La politica estera di un governo europeo che parte con applausi russi e dubbi francesi inizia con un problema piuttosto che con qualche soluzione. Se poi l'esecutivo è quello di uno Stato della Nato, il guaio si allarga al rapporto con gli Usa e con l'Occidente. Se infine stiamo parlando dell'Italia - media potenza regionale, da sempre cerniera e mai taglio netto tra dossier, crisi, alleanze - la questione si aggrava e otterrà una risposta che suona così: "Ok, l'Italia la diamo per persa e la releghiamo all'irrilevanza". Semplice, triste e preoccupante. Soprattutto ora che a Bruxelles si decide su riforme dell'Eurozona e migranti.
La grande illusione che ispira il contratto pentaleghista in politica estera è che per strappi si dia più peso all'Italia e che l'interesse nazionale sia meglio tutelato da una linea non solo autonoma, ma divergente o addirittura opposta a quella europea. Il sovranismo infatti per …
La grande illusione che ispira il contratto pentaleghista in politica estera è che per strappi si dia più peso all'Italia e che l'interesse nazionale sia meglio tutelato da una linea non solo autonoma, ma divergente o addirittura opposta a quella europea. Il sovranismo infatti per …
La politica estera di un governo europeo che parte con applausi russi e dubbi francesi inizia con un problema piuttosto che con qualche soluzione. Se poi l'esecutivo è quello di uno Stato della Nato, il guaio si allarga al rapporto con gli Usa e con l'Occidente. Se infine stiamo parlando dell'Italia - media potenza regionale, da sempre cerniera e mai taglio netto tra dossier, crisi, alleanze - la questione si aggrava e otterrà una risposta che suona così: "Ok, l'Italia la diamo per persa e la releghiamo all'irrilevanza". Semplice, triste e preoccupante. Soprattutto ora che a Bruxelles si decide su riforme dell'Eurozona e migranti.
La grande illusione che ispira il contratto pentaleghista in politica estera è che per strappi si dia più peso all'Italia e che l'interesse nazionale sia meglio tutelato da una linea non solo autonoma, ma divergente o addirittura opposta a quella europea. Il sovranismo infatti per l'Italia non è solo un errore, è un lusso che non ci possiamo permettere e che aggiunge al debito nei conti pubblici il deficit di rispettabilità nei consessi dove si decide su questioni che toccano gli italiani: economia, migranti, infrastrutture, sicurezza, fondi per le aree in difficoltà.
Mettersi di traverso per l'Italia significa mettersi fuori, fuori dagli incontri in cui si prendono le decisioni. E non basteranno i buoni uffici di diplomatici di vaglia come Giampiero Massolo o il paragrafo dialogante del contratto intitolato "Coordinamento politico con l'Europa" a rassicurare gli alleati, come dimostrano le preoccupazioni al vertice di Sofia di ieri. Eppure il contratto pentaleghista questo fa: se l'Europa va in una direzione, noi andiamo in un'altra. Primo esempio. L'Unione cerca di mettere in comune Difesa e decisioni strategiche relative, il contratto pentaleghista vuole "rivalutare la presenza dei contingenti italiani nelle missioni internazionali geopoliticamente e geograficamente, e non solo, distanti dall'interesse nazionale". Intanto non si dice che ciò sarà fatto coordinandosi con gli alleati e, se si allude all'Afghanistan, qualcuno dovrà chiedere a Matteo Salvini e Luigi Di Maio se per loro la lotta al terrorismo sia o no una priorità. Secondo esempio. Alla dovuta professione di atlantismo il contratto pentaleghista affianca l'idea, anche qui senza parlare di coordinamento con gli alleati, del "ritiro immediato delle sanzioni" alla Russia. Applausi da Mosca. Ma oltre agli applausi? Le sorti degli italiani dipendono più da Mosca o da Bruxelles? Davvero un governo pentaleghista ha l'ardire o la speranza di trattare Mosca come "interlocutore strategico al fine della risoluzione delle crisi regionali (Siria, Libia, Yemen)", cioè magari di far sedere l'Italia al tavolo con russi, iraniani e turchi, senza avere con sé l'Ue?
Suvvia, un po' di senso del ridicolo e delle misure aiuta anche in politica estera.
Il terzo esempio riguarda infine il tema che sta più a cuore ai contraenti pentaleghisti ed è quello che meglio spiega perché mettersi di traverso significa mettersi fuori. "L'Italia deve ricoprire un ruolo determinante ai tavoli dei negoziati europei in merito alle politiche di asilo e di immigrazione" ed "è necessario il superamento del Regolamento di Dublino". In sostanza si dice agli europei: noi facciamo la nostra politica, mettiamo in discussione tutto dell'Europa, i trattati e "sotto il profilo del budget, il contributo italiano alla Ue", ma voi ci aiutate sui migranti. È la dottrina del ragazzo antipatico che non va alla festa perché non gli piace o non è invitato e per ripicca cerca di rovinarla, ma quando tutti se ne vanno dice: "Beh, dove sono i miei regali?" Occhio che il conto del party lo pagano gli italiani.
La grande illusione che ispira il contratto pentaleghista in politica estera è che per strappi si dia più peso all'Italia e che l'interesse nazionale sia meglio tutelato da una linea non solo autonoma, ma divergente o addirittura opposta a quella europea. Il sovranismo infatti per l'Italia non è solo un errore, è un lusso che non ci possiamo permettere e che aggiunge al debito nei conti pubblici il deficit di rispettabilità nei consessi dove si decide su questioni che toccano gli italiani: economia, migranti, infrastrutture, sicurezza, fondi per le aree in difficoltà.
Mettersi di traverso per l'Italia significa mettersi fuori, fuori dagli incontri in cui si prendono le decisioni. E non basteranno i buoni uffici di diplomatici di vaglia come Giampiero Massolo o il paragrafo dialogante del contratto intitolato "Coordinamento politico con l'Europa" a rassicurare gli alleati, come dimostrano le preoccupazioni al vertice di Sofia di ieri. Eppure il contratto pentaleghista questo fa: se l'Europa va in una direzione, noi andiamo in un'altra. Primo esempio. L'Unione cerca di mettere in comune Difesa e decisioni strategiche relative, il contratto pentaleghista vuole "rivalutare la presenza dei contingenti italiani nelle missioni internazionali geopoliticamente e geograficamente, e non solo, distanti dall'interesse nazionale". Intanto non si dice che ciò sarà fatto coordinandosi con gli alleati e, se si allude all'Afghanistan, qualcuno dovrà chiedere a Matteo Salvini e Luigi Di Maio se per loro la lotta al terrorismo sia o no una priorità. Secondo esempio. Alla dovuta professione di atlantismo il contratto pentaleghista affianca l'idea, anche qui senza parlare di coordinamento con gli alleati, del "ritiro immediato delle sanzioni" alla Russia. Applausi da Mosca. Ma oltre agli applausi? Le sorti degli italiani dipendono più da Mosca o da Bruxelles? Davvero un governo pentaleghista ha l'ardire o la speranza di trattare Mosca come "interlocutore strategico al fine della risoluzione delle crisi regionali (Siria, Libia, Yemen)", cioè magari di far sedere l'Italia al tavolo con russi, iraniani e turchi, senza avere con sé l'Ue?
Suvvia, un po' di senso del ridicolo e delle misure aiuta anche in politica estera.
Il terzo esempio riguarda infine il tema che sta più a cuore ai contraenti pentaleghisti ed è quello che meglio spiega perché mettersi di traverso significa mettersi fuori. "L'Italia deve ricoprire un ruolo determinante ai tavoli dei negoziati europei in merito alle politiche di asilo e di immigrazione" ed "è necessario il superamento del Regolamento di Dublino". In sostanza si dice agli europei: noi facciamo la nostra politica, mettiamo in discussione tutto dell'Europa, i trattati e "sotto il profilo del budget, il contributo italiano alla Ue", ma voi ci aiutate sui migranti. È la dottrina del ragazzo antipatico che non va alla festa perché non gli piace o non è invitato e per ripicca cerca di rovinarla, ma quando tutti se ne vanno dice: "Beh, dove sono i miei regali?" Occhio che il conto del party lo pagano gli italiani.