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Foto di Chris Schuepp (licenza Creative Commons) 

Da Sana a Farah, vittime senza confini

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Una cittadina italiana uccisa nel Paese di origine, il Pakistan, da un padre e un fratello che non condividevano le sue scelte di vita. Poche settimane dopo un'altra giovane, residente nel nostro Paese da dieci anni, riportata in patria e costretta ad abortire con la forza. Benché i contorni della vicenda di Verona non siano ancora del tutto chiari, i casi di Sana e di Farah dimostrano che l'Italia ha un problema da affrontare, quello delle ragazze di fede musulmana nate o cresciute qui che ogni giorno vivono in due mondi diversi: quello degli amici, della scuola, dei primi amori, dell'Italia. E quello dei Paesi di origine dei genitori, che siano il Pakistan, il Bangladesh, il Marocco o l'Egitto.

Non è un problema nuovo: il primo caso che accese i riflettori su questo fenomeno è del 2006, quando Hina Salem venne uccisa nella sua casa di Brescia dal padre. Ma è un problema che oggi diventa impossibile mettere da parte. Secondo gli ultimi dat…
Una cittadina italiana uccisa nel Paese di origine, il Pakistan, da un padre e un fratello che non condividevano le sue scelte di vita. Poche settimane dopo un'altra giovane, residente nel nostro Paese da dieci anni, riportata in patria e costretta ad abortire con la forza. Benché i contorni della vicenda di Verona non siano ancora del tutto chiari, i casi di Sana e di Farah dimostrano che l'Italia ha un problema da affrontare, quello delle ragazze di fede musulmana nate o cresciute qui che ogni giorno vivono in due mondi diversi: quello degli amici, della scuola, dei primi amori, dell'Italia. E quello dei Paesi di origine dei genitori, che siano il Pakistan, il Bangladesh, il Marocco o l'Egitto.

Non è un problema nuovo: il primo caso che accese i riflettori su questo fenomeno è del 2006, quando Hina Salem venne uccisa nella sua casa di Brescia dal padre. Ma è un problema che oggi diventa impossibile mettere da parte. Secondo gli ultimi dati, in Italia ci sono circa 150mila musulmani fra i 15 e i 24 anni: la metà sono ragazze. Molte di loro sono figlie dell'ondata migratoria degli anni '80 e '90, di genitori arrivati qui quando l'economia correva. Oggi quelle bambine sono adolescenti con sogni nel cassetto, ventenni con aspirazioni spesso diverse da quelle che le famiglie hanno per loro. È giusto o no che proseguano gli studi? Quali amicizie possono frequentare? E - la più difficile delle domande - con chi possono condividere la vita? I casi di cronaca ci dicono che a volte le risposte a queste domande possono essere drammatiche.

Prima di provare a capire cosa si può fare per evitare la moltiplicazione di questi casi, una precisazione è d'obbligo: storie come quelle di Hina, di Sana o di Farah non sono la fotografia dell'Islam italiano oggi. Una religione e una comunità composta da migliaia di persone che in questo Paese vivono ogni giorno, contribuendo a renderlo migliore, più aperto, più poliedrico. I casi di violenza sono minoritari, ma di fronte a essi non si possono chiudere gli occhi perché a chi vive in Italia, che sia cittadino o no, è giusto chiedere di rispettare le leggi. Anche se sono diverse dagli usi dei Paesi di origine, anche se contrastano con tradizioni che hanno radici antiche. Chi sceglie di vivere in Europa deve rispettare i valori dell'Europa: la libertà di scelta delle donne e delle ragazzine per prima cosa.

Le giovani che vivono qui questo lo sanno benissimo: lo hanno imparato nelle nostre scuole, studiando sui nostri libri. Spesso riescono a spiegarlo ai genitori, a condurre loro per mano madri e padri riluttanti verso una vita nuova. Ma altre volte il compito si rivela troppo difficile.

Cosa fare dunque per aiutarle? La prima e fondamentale risposta è rafforzare le capacità di ascolto, nella scuola prima di tutto. Negli istituti di tutta Italia, maestri e professori oggi sono i primi mediatori culturali: quelli che convincono le ragazzine ad aprirsi, le mamme a prendere parte ai corsi di italiano per non essere isolate, i padri ad accettare che le figlie partecipino alle recite scolastiche o alle gite. Nei casi più gravi sono anche quelli che ascoltano le confidenze delle vittime di violenza. Gli insegnanti che fanno questo lavoro sono migliaia: eppure spesso agiscono da soli, nel tempo libero, senza assistenza e finanziamenti. La seconda risposta si chiama centri anti-violenza: Farah era stata accolta in una casa famiglia e poi aveva deciso di lasciarla. Strutture come questa in Italia sono rare, e ancora di più lo sono quelle che intervengono nei casi più gravi, facendo "sparire" le ragazze a rischio, permettendo loro di ricostruirsi una vita lontano dalle famiglie.

"L'Italia - scriveva ieri il ministero degli Esteri nella nota con cui spiegava di aver attivato l'ambasciata a Islamabad sul caso di Farah - difende con forza il rispetto dei diritti umani e delle libertà e i diritti fondamentali sulla base della parità di uomini e donne". Nel caso delle ragazze di Seconda generazione questa difesa deve iniziare da qui: le indagini all'estero, per quanto benvenute, non bastano.