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(ansa)

La minaccia della Cosa gialloverde

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La Cosa pentaleghista ormai esiste, nero su bianco: è il famoso e fumoso "contratto di governo", carta privata che ha la pretesa di sostituirsi alla Carta costituzionale, vergata con immensa fatica e con inquietanti taglia-e-cuci dal pensoso think tank gialloverde. Ma la Cosa non ha un Nome. Non ce l'ha nella forma: manca il premier, che da sbiadita controfigura di Di Maio e Salvini dovrà intestarsi la paternità di un programma che non ha ideato né scritto. Non ce l'ha nella sostanza: manca la politica, che inquadra ogni singola "clausola negoziale" in un "patto sociale" e trasforma ogni singolo voto in consenso (non ti scelgo solo perché prometti di risolvere nel presente il mio problema fiscale e/o occupazionale, ma perché condivido i tuoi valori e la tua idea di futuro).

Intendiamoci, è uno stigma della modernità: se la società è liquida, la politica lo è ancora di pi…
La Cosa pentaleghista ormai esiste, nero su bianco: è il famoso e fumoso "contratto di governo", carta privata che ha la pretesa di sostituirsi alla Carta costituzionale, vergata con immensa fatica e con inquietanti taglia-e-cuci dal pensoso think tank gialloverde. Ma la Cosa non ha un Nome. Non ce l'ha nella forma: manca il premier, che da sbiadita controfigura di Di Maio e Salvini dovrà intestarsi la paternità di un programma che non ha ideato né scritto. Non ce l'ha nella sostanza: manca la politica, che inquadra ogni singola "clausola negoziale" in un "patto sociale" e trasforma ogni singolo voto in consenso (non ti scelgo solo perché prometti di risolvere nel presente il mio problema fiscale e/o occupazionale, ma perché condivido i tuoi valori e la tua idea di futuro).

Intendiamoci, è uno stigma della modernità: se la società è liquida, la politica lo è ancora di più. Ma semmai dovesse nascere, il governo gialloverde va oltre, svapora nello stato gassoso, ancorché minaccioso. Buoni e vacui propositi, pessime e tafazziane velleità. Non potrebbe essere altrimenti: non c'è cemento socio-culturale che possa contenere nella stessa casa comune l'egualitarismo pauperista dei pentastellati e il suprematismo xenofobo dei leghisti. Il contratto riflette le due Italie diverse uscite dal voto del 4 marzo. Ma le riassume per giustapposizione, non per armonizzazione.

Da una parte (tra comitati di conciliazione, vincoli di mandato e palingenesi referendarie) la "de-costituzionalizzazione" del potere esecutivo e legislativo voluto da Di Maio. Dall'altra (tra implausibili giri di vite sul diritto d'asilo, asili nido solo per italiani e azzeramento delle pene alternative) i deliri securitari e carcerari pretesi da Salvini. Se questa è la pasticciata Magna Carta partorita dalle menti raffinate che "stanno riscrivendo la storia", c'è da temere per le sorti della già esausta democrazia italiana.

Ma si capisce qual è il punto di aggressione e poi di eventuale caduta del loro improbabile governo. L'Europa, declinata nelle varie e logore forme care ai complottisti di ogni tempo. L'Europa degli odiati "tecno-burocrati non eletti da nessuno" (ma cos'altro dovrebbero dire, se non "tutti gli Stati membri rispettino gli impegni"?). L'Europa degli esecrati "mercati nemici del popolo" (ma cos'altro dovrebbero fare, se non disinvestire sui titoli sovrani dei Paesi meno propensi a rimborsare i loro debiti?). Per quanto edulcorato, l'intero programma resta improntato a questa insopprimibile vena euro-fobica.

Sulla politica economica la rimessa in discussione dei Trattati è esplicita. Il massiccio ricorso alla spesa pubblica in disavanzo lo è ancora di più. Reddito di cittadinanza, falsa flat tax su due aliquote, correzione della Fornero costano oltre 100 miliardi (anche se l'imbarazzante pentastellata Castelli, ad Agorà, butta lì a casaccio che ne costano 60 o 70, va a sapere, "esattamente i conti col taccuino non li abbiamo fatti"). Secondo il punto 7 (oltre che con la rituale coperta di Linus del "taglio agli sprechi") saranno recuperati attraverso "un appropriato ricorso al deficit" e, secondo il punto 19, addirittura "prevedendo il superamento dell'equilibrio di bilancio".

Sulle politiche creditizie va anche peggio. Si va dall'urgenza di "rivedere radicalmente le disposizioni sul bail in bancario" (norme attuative di una direttiva europea, che l'Italia non può disapplicare unilateralmente) alla necessità di "ridiscutere i parametri dei protocolli di rating di Basilea". Farneticazioni o provocazioni? Forse tutte e due, come dimostra l'apprendista stregone Claudio Borghi, che annunciando con lo scolapasta in testa un cambio di governance in Mps fa crollare dell'8% il titolo in Borsa. E questo signore potrebbe persino diventare ministro.

Alcune domande sono giuste: la Ue deve cambiare, le sue istituzioni vanno rifondate, l'austerità va accompagnata alla crescita. Ma le risposte dei due dioscuri sono tutte sbagliate. Parafrasando Keynes, le conseguenze economiche del pentaleghismo ci portano fuori dall'Unione. Se Di Maio e Salvini vanno avanti lo stesso, evidentemente hanno già la exit strategy: mollare tutto, usando l'Unione come capro espiatorio.

Se il governo nasce, con le poche risorse a disposizione saldano un risibile acconto delle folli promesse elettorali (mettendo nel frattempo le mani su Rai, Cdp, Antitrust e altre 300 aziende pubbliche e para-pubbliche) e poi aprono la crisi nella primavera del 2019, facendo l'intera campagna elettorale contro l'Europa Matrigna che non li ha fatti governare. Se il governo non nasce, danno la colpa a Sergio Mattarella, che nelle consultazioni di lunedì scorso ha già bocciato le misure più destabilizzanti del primo contratto (dal patetico "condono" Bce sul debito pubblico al lisergico "opt-out" sulla moneta unica). Salvini in un comizio ad Aosta mette già le mani avanti: "Se gli ostacoli alla nascita di un governo del cambiamento arrivano dall'Italia sicuramente non staremo a guardare..." Dunque, le ruspe sono pronte a marciare sul Quirinale.

Nella crisi di sistema in cui ci troviamo, con un Pd lacerato e un'opposizione polverizzata, non ci vuole molto a capire che oggi e nei prossimi mesi l'unico presidio democratico, di fronte ai colpi di coda della Cosa pentaleghista, è proprio il capo dello Stato. Chi ha a cuore i destini del Paese farà bene a sostenerlo, invece di accusarlo di "ignavia".