La “quasi pace” Usa-Cina fa male alla Ue
Federico Rampini , di FEDERICO RAMPINI
Prima minaccia fuoco e fiamme. Poi incassa concessioni, cambia tono, accetta un compromesso e dichiara missione compiuta. Il copione che abbiamo visto recitare a Donald Trump sul nucleare di Kim Jong-un si ripete sulla guerra commerciale con la Cina. Chi aveva visto il mondo sull’orlo di una spirale dei protezionismi (stile anni Trenta) può tirare un sospiro di sollievo. Fra Trump e Xi Jinping sono in atto grandi manovre per trovare un accordo che scongiuri i superdazi. Quanto è significativa la vittoria per l’America? E quali sono le conseguenze per gli altri Paesi? La “quasi-pace” commerciale raggiunta sabato tra le due delegazioni governative riunite a Washington lascia zone d’ombra, ma si ripercuoterà sul resto del mondo (e non è una buona notizia per l’Europa). Inoltre s’intreccia con la partita della Corea del Nord.
È evidente dal comunicato di sabato la volontà di Washington e Pechino di uscire…
È evidente dal comunicato di sabato la volontà di Washington e Pechino di uscire…
Prima minaccia fuoco e fiamme. Poi incassa concessioni, cambia tono, accetta un compromesso e dichiara missione compiuta. Il copione che abbiamo visto recitare a Donald Trump sul nucleare di Kim Jong-un si ripete sulla guerra commerciale con la Cina. Chi aveva visto il mondo sull’orlo di una spirale dei protezionismi (stile anni Trenta) può tirare un sospiro di sollievo. Fra Trump e Xi Jinping sono in atto grandi manovre per trovare un accordo che scongiuri i superdazi. Quanto è significativa la vittoria per l’America? E quali sono le conseguenze per gli altri Paesi? La “quasi-pace” commerciale raggiunta sabato tra le due delegazioni governative riunite a Washington lascia zone d’ombra, ma si ripercuoterà sul resto del mondo (e non è una buona notizia per l’Europa). Inoltre s’intreccia con la partita della Corea del Nord.
È evidente dal comunicato di sabato la volontà di Washington e Pechino di uscire dall’escalation dei dazi con un compromesso. Che include concessioni cinesi per ridurre il disavanzo commerciale americano aumentando le proprie importazioni. In questo senso il “metodo Trump” ha funzionato, le sue minacce hanno scoperto la vulnerabilità strutturale della Cina legata ai massicci avanzi commerciali.
Resta la vaghezza degli impegni presi dalla Cina. Non appare nel comunicato la cifra “magica” dei 200 miliardi di dollari di maggiori importazioni made in Usa, a cui Trump teneva molto. Quella cifra però era assurda. Anzitutto fissare un obiettivo così preciso significa ricacciare Pechino verso “un’economia pianificata” dove il governo decide quanto importare e da dove, mentre l’obiettivo dell’America è accelerare la trasformazione della Cina in un’economia di mercato. Inoltre l’economia americana è già vicina al pieno utilizzo delle sue capacità produttive e non riuscirebbe ad aumentare di colpo la produzione di 200 miliardi l’anno. L’agricoltura Usa, per esempio, è tra le più produttive del pianeta e ha già rendimenti alti per le terre coltivabili: difficile che raddoppi da un anno all’altro i raccolti. Salvo fare delle partite di giro, magari dirottando verso la Cina esportazioni di soia ora destinate al Giappone.
Il tema della partita di giro si ripropone per le ripercussioni sull’Europa. Una scorciatoia con cui i cinesi possono soddisfare Trump è intervenire sulla composizione delle loro importazioni: per esempio comprando Boeing anziché Airbus. Questo non farebbe della Cina un mercato più aperto, né farebbe dell’economia globale un sistema più equo. Solo sostituirebbe prodotti americani a quelli europei. C’è uno scivolamento verso una logica bilaterale tra Usa e Cina. Ma più ci si allontana dal multilateralismo, e si depotenzia il tribunale del commercio mondiale (Wto), più perderanno i Paesi piccoli con meno potere contrattuale.
Da notare uno sviluppo in netta controtendenza: Trump spinge verso la distensione, ma il Congresso Usa tira dalla parte opposta. Sta avanzando un nuovo disegno di legge che metterebbe ulteriori restrizioni agli scambi hi-tech, per ragioni di sicurezza nazionale. Il tema dello spionaggio industriale legato alla difesa resta una spina nel fianco nei rapporti Usa-Cina.
C’è infine il sospetto che Trump stia facendo concessioni a Xi con un occhio al trofeo che più gli interessa: il summit di Singapore (12 giugno) con Kim. Non è sfuggito come il recente irrigidimento della Corea del Nord sia avvenuto subito dopo un viaggio di Kim in Cina.
È evidente dal comunicato di sabato la volontà di Washington e Pechino di uscire dall’escalation dei dazi con un compromesso. Che include concessioni cinesi per ridurre il disavanzo commerciale americano aumentando le proprie importazioni. In questo senso il “metodo Trump” ha funzionato, le sue minacce hanno scoperto la vulnerabilità strutturale della Cina legata ai massicci avanzi commerciali.
Resta la vaghezza degli impegni presi dalla Cina. Non appare nel comunicato la cifra “magica” dei 200 miliardi di dollari di maggiori importazioni made in Usa, a cui Trump teneva molto. Quella cifra però era assurda. Anzitutto fissare un obiettivo così preciso significa ricacciare Pechino verso “un’economia pianificata” dove il governo decide quanto importare e da dove, mentre l’obiettivo dell’America è accelerare la trasformazione della Cina in un’economia di mercato. Inoltre l’economia americana è già vicina al pieno utilizzo delle sue capacità produttive e non riuscirebbe ad aumentare di colpo la produzione di 200 miliardi l’anno. L’agricoltura Usa, per esempio, è tra le più produttive del pianeta e ha già rendimenti alti per le terre coltivabili: difficile che raddoppi da un anno all’altro i raccolti. Salvo fare delle partite di giro, magari dirottando verso la Cina esportazioni di soia ora destinate al Giappone.
Il tema della partita di giro si ripropone per le ripercussioni sull’Europa. Una scorciatoia con cui i cinesi possono soddisfare Trump è intervenire sulla composizione delle loro importazioni: per esempio comprando Boeing anziché Airbus. Questo non farebbe della Cina un mercato più aperto, né farebbe dell’economia globale un sistema più equo. Solo sostituirebbe prodotti americani a quelli europei. C’è uno scivolamento verso una logica bilaterale tra Usa e Cina. Ma più ci si allontana dal multilateralismo, e si depotenzia il tribunale del commercio mondiale (Wto), più perderanno i Paesi piccoli con meno potere contrattuale.
Da notare uno sviluppo in netta controtendenza: Trump spinge verso la distensione, ma il Congresso Usa tira dalla parte opposta. Sta avanzando un nuovo disegno di legge che metterebbe ulteriori restrizioni agli scambi hi-tech, per ragioni di sicurezza nazionale. Il tema dello spionaggio industriale legato alla difesa resta una spina nel fianco nei rapporti Usa-Cina.
C’è infine il sospetto che Trump stia facendo concessioni a Xi con un occhio al trofeo che più gli interessa: il summit di Singapore (12 giugno) con Kim. Non è sfuggito come il recente irrigidimento della Corea del Nord sia avvenuto subito dopo un viaggio di Kim in Cina.