Scompare a 85 anni il profeta del grande romanzo americano
di NICOLA LAGIOIA
"Rimane il fatto che capire la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando". È a questo punto di Pastorale americana, uno dei migliori romanzi del secondo Novecento, che Philip Roth, se non il pi…!-->!-->
Scompare a 85 anni il profeta del grande romanzo americano
di NICOLA LAGIOIA
"Rimane il fatto che capire la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando". È a questo punto di Pastorale americana, uno dei migliori romanzi del secondo Novecento, che Philip Roth, se non il più grande in assoluto (come lui nati nei Trenta: Thomas Pynchon, Toni Morrison, Cormac McCarthy) probabilmente il più robusto, il più tenace, il più influente, il più completo scrittore americano della sua generazione e di quelle a seguire, portava il suo alter ego Nathan Zuckerman a nutrire i primi dubbi sulla propria ricerca e noi lettori a morire di piacere tra le pieghe di una storia in cui nulla è come sembra. Oggetto dell'indagine: Seymour Levov, lo "Svedese", ex atleta modello, simbolo di una presunta innocenza americana e vecchia conoscenza dell'io narrante. Addentrarsi nella vita di Levov ormai anziano - scoprire, dietro la rispettabilità borghese, una tragedia privata resa più insopportabile dal sale della commedia - porterà Zuckerman a smantellare uno dopo l'altro (la famiglia, il matrimonio, il patriottismo, il diritto alla felicità) tutti i pilastri su cui gli Stati Uniti avevano creduto di reggersi.
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Adesso che Philip Roth è morto e Donald Trump non smette di twittare, guardiamo ammirati quel formidabile libro come un'oasi di intelligenza in un deserto di qualunquismo, un inno alla complessità scagliato contro un tempo che punta tutto sulla semplificazione. Ma gli esseri umani non sono semplici per niente, e su questo Roth ci ha impartito per mezzo secolo una lezione magistrale. E modesta. Il suo addio alla scrittura annunciato nel 2012 si accompgna alle sue ultime volontà: distruggere gli archivi affinché nulla resti che non sia perfetto come ciò che ha pubblicato in vita.
Pastorale americana è del 1997. Il romanzo lascia tutti di stucco. Massimo della complessità nel massimo della leggibilità. La cosa più stupefacente è la serie di capolavori che Roth in quel periodo riesce a licenziare uno dietro l'altro senza fermarsi un attimo. Operazione Shylock è del 1993, Il teatro di Sabbath del 1995, Ho sposato un comunista del 1998, La macchia umana del 2000, L'animale morente dell'anno successivo. Quale altro scrittore americano - eccettuato forse Faulkner nel decennio 1929-39 - era riuscito a dare così tanto in così poco tempo? Aggiungete che lo scrittore sessantaquattrenne di Pastorale era anche quello che, quasi trent'anni prima, aveva provocato già un terremoto pubblicando Lamento di Portnoy, un magnifico gesto di indipendenza e insieme un atto d'amore verso le debolezze della natura umana (così ridicola, sconcia, imprevedibile) scambiato per oltraggio al pudore. Certo Roth ha eccelso in ogni disciplina a cui si è dedicato.
È stato un ottimo autore di short stories (l'esordio di Addio Columbus), ha raccontato mirabilmente la follia del sesso (da Portnoy in poi), si è emancipato dalle proprie origini in modo pressoché istantaneo (indignò l'ala più ortodossa della comunità ebraica dai primi racconti pubblicati sul New Yorker) ma al tempo stesso ci ha regalato uno dei più alti esempi di amore filiale e autofiction ante litteram con Patrimonio, tutto incentrato sulla morte di suo padre. Ha inventato uno degli alter ego più riusciti di sempre (il ciclo di Zuckerman, ma non dimentichiamo David Kepesh), e ha reso omaggio ai suoi maestri senza lasciarsene schiacciare (Saul Bellow) o arrivando quasi a parodiarli (probabilmente c'è Bernard Malamud dietro Lo scrittore fantasma). Ha raccontato divertendosi gli Stati Uniti di Nixon (Cosa Bianca Nostra) e in modo sublime l'America ai tempi dell'affaire Lewinsky (La macchia umana). Addirittura Roth si è cimentato in una distopia che rischia adesso di apparire una premonizione (Il complotto contro l'America è tornato tra gli scaffali delle librerie americane dopo l'elezione di Trump). (reuters)
Roth il più grande naturalista del secondo Novecento? Nasciamo senza averlo deciso, preghiamo un dio che non esiste, in una famiglia che amandoci rischia di distruggerci, siamo schiavi del sesso, lottiamo per ottenere un premio che non ci renderà felici, fraintendiamo ogni cosa quanto più ci sentiamo vicini alla soluzione di un problema, a un certo punto moriamo ed ecco tutto - sono questi pochi accordi che danno vita, prodigiosamente, all'infinità di combinazioni capaci di far risplendere da secoli l'arte di raccontare storie.
Questo per Philip Roth è certamente vero, ma c'è altro. Se Pastorale americana e Lamento di Portnoy sono i suoi libri più famosi, il più estremo e forse il più bello è Il teatro di Sabbath. Qui il comico acquista una profondità ulteriore, il sesso rima perfettamente con la morte, e attraverso l'unico dei suoi campioni non borghesi, il burattinaio dissoluto Mickey Sabbath, così vitale, disperato, violento, Roth riesce a ingaggiare a un certo punto un dialogo con Shakespeare: il cimitero dove Sabbath si masturba sulla tomba dell'ex amante Drenka è lo stesso in cui Amleto vede il teschio di Yorick, un cimitero, un castello, la stanza di un hotel, la dimensione altra in cui l'arte, mostrando le colonne d'Ercole dell'uomo, lo scopre sotto una luce che in natura non esiste.
di DARIO OLIVERO
Philip Roth è uscito di scena una prima volta come uno dei suoi alter ego letterari nel 2012: dopo 31 romanzi ha annunciato che non avrebbe scritto mai più. Il talento, disse anni dopo, ha i suoi termini contrattuali. A un certo punto, semplicemente, il contratto scade. Gli sopravvisse un uomo con il suo stesso nome, l'ultimo dei suoi alter ego, che passava le giornate a vivere, leggere e a riflettere sulla poesia, gli anni che passano e "l'inferno della stupidità" dei nostri tempi. Si può decidere di smettere. Di bere, di fumare, di giocare a baseball o di scrivere. Ma non di essere scrittore. Non di farla finita con l'ossessione di una vita. Perché il vero motivo che rende Roth il più grande non è l'eterna polemica sul Nobel mancato. Né la sua decisione da gigante in un mondo di nani che non sospettano che il mondo possa fare a meno del loro ridicolo talento. Il vero motivo è semplice: l'enigma della scrittura, lavorare sulla lingua per piegarla al racconto della condizione umana. E su fronti diversi combattere forze ancestrali sotto forma di letteratura più grandi del singolo (come spiega Elèna Mortara nella splendida introduzione critica al Meridiano che raccoglie la prima parte dell'opera omnia): la tradizione ebraica dei padri, quella paleface di Henry James e Melville, quella redskin di Whitman e Thoreau, quella dei grandi innovatori ebrei americani Bellow e Malamud.
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E tutto per trovare una propria voce, senza compromessi. "La descrizione - disse a Repubblica pochi mesi fa - è tutto, e il mio ruolo è quello di descrivere. Riverso tutta la mia forza in questo. Io mi considero un artista della letteratura, non sostengo nessun programma né trasmetto alcun messaggio". E ancora: "La mia principale responsabilità estetica è nei confronti della lingua inglese così come si è evoluta in America, la madrelingua per mezzo della quale cerco di trasmettere al mondo le mie fantasie di realtà - le mie sbrigliate allucinazioni camuffate da romanzi realistici". Questo è essere scrittore. Ai lettori, sempre meno lamentava, non resta che restare abbagliati e avvinghiati dal continuo tentativo di un uomo di scalare le parole fin dove è possibile. E quando le parole finiscono, per scelta o per condizione, leggere sorpresi e rapiti quell'unica vocale infinita che risuona nell'ultima pagina del Lamento di Portnoy: "...ma almeno ho vissuto, ho vissuto alla grande! Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!".
Così le periferie del New Jersey diventarono il condominio dell'umanità
di STEFANO MASSINI
Cosa si può scrivere quando muore Philip Roth? Forse l'unica cosa onesta è riconoscere che ad andarsene è una parte di me, quella che in lui ha sempre visto più che un maestro un paradigma della scrittura stessa. Quanto ho rubato a Roth. Quanto gli è debitrice la mia opera sui Lehman, che all'ebraismo americano ha eretto a suo modo un monumento, facendone il simbolo di un meticciato formidabile e intrepido, capace di innervare le sinapsi atrofizzate di un occidente ripiegato su se stesso. Roth ne era l'emblema inarrivabile, magistrale nel confondere i piani e i registri, contaminando la cronaca con la fiction, la ricostruzione documentaria con l'epica più travolgente. Solo così si spiega come Newark diventasse nelle sue pagine l'umanità stessa, e le periferie fumose del New Jersey finissero per ospitarci tutti come in uno spietato condominio kafkiano: siamo stati tutti lettori e creature di Roth, siamo stati suoi estimatori e sue cavie, adepti e vittime.
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Per di più, lo confesso, non riesco oggi a non vedere in lui anche solo l'immigrato ebreo galiziano, trapiantato sulla riva sinistra dell'Hudson, a nemmeno dieci chilometri da quel cuore pulsante di Manhattan in cui Emanuel Lehman - immigrato ebreo bavarese - aprì la sede newyorchese dell'impresa di famiglia. Nessuna sorpresa, in fondo, per uno che è sempre stato a mezza strada fra autore e personaggio - al tempo stesso Roth e Zuckerman - profondamente meticcio anche in questo senso, fiero di galleggiare in quell'oceano di visioni che è la creazione letteraria, fino a esserne inglobato e sopraffatto. Requiem, allora, a colui che forse più di tutti seppe orientarci e disorientarci, con quel suo procedere inquieto, grottesco, paradossale e incontenibile, come un sismografo impazzito che annota i movimenti tellurici fra realtà e scrittura, fra esperienza e reminescenza, fra carne e poesia.
E quando nel 2007 pubblicò Il fantasma esce di scena, ebbi fortissima la sensazione che quella New York post-11 settembre fosse un girone dantesco in cui tutti noi venivamo relegati, laddove il cratere di Ground Zero equivale all'abisso della malattia, della disperazione, dell'umana discesa verso la morte. Era una visione terribile, di potentissima verità. Talmente tanto, che perfino la morte di Roth ne faceva già parte come implicita esigenza del racconto stesso. Adesso si è compiuta nella realtà, ma è solo un corollario, una data su una lapide: egli era già in compagnia del proprio cadavere. Ebbene sì: non definirei altrimenti il mestiere di scrivere.
Il male e la colpa dell'uomo-penna che creò l'Edipo contemporaneo
di MASSIMO RECALCATI
Se c'è un tema della psicoanalisi che attraversa per intero l'immensa opera di Philip Roth non è tanto quello della rivolta sessuale, ma quello del grande e tragico dissidio tra la vita e la morte, tra Eros e Thanatos. È su questo tema che Roth raggiunge il livello dei grandissimi: Dostoevskij, Kafka, Camus. Non a caso Nemesi, il libro dal carattere testamentario che chiude la sua carriera di scrittore, ritorna sul legame misterioso e paradossale che unisce la vita alla morte, sul loro, come direbbe Freud, "impasto pulsionale". Il protagonista è un giovane educatore che dedica le proprie energie a difendere i suoi ragazzi dal terribile morbo della polio che sta mietendo indifferente le sue vittime. Quando la morte colpisce l'innocente non è solo un problema medico, scrive Roth, ma innanzitutto teologico. Da dove viene l'esperienza del Male che accompagna come un'ombra la nostra vita?
Il protagonista di Nemesi lavora contro il male, incarna la pulsione di vita che contrasta quella di morte, ma, come accade a Edipo, il figlio maledetto che Freud elegge a simbolo del nostro destino universale, è, paradossalmente, proprio lui stesso la causa prima del male che combatte. Egli deve scoprire che è stato lui a diffondere involontariamente il morbo; è stato lui la Causa del Male che ha combattuto. La colpa del protagonista di Nemesi - come quella dell'Edipo di Sofocle e di Freud - è quella di chi si crede innocente, di escludersi dalla ricerca del colpevole, di essere, come tutti noi siamo sempre, innocenti e colpevoli. È questo il nucleo dell'ebraismo radicale di Freud e di Roth? Il loro disincanto colpisce al cuore una nozione astratta e illusoria di Ideale e ci costringe a restare coi piedi nel fango.
Nell'ultimo romanzo di Roth il cerchio della colpa sembra chiudersi su se stesso. Ma è sempre la forza della scrittura che lo sa riaprire. Come diceva Flaubert di se stesso, Roth è stato un "uomo-penna". Scrivere è stato un modo per non riprodurre il circolo senza speranza della colpa che genera se stessa. In questo senso il tema del figlio è forse il tema più struggente di tutta la sua opera. Non a caso Patrimonio è uno dei suoi più grandi capolavori. Al centro l'eredità del padre non come impossibilità di liberarsi dal passato - come maledizione del destino - ma come dono umanissimo della sua finitudine che consente alla vita del figlio di ricominciare. Lo stesso vale per il suo culto erotico della bellezza che non è mai puro divertissement, ma un balsamo necessario per curare la lesione (incurabile) dell'esistenza. Anche in questo Roth rivela, ben oltre il suo cinismo disincantato, una passione indomita per l'atrocità della vita.
Quanta verità negli amori molesti dei suoi antieroi luridi e spudorati
di MELANIA MAZZUCCO
La legge della vita: fluttuazione. Per ogni pensiero, un pensiero opposto, per ogni impulso, un impulso contrario... Non c'è da stupirsi se uno o impazzisce e muore o decide di scomparire". Così scriveva Philip Roth nel 1995 in una pagina del Teatro di Sabbath. Mi viene da pensare che sia per la legge della fluttuazione che il grande burattinaio della letteratura abbia deciso di inoltrarsi nella Valle delle Ombre proprio nella stagione e nell'anno di #MeToo: quando interviste, denunce, servizi giornalistici e cronache giudiziarie esibiscono ossessivamente i fantasmi tumescenti di uomini dominati dalla tentazione sessuale, svergognati e braccati dalle donne che li avevano subiti e dalla società ipocrita che li aveva ignorati. L'impudica e grottesca recita che va in scena ogni giorno da più di sei mesi deve averlo annoiato a morte.
La letteratura illumina la vita, i grandi scrittori precedono la cronaca. Nel romanzo di cui sopra, Mickey Sabbath, ex protagonista del teatro off-off Broadway, già nel 1989 viene esposto al pubblico ludibrio per aver molestato una ragazza di 40 anni più giovane di lui: smascherato dalla commissione speciale Women against Sexual Abuse, Belittlement, Battering and Telephone Harassment, perde tutti i contratti con le università, che non vogliono avere a che fare con un delinquente degenerato ed è costretto a nascondersi in provincia. Ma tante volte, e magistralmente, Roth ha raccontato i desideri molesti, le fantasie irrefrenabili, gli atti spregevoli e patetici di uomini maturi (quando non anziani e fatiscenti), per donne giovani e meno giovani, non sempre consenzienti.
Benché la sua sterminata produzione offra un affresco completo, a volte epico, a volte politico, sempre etico, della società americana degli ultimi sessant'anni, e ci regali una galleria memorabile di eroine - irragionevoli, detestabili, incantevoli, fragili, nevrotiche, psicotiche - lo ricorderemo forse proprio per i suoi antieroi erettili, prostatici, luridi e spudorati. Artificiali, inventati, scritti con una prosa controllata e ricercata e però tremendamente veri. Uno scrittore non giudica i suoi personaggi (se vogliono farlo i lettori, tanto peggio per loro). Li rivela, e ti rivela il mondo. Sta sempre un passo più in là del presente. La realtà lo insegue, ma non può mai raggiungerlo. È un peccato che Roth non si sentisse più da anni la forza e la voglia di scrivere ancora. Chissà cosa avrebbe intuito degli uomini, e delle donne, del nostro prossimo futuro.
L'eterno sconfitto del Nobel scomparso con l'Accademia di Svezia
di STEFANO BARTEZZAGHI
Se ne era già avuto qualcosa più di un presagio, ma la morte del grande scrittore lo ha fatto capire a tutti: se i premi Nobel fossero assegnati con il televoto, Philip Roth non avrebbe vinto solo quello letterario, che invece (se solo ci fosse bisogno di ricordarlo) mai gli arrise, ma anche quello per la fisica, o quello per la medicina. In realtà il nesso obbligatorio fra il defunto autore di Pastorale americana e il premio dell'Accademia di Svezia (attualmente un po' defunta anche lei) è una specialità italiana. Per dire: nell'ultima intervista che ha rilasciato al New York Times, Roth parlava di tutto, anche del formato editoriale del Meridiano dedicatogli da Mondadori, ma né lui né il suo intervistatore sfioravano il tema della giuria svedese.
(afp)
In Italia, si sa, con arbitri, giudici e giurati abbiamo contenziosi che partono dalla Corte Suprema e arrivano sino a Ballando con le stelle. Per noi Roth senza Nobel è un po' come Buffon senza Champions League. È inutile rammentare che, per come funziona il premio, Roth è stato "privato del Nobel" quanto lo fu Pitigrilli. E così in Italia, da anni, non sembra possibile parlare di Nobel senza fare il nome di Roth, né di Roth senza menzionare il Nobel. Perché? Non: perché Roth non ha vinto il Nobel? Ma: perché una maggioranza così unanime di italiani è convinta che gli spettasse di diritto? Quale incantesimo ci attanaglia? In termini di sociologia della letteratura, il quesito è assai più interessante di quanto possa esserlo una disputa tra il fandom di Roth e, per limitarci agli americani, quello di Don DeLillo, o di Cormac McCarthy o (ma perché no?) di Stephen King.
Una critica letteraria adeguata dovrebbe essere in grado di spiegare come mai Roth, con le sue opere e almeno per i suoi lettori italiani, abbia incarnato con tanta naturalezza la figura di Scrittore Più Grande Del Mondo. Perché è facile, più di DeLillo? Perché è cochon, e McCarthy no? Sarebbero spiegazioni semplicistiche. Bisognerà rifletterci, mentre aspettiamo che la cattedra vacante del Nobel Negato venga assegnata al successore di Jorge Luis Borges e Philip Roth. Ma, attenzione! Nel 2017 il Premio non è stato annullato, bensì sospeso. Il suo vincitore sarà annunciato nel prossimo ottobre, assieme a quello del 2018. Nel 2017 Roth era vivo e quindi perfettamente candidabile. Non è ancora del tutto da escludersi, insomma, che Roth lo vinca in extremis.
Paul Auster: "Ci piaceva chiacchierare più di baseball che di libri"
di ANNA LOMBARDI
Ho sempre ammirato la sua capacità d'impatto. La sua scrittura problematica. Il modo in cui costruiva storie che poi facevano discutere, ti costringevano a riflettere. Spero che in tanti, oggi, prendano in mano un suo romanzo e ricomincino a leggerlo. Troveranno senz'altro qualcosa di attuale anche in quelli scritti molti anni fa". L'amico Paul Auster, 71 anni, autore di romanzi come Trilogia di New York, Timbuctù e il recente 4321, anche lui parte di quel filone di autori ebrei americani a cui apparteneva Philip Roth, al telefono dalla sua casa di Brooklyn accetta di parlare con riluttanza: "Mi rendo conto che ricordarlo ai suoi lettori è un modo per onorarlo al meglio. Ma devo ancora accettare la sua assenza e non amo il triste rituale della memoria quando qualcuno se ne va. La morte di Philip mi addolora molto e per me oggi è un giorno difficile. Mi perdoni ma terrò per me i ricordi più cari".
Paul Auster Roth era più grande di lei di 14 anni ma avevate molto in comune. Eravate nati nella stessa città. Avevate radici ebraiche simili. Quanto ha contribuito al vostro legame?
"È vero, eravamo nati tutti e due a Newark, la cittadina del New Jersey che fronteggia New York e che molti conoscono soprattutto per il suo aeroporto, e amavamo parlarne. Lo facevamo spesso, ricordando luoghi e persone della nostra giovinezza o commentando quanto fosse cambiata. Era un argomento che effettivamente ci univa. Ma anche se eravamo buoni amici non eravamo amici intimi. Il nostro era un legame fatto soprattutto di momenti leggeri, allegri: la sorprenderà ma preferivamo parlare più di sport che di letteratura".
Eppure quando Roth decise di smettere di scrivere dicendo che il romanzo era morto, lei lo criticò sostenendo che il mondo era ancora pieno di storie da raccontare e che il romanzo si sarebbe adattato ai tempi. Ne discuteste?
"Io, Philip e Don DeLillo eravamo grandi appassionati di baseball. Quando ci ritrovavamo insieme preferivamo parlare soprattutto di quello. Ci incontravamo per il piacere di stare insieme e ovviamente parlare di sport era più divertente e rilassante. È quello che fanno gli amici. Non si incontrano per discutere del loro lavoro: tanto meno per criticarsi".
(reuters)Adesso tutti parlano del Nobel mancato. Roth ne era rattristato?
"Il Nobel ormai non importa a nessuno e credo non interessasse nemmeno a lui. Se n'è andato a 85 anni dopo una lunga, distinta carriera, ricca di riconoscimenti. Se n'è andato con dignità dopo una vita piena, senza conoscere un declino terribile né del suo corpo né della sua fama. Penso che per lui andasse bene così".
Della sua opera cosa ha amato di più?
"Pastorale americana è certamente uno dei suoi romanzi più ricchi: personale e sociologico allo stesso tempo. Ma è difficile scegliere un solo libro della sua complessa produzione. Ha scritto tantissimi romanzi e tutti capaci di innescare pensiero. E per uno scrittore americano è già è un valore aggiunto incredibile, che lo rende un immortale della cultura contemporanea. Anche per questo sono felice di averlo conosciuto. E anche per questo voglio ancora dire buona fortuna Philip: dovunque tu sia".