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Lo squadrismo istituzionale

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Non sappiamo se sia cominciata davvero "la Terza Repubblica", come sostiene Luigi Di Maio con toni da Istituto Luce. Nell'eterna transizione italiana già troppe Repubbliche sono nate e morte in un amen. Anche stavolta abbiamo qualche ragione per dubitare, di fronte allo strano ircocervo pentaleghista: una coalizione tra due partiti eterogenei che governeranno, contratto alla mano, per interposto avvocato. Ma sappiamo per certo che se anche questa fosse la volta buona, la Terza Repubblica nascerebbe nel peggiore dei modi. Poche ore prima che il professor Conte salisse al Quirinale per il colloquio decisivo con il presidente della Repubblica, Alessandro Di Battista ha lanciato il suo dissennato assalto al Palazzo d'Inverno.

Il post scritto dal Masaniello di Civita Castellana va letto quasi per intero, per misurarne la portata e valutare l'incultura politica che lo rende possibile. "Dibba" parte da una stramba messa in mora: il capo dello Stato &qu…
Non sappiamo se sia cominciata davvero "la Terza Repubblica", come sostiene Luigi Di Maio con toni da Istituto Luce. Nell'eterna transizione italiana già troppe Repubbliche sono nate e morte in un amen. Anche stavolta abbiamo qualche ragione per dubitare, di fronte allo strano ircocervo pentaleghista: una coalizione tra due partiti eterogenei che governeranno, contratto alla mano, per interposto avvocato. Ma sappiamo per certo che se anche questa fosse la volta buona, la Terza Repubblica nascerebbe nel peggiore dei modi. Poche ore prima che il professor Conte salisse al Quirinale per il colloquio decisivo con il presidente della Repubblica, Alessandro Di Battista ha lanciato il suo dissennato assalto al Palazzo d'Inverno.

Il post scritto dal Masaniello di Civita Castellana va letto quasi per intero, per misurarne la portata e valutare l'incultura politica che lo rende possibile. "Dibba" parte da una stramba messa in mora: il capo dello Stato "ha prestato giuramento di fedeltà alla Repubblica ovvero ai cittadini ai quali appartiene la sovranità", ha ricordato ai partiti politici "le loro responsabilità", ha insistito "sull'urgenza di formare un governo nella pienezza delle sue funzioni". Poi aggiunge un'illazione gratuita: una maggioranza si è formata, e "che piaccia o non piaccia al presidente Mattarella o al suo più stretto consigliere, rappresenta la maggior parte degli italiani", che hanno "diritto a un governo forte e capace di intervenire, se necessario con la dovuta durezza, per ristabilire giustizia sociale".

Infine spara l'intimidazione: "Mi rendo conto che ristabilire questo principio possa far paura a qualcuno, ma non dovrebbe intimorire chi ha l'onore di rappresentare l'unità nazionale. Il presidente della Repubblica non è un notaio delle forze politiche ma neppure l'avvocato difensore di chi si oppone al cambiamento. Anche perché si tratterebbe di una causa persa, meglio non difenderla". Segue, in post scriptum, l'immancabile appello al popolo: "Invito tutti i cittadini a farsi sentire. Usiamo la Rete, facciamo foto, video. È in gioco il futuro del Paese #VoglioIlGovernoDelCambiamento".

Ora, conosciamo bene il modus operandi della macchina propagandistica pentastellata, che contempla un efficace "divisione del lavoro" tra Di Maio e Di Battista. Il primo rassicura: è la faccia buona del Movimento "di governo". Il secondo mena: è l'icona del grillismo "di lotta". Ma stavolta il tribuno ha passato il segno. E non c'è bisogno di ascoltare le patetiche grida manzoniane degli ultimi giapponesi del Pd per capirlo. Le parole di Di Battista tradiscono analfabetismo costituzionale: suonano inutilmente minacciose e gratuite, perché scagliate come pietre su un presidente della Repubblica che sta semplicemente facendo il suo dovere.

Ma non c'è limite al peggio. Il peggio "ulteriore" è che a queste parole si aggiungono quelle ancora più intollerabili del padre Vittorio, che in un altro post riempie di insulti "Mister Allegria" Mattarella e lancia un avvertimento ancora più violento, ricordandogli cosa accadde alla Bastiglia dopo la "presa", quando "il popolo di Parigi assaltò e distrusse quel gran Palazzone". Il peggio "ulteriore" è che di fronte a queste intemperanze verbali dei vulcanici "Dibba's" (salutate dal rituale profluvio di "like" e "retweet" che ha sommerso immediatamente il Sacro Blog pentastellato) non un solo esponente M5S sia capace di esprimere almeno un distinguo o un dissenso.

Questo getta una luce non sinistra, ma "destra" sul Movimento. Per quanti sforzi facciano per uscire dalle logiche anti-sistema (nel momento stesso in cui entrano a pieno titolo a farne parte) c'è una mente grillina che resta prigioniera della gabbia populista e "sfascista". L'establishment resta un nemico da abbattere, le istituzioni restano "casematte" da espugnare, il governo resta un luogo su cui marciare. Con gesti e linguaggi che rasentano lo "squadrismo istituzionale". Non è un buon viatico per gli "avvocati difensori" di tutti gli italiani.