Alle spalle del presidente
Michele Ainis, di MICHELE AINIS
C'è una crisi, c'è un tira e molla che si prolunga ormai da troppo tempo, e c'è pure un presidente. Mestiere complicato, il suo. Perché gli tocca garantire il rispetto delle forme in questo tempo informe. Eppure la democrazia è forma, procedura. È un insieme di regole la cui osservanza permette la composizione dei conflitti per vie pacifiche, anziché muscolari. E la regola sulle crisi di governo si conserva in una minuscola norma della Costituzione. Articolo 92: "Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri". Qualcuno l'ha letta? Qualcuno se ne cura? Parrebbe di no, a misurare i comportamenti dei partiti durante questa vicenda elettorale.
La scelta dei ministri, innanzitutto. Spetta in condominio al Premier in pectore e al capo dello Stato. Uno propone, l'altro dispone. Ma la proposta andrebbe formulata a bassa voce, non sotto i riflett…
La scelta dei ministri, innanzitutto. Spetta in condominio al Premier in pectore e al capo dello Stato. Uno propone, l'altro dispone. Ma la proposta andrebbe formulata a bassa voce, non sotto i riflett…
C'è una crisi, c'è un tira e molla che si prolunga ormai da troppo tempo, e c'è pure un presidente. Mestiere complicato, il suo. Perché gli tocca garantire il rispetto delle forme in questo tempo informe. Eppure la democrazia è forma, procedura. È un insieme di regole la cui osservanza permette la composizione dei conflitti per vie pacifiche, anziché muscolari. E la regola sulle crisi di governo si conserva in una minuscola norma della Costituzione. Articolo 92: "Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri". Qualcuno l'ha letta? Qualcuno se ne cura? Parrebbe di no, a misurare i comportamenti dei partiti durante questa vicenda elettorale.
La scelta dei ministri, innanzitutto. Spetta in condominio al Premier in pectore e al capo dello Stato. Uno propone, l'altro dispone. Ma la proposta andrebbe formulata a bassa voce, non sotto i riflettori. Perché altrimenti diventa un aut aut, un prendere o lasciare. E perché in quel caso al presidente riuscirebbe impossibile distribuire moniti e consigli, senza sbugiardare i suoi interlocutori. Non per nulla la Consulta vietò le intercettazioni di cui era stato vittima Napolitano: la moral suasion del capo dello Stato - si legge nella sentenza numero 1 del 2013 - "sarebbe destinata a sicuro fallimento, se si dovesse esercitare mediante dichiarazioni pubbliche". Qual è invece lo spettacolo rappresentato sulla scena? I 5 Stelle hanno annunziato la propria squadra di governo il 1º marzo, a urne ancora chiuse. E dopo il voto è cominciato il balletto dei nomi e dei cognomi, però non al Quirinale, non davanti al presidente, piuttosto alle sue spalle, nei conciliaboli dei capipartito.
Secondo: la scelta del presidente del Consiglio. Ossia il rebus da cui dipende la soluzione della crisi, l'accordo di governo fra Lega e 5 Stelle. I due leader ne stanno discutendo giorno e notte, ma ne verranno a capo, dichiarano all'unisono, e in ultimo detteranno un nome secco a Mattarella. Ma perché, lui agisce sotto dettatura? In passato, talvolta, succedeva. Specie ai tempi del maggioritario, quando la contesa elettorale si sviluppava fra due poli, quando il voto offriva un responso univoco, preciso. Così, il 9 giugno 2001 Berlusconi, uscendo dal Quirinale, dichiarò che il presidente Ciampi gli aveva assegnato l'incarico di formare il nuovo gabinetto, "conformemente al risultato elettorale". Come a dire: non avrebbe potuto fare altro. Ma adesso non c'è nulla di meccanico, di necessitato, nel quadro politico disegnato dalle urne. La situazione è fluida, pure troppo. E in questi frangenti il capo dello Stato recupera tutti i suoi poteri. Dimenticarsene è uno sgarbo, sia pure commesso in buona fede.
Terzo: i tempi. "Dammi solo un minuto, un attimo ancora", cantavano nel 1977 i Pooh. Quarant'anni dopo, lo stesso motivetto viene intonato da Salvini e Di Maio. Solo che i minuti scadono l'uno dopo l'altro, trascorrono ore, giorni, settimane. E ogni rinvio mette alla prova la pazienza: del presidente, oltre che degli italiani. Lui, indulgente, concede proroghe su proroghe. Sa che i suoi due interlocutori hanno qualche problema con il calendario, con le date. Lo sa da quando avevano decretato nuove elezioni l'8 luglio, benché quel decreto sia di competenza del capo dello Stato. Nel frattempo, tra una proroga e l'altra, ha dovuto riporre in un cassetto il suo governo "neutrale", pur avendolo annunziato a reti unificate. Nell'Italia repubblicana non era mai successo. Del resto, anche il doppio referendum sul programma di governo - che s'apprestano a indire Lega e 5 Stelle - è una novità procedurale. Ma il nuovo che avanza non dovrebbe calpestare il galateo del tempo che fu. Dopotutto, le nazioni muoiono d'impercettibili scortesie, diceva Giraudoux.
La scelta dei ministri, innanzitutto. Spetta in condominio al Premier in pectore e al capo dello Stato. Uno propone, l'altro dispone. Ma la proposta andrebbe formulata a bassa voce, non sotto i riflettori. Perché altrimenti diventa un aut aut, un prendere o lasciare. E perché in quel caso al presidente riuscirebbe impossibile distribuire moniti e consigli, senza sbugiardare i suoi interlocutori. Non per nulla la Consulta vietò le intercettazioni di cui era stato vittima Napolitano: la moral suasion del capo dello Stato - si legge nella sentenza numero 1 del 2013 - "sarebbe destinata a sicuro fallimento, se si dovesse esercitare mediante dichiarazioni pubbliche". Qual è invece lo spettacolo rappresentato sulla scena? I 5 Stelle hanno annunziato la propria squadra di governo il 1º marzo, a urne ancora chiuse. E dopo il voto è cominciato il balletto dei nomi e dei cognomi, però non al Quirinale, non davanti al presidente, piuttosto alle sue spalle, nei conciliaboli dei capipartito.
Secondo: la scelta del presidente del Consiglio. Ossia il rebus da cui dipende la soluzione della crisi, l'accordo di governo fra Lega e 5 Stelle. I due leader ne stanno discutendo giorno e notte, ma ne verranno a capo, dichiarano all'unisono, e in ultimo detteranno un nome secco a Mattarella. Ma perché, lui agisce sotto dettatura? In passato, talvolta, succedeva. Specie ai tempi del maggioritario, quando la contesa elettorale si sviluppava fra due poli, quando il voto offriva un responso univoco, preciso. Così, il 9 giugno 2001 Berlusconi, uscendo dal Quirinale, dichiarò che il presidente Ciampi gli aveva assegnato l'incarico di formare il nuovo gabinetto, "conformemente al risultato elettorale". Come a dire: non avrebbe potuto fare altro. Ma adesso non c'è nulla di meccanico, di necessitato, nel quadro politico disegnato dalle urne. La situazione è fluida, pure troppo. E in questi frangenti il capo dello Stato recupera tutti i suoi poteri. Dimenticarsene è uno sgarbo, sia pure commesso in buona fede.
Terzo: i tempi. "Dammi solo un minuto, un attimo ancora", cantavano nel 1977 i Pooh. Quarant'anni dopo, lo stesso motivetto viene intonato da Salvini e Di Maio. Solo che i minuti scadono l'uno dopo l'altro, trascorrono ore, giorni, settimane. E ogni rinvio mette alla prova la pazienza: del presidente, oltre che degli italiani. Lui, indulgente, concede proroghe su proroghe. Sa che i suoi due interlocutori hanno qualche problema con il calendario, con le date. Lo sa da quando avevano decretato nuove elezioni l'8 luglio, benché quel decreto sia di competenza del capo dello Stato. Nel frattempo, tra una proroga e l'altra, ha dovuto riporre in un cassetto il suo governo "neutrale", pur avendolo annunziato a reti unificate. Nell'Italia repubblicana non era mai successo. Del resto, anche il doppio referendum sul programma di governo - che s'apprestano a indire Lega e 5 Stelle - è una novità procedurale. Ma il nuovo che avanza non dovrebbe calpestare il galateo del tempo che fu. Dopotutto, le nazioni muoiono d'impercettibili scortesie, diceva Giraudoux.