gli stretti familiari di Donald Trump appena arrivati da Washington. L’apertura della rappresentanza degli Stati Uniti ha assunto il chiaro significato di un riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte della superpotenza. Dopo averli ignorati uscendo da solo dall’accordo sul nucleare iraniano, l’agitato inquilino della Casa Bianca ha ancora una volta trascurato quelli che dovrebbero essere i suoi alleati.
Il mandato britannico sulla Palestina finì ufficialmente il 15 maggio 1948, ma la data coincideva con una sabato e l’allora primo ministro David Ben Gurion per accontentare i rabbini, gelosi del giorno dedicato al riposo, anticipò di ventiquattro ore la proclamazione dello Stato di Israele. I palestinesi non spostarono invece la Nakba, il loro giorno di festa è il venerdì. A parte la differenza di poche ore, la coincidenza di fatto a metà maggio delle due commemorazioni, l’indipendenza per gli uni la catastrofe per gli altri, è adesso resa ancora più sensibile dal trasferimento dell’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme, in conformità alla decisione di Trump.
Il Parlamento americano si era già adeguato a quanto aveva decretato il Parlamento israeliano nell’80 e aveva dichiarato in precedenza Ben Gurion, nel ’49.
Fin da allora il Parlamento israeliano, già insediato a Gerusalemme, e il primo ministro laico Ben Gurion avevano riconosciuto la città santa come capitale dello Stato ebraico. Ma l’applicazione del riconoscimento restava in sospeso per gli americani perché la sorte di Gerusalemme, contesa come capitale da palestinesi e israeliani, doveva essere decisa con negoziati, come era stato deciso dall’accordo di Oslo del ’93. Cosi è stato per la maggioranza dei paesi che hanno mantenuto le rappresentanze a Tel Aviv. Anche nel rispetto della decisione dell’Onu che nel ’47 aveva esortato alla creazione di due Stati (rifiutata dagli arabi), e al tempo stesso dichiarato Gerusalemme un “corpus separatum”. Ossia un’entità internazionale sotto la sorveglianza (gli “auspici”) delle Nazioni Unite.
Durante la guerra del ’67 c’è stata la conquista israeliana di Gerusalemme Est, e ben presto, dopo qualche imbarazzo dei laici israeliani, è stata realizzata l’unificazione della città e quindi l’annessione e la promozione a capitale dello Stato ebraico. Città santa per tre religioni, ognuna delle quali vanta diritti, in realtà Gerusalemme è il terzo luogo santo dell’Islam, dopo Mecca e Medina, e i suoi legami con il cristianesimo sono più legati alla figura di Cristo che ai luoghi. Mentre per gli ebrei, al di là della Storia, Gerusalemme è stato per millenni il punto di riferimento. Per la diaspora è stato il centro dell’universo. C’è dunque una priorità ebraica, anche se questo può irritare gli altri monoteismi. Ma nel frattempo Gerusalemme, e in particolare le moschee della spianata, soprattutto quella di Al Aqsa, sono diventate simboli di identità non solo religiose per molti palestinesi. Come l’immagine di Gerusalemme ha ispirato gli ebrei della diaspora, cosi l’immagine di Al Aqsa, appesa nelle case palestinesi, ha assunto un forte valore simbolico.
Come i suoi predecessori Donald Trump poteva rinviare il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme, e comportarsi come quasi tutti gli altri paesi, mantenendola a Tel Aviv. Poteva insomma attendere un negoziato, anche se per la verità l’attesa dura da troppo tempo. Come quando si è ritirato dall’accordo sul nucleare iraniano Donald Trump si è allineato sulle posizioni del governo israeliano, abbandonando ancora una volta il ruolo di mediatore, che i predecessori avevano a stento mantenuto, pur non nascondendo l’alleanza con Israele. Barack Obama è stata una parentesi che Donald Trump ha chiuso.
I manifestanti di Gaza, ai quali i soldati israeliani non hanno risparmiato proiettili veri, sono spesso indicati dalla propaganda come miliziani di Hamas legati agli iraniani. Tra chi affrontava i soldati israeliani, nel compiere la disperata “marcia del ritorno”, non mancavano le donne, e chi aveva la possibilità di distinguerli non ha individuato tra gli uomini molti militanti di Hamas. Ma pochi osano escludere che l’Iran, del quale sono noti i rapporti con i reparti armati di Hamas, sia in grado e ansioso di alimentare gli scontri. Colpiti in Siria gli iraniani risponderebbero al confine tra Gaza e Israele. Un’iniziativa che non può andare oltre un’azione di disturbo ma che è parte del conflitto tra lo Stato ebraico e il regime degli ayatollah. Uno scontro che provoca una dura repressione ai danni dei palestinesi. Che ne pagano il prezzo.
Le due facce del dramma, in questa fase, sono ben visibili nelle immagini offerte dalla cronaca nelle ultime ore: da un lato i manifestanti di Gaza, ma anche della Cisgiordania, mobilitati dalla patetica “marcia del ritorno” cominciata il 30 marzo, la quale già conta in pochi giorni un centinaio di morti e migliaia di feriti; dall’altro l’inaugurazione dell’ambasciata americana a Gerusalemme, trasferita da Tel Aviv, avvenuta con una festosa cerimonia cui hanno partecipato gli stretti familiari di Donald Trump appena arrivati da Washington. L’apertura della rappresentanza degli Stati Uniti ha assunto il chiaro significato di un riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte della superpotenza. Dopo averli ignorati uscendo da solo dall’accordo sul nucleare iraniano, l’agitato inquilino della Casa Bianca ha ancora una volta trascurato quelli che dovrebbero essere i suoi alleati.
Il mandato britannico sulla Palestina finì ufficialmente il 15 maggio 1948, ma la data coincideva con una sabato e l’allora primo ministro David Ben Gurion per accontentare i rabbini, gelosi del giorno dedicato al riposo, anticipò di ventiquattro ore la proclamazione dello Stato di Israele. I palestinesi non spostarono invece la Nakba, il loro giorno di festa è il venerdì. A parte la differenza di poche ore, la coincidenza di fatto a metà maggio delle due commemorazioni, l’indipendenza per gli uni la catastrofe per gli altri, è adesso resa ancora più sensibile dal trasferimento dell’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme, in conformità alla decisione di Trump.
Il Parlamento americano si era già adeguato a quanto aveva decretato il Parlamento israeliano nell’80 e aveva dichiarato in precedenza Ben Gurion, nel ’49.
Fin da allora il Parlamento israeliano, già insediato a Gerusalemme, e il primo ministro laico Ben Gurion avevano riconosciuto la città santa come capitale dello Stato ebraico. Ma l’applicazione del riconoscimento restava in sospeso per gli americani perché la sorte di Gerusalemme, contesa come capitale da palestinesi e israeliani, doveva essere decisa con negoziati, come era stato deciso dall’accordo di Oslo del ’93. Cosi è stato per la maggioranza dei paesi che hanno mantenuto le rappresentanze a Tel Aviv. Anche nel rispetto della decisione dell’Onu che nel ’47 aveva esortato alla creazione di due Stati (rifiutata dagli arabi), e al tempo stesso dichiarato Gerusalemme un “corpus separatum”. Ossia un’entità internazionale sotto la sorveglianza (gli “auspici”) delle Nazioni Unite.
Durante la guerra del ’67 c’è stata la conquista israeliana di Gerusalemme Est, e ben presto, dopo qualche imbarazzo dei laici israeliani, è stata realizzata l’unificazione della città e quindi l’annessione e la promozione a capitale dello Stato ebraico. Città santa per tre religioni, ognuna delle quali vanta diritti, in realtà Gerusalemme è il terzo luogo santo dell’Islam, dopo Mecca e Medina, e i suoi legami con il cristianesimo sono più legati alla figura di Cristo che ai luoghi. Mentre per gli ebrei, al di là della Storia, Gerusalemme è stato per millenni il punto di riferimento. Per la diaspora è stato il centro dell’universo. C’è dunque una priorità ebraica, anche se questo può irritare gli altri monoteismi. Ma nel frattempo Gerusalemme, e in particolare le moschee della spianata, soprattutto quella di Al Aqsa, sono diventate simboli di identità non solo religiose per molti palestinesi. Come l’immagine di Gerusalemme ha ispirato gli ebrei della diaspora, cosi l’immagine di Al Aqsa, appesa nelle case palestinesi, ha assunto un forte valore simbolico.
Come i suoi predecessori Donald Trump poteva rinviare il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme, e comportarsi come quasi tutti gli altri paesi, mantenendola a Tel Aviv. Poteva insomma attendere un negoziato, anche se per la verità l’attesa dura da troppo tempo. Come quando si è ritirato dall’accordo sul nucleare iraniano Donald Trump si è allineato sulle posizioni del governo israeliano, abbandonando ancora una volta il ruolo di mediatore, che i predecessori avevano a stento mantenuto, pur non nascondendo l’alleanza con Israele. Barack Obama è stata una parentesi che Donald Trump ha chiuso.
I manifestanti di Gaza, ai quali i soldati israeliani non hanno risparmiato proiettili veri, sono spesso indicati dalla propaganda come miliziani di Hamas legati agli iraniani. Tra chi affrontava i soldati israeliani, nel compiere la disperata “marcia del ritorno”, non mancavano le donne, e chi aveva la possibilità di distinguerli non ha individuato tra gli uomini molti militanti di Hamas. Ma pochi osano escludere che l’Iran, del quale sono noti i rapporti con i reparti armati di Hamas, sia in grado e ansioso di alimentare gli scontri. Colpiti in Siria gli iraniani risponderebbero al confine tra Gaza e Israele. Un’iniziativa che non può andare oltre un’azione di disturbo ma che è parte del conflitto tra lo Stato ebraico e il regime degli ayatollah. Uno scontro che provoca una dura repressione ai danni dei palestinesi. Che ne pagano il prezzo.