Il nuovo dio, Giano bifronte
Michele Ainis, di MICHELE AINISSi sperimenta l’ibrido l’innesto fra specie differenti: un premier impolitico o apolitico alla testa di politici
Governo politico? Tecnico? Diciamo che sta nascendo un Politecnico. Istituzione anfibia, creatura androgina che ospita in sé l’opposto, l’altro da sé. Succede perciò che il premio elettorale per i due vincitori (Di Maio e Salvini) vada in tasca al terzo incomodo (Conte). E che il vascello degli eletti s’affidi a un nocchiero non eletto, a un non parlamentare. Certo, non è la prima volta. Accadde già con Renzi (2014), che tuttavia era pur sempre il leader del partito con più seggi in Parlamento, e che poi formò un esecutivo tutto politico, tutto in mano a politici di professione. Accadde anche con Dini (1995), i cui ministri però furono tutti tecnici, senza esperienze di politica attiva. Stavolta, viceversa, si sperimenta l’ibrido, l’innesto fra specie differenti: un premier impolitico o apolitico alla testa dei politici, con qualche ministro tecnico a comporre un vestito d’Arlecchino.
Ecco, &eg…
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Governo politico? Tecnico? Diciamo che sta nascendo un Politecnico. Istituzione anfibia, creatura androgina che ospita in sé l’opposto, l’altro da sé. Succede perciò che il premio elettorale per i due vincitori (Di Maio e Salvini) vada in tasca al terzo incomodo (Conte). E che il vascello degli eletti s’affidi a un nocchiero non eletto, a un non parlamentare. Certo, non è la prima volta. Accadde già con Renzi (2014), che tuttavia era pur sempre il leader del partito con più seggi in Parlamento, e che poi formò un esecutivo tutto politico, tutto in mano a politici di professione. Accadde anche con Dini (1995), i cui ministri però furono tutti tecnici, senza esperienze di politica attiva. Stavolta, viceversa, si sperimenta l’ibrido, l’innesto fra specie differenti: un premier impolitico o apolitico alla testa dei politici, con qualche ministro tecnico a comporre un vestito d’Arlecchino.
Ecco, è esattamente questa la cifra del nuovo esecutivo. È la fusion, è il jazz impastato con il rock. Ed è al contempo l’andare fuori, oltre, lontano rispetto alle categorie che avevano segnato il Novecento. Sul piano culturale, innanzitutto, perché il tecnico non è più il re-filosofo di cui parlò Platone, non è nemmeno l’esperto che corre in soccorso di governanti improvvidi, bensì è piuttosto l’inesperto chiamato nella cittadella del potere proprio in virtù della sua estraneità al potere, ciò che lo rende vergine, immacolato come la neve. Da qui, allora, il tentativo d’operare una sintesi fra popolo e Palazzo, fra cittadini prestati alla politica e politici che mietono successi elettorali usando la lingua e i tic dell’uomo della strada, ammesso che ci sia ancora una strada. Da qui, inoltre, il nuovo terreno di gioco, dove le squadre si confondono, dove un tweet del sindaco vale quanto i post dei suoi elettori: Sua Maestà la Rete.
In secondo luogo vanno al macero le categorie politiche di cui sono zeppe le nostre biblioteche. È di destra il nuovo esecutivo? È di sinistra? Magari potremmo dichiararlo figlio di un’alleanza destra-sinistra, come il Connubio Rattazzi-Cavour che inaugurò l’Italia liberale. Magari potremmo ascrivere Salvini alla destra, Di Maio alla sinistra, adottando le coordinate che ci offrì Norberto Bobbio. Perché se la destra ha a cuore la libertà dalle grinfie dello Stato, mentre la sinistra tende all’eguaglianza sotto l’ombrello dello Stato, allora la flat tax è di destra, il reddito di cittadinanza è di sinistra. Ma non è così, non è una somma matematica fra due distinte piattaforme a generare il contratto di governo. Quest’ultimo nasce piuttosto da un’unione, da un’incorporazione. Che a sua volta assorbe la destra e la sinistra in una miscela inedita, senza coloranti.
E la miscela infine si riversa sulle stesse istituzioni, le plasma, le conforma. Qual è infatti il modello cui tendono 5 Stelle e Lega? La democrazia rappresentativa? La democrazia diretta? L’una e l’altra, o forse nessuna delle due. Perché la loro forza discende dai seggi conquistati in Parlamento, ma il loro accordo non è stato sottoposto all’approvazione dei parlamentari, bensì degli elettori (con i gazebo, con le consultazioni online). E perché il contratto di governo inocula elementi di democrazia diretta dentro la nostra democrazia indiretta, però senza negarla, senza sconfessarla. Da qui l’idea di rafforzare referendum e leggi popolari, proprio mentre il presidente Fico rivendica la centralità del Parlamento. Da qui, soprattutto, l’introduzione d’un vincolo di mandato per deputati e senatori, sulla scia della Costituzione portoghese. Che infatti stabilisce la decadenza automatica dei parlamentari, se s’iscrivono a un gruppo politico diverso (art. 160); ma al tempo stesso ne protegge la libertà di voto e d’opinione (art. 155). Insomma, la conciliazione degli opposti, la santificazione dell’ossimoro. Il nuovo dio degli italiani ha un volto, anzi un doppio volto, antico: quello di Giano bifronte.
Ecco, è esattamente questa la cifra del nuovo esecutivo. È la fusion, è il jazz impastato con il rock. Ed è al contempo l’andare fuori, oltre, lontano rispetto alle categorie che avevano segnato il Novecento. Sul piano culturale, innanzitutto, perché il tecnico non è più il re-filosofo di cui parlò Platone, non è nemmeno l’esperto che corre in soccorso di governanti improvvidi, bensì è piuttosto l’inesperto chiamato nella cittadella del potere proprio in virtù della sua estraneità al potere, ciò che lo rende vergine, immacolato come la neve. Da qui, allora, il tentativo d’operare una sintesi fra popolo e Palazzo, fra cittadini prestati alla politica e politici che mietono successi elettorali usando la lingua e i tic dell’uomo della strada, ammesso che ci sia ancora una strada. Da qui, inoltre, il nuovo terreno di gioco, dove le squadre si confondono, dove un tweet del sindaco vale quanto i post dei suoi elettori: Sua Maestà la Rete.
In secondo luogo vanno al macero le categorie politiche di cui sono zeppe le nostre biblioteche. È di destra il nuovo esecutivo? È di sinistra? Magari potremmo dichiararlo figlio di un’alleanza destra-sinistra, come il Connubio Rattazzi-Cavour che inaugurò l’Italia liberale. Magari potremmo ascrivere Salvini alla destra, Di Maio alla sinistra, adottando le coordinate che ci offrì Norberto Bobbio. Perché se la destra ha a cuore la libertà dalle grinfie dello Stato, mentre la sinistra tende all’eguaglianza sotto l’ombrello dello Stato, allora la flat tax è di destra, il reddito di cittadinanza è di sinistra. Ma non è così, non è una somma matematica fra due distinte piattaforme a generare il contratto di governo. Quest’ultimo nasce piuttosto da un’unione, da un’incorporazione. Che a sua volta assorbe la destra e la sinistra in una miscela inedita, senza coloranti.
E la miscela infine si riversa sulle stesse istituzioni, le plasma, le conforma. Qual è infatti il modello cui tendono 5 Stelle e Lega? La democrazia rappresentativa? La democrazia diretta? L’una e l’altra, o forse nessuna delle due. Perché la loro forza discende dai seggi conquistati in Parlamento, ma il loro accordo non è stato sottoposto all’approvazione dei parlamentari, bensì degli elettori (con i gazebo, con le consultazioni online). E perché il contratto di governo inocula elementi di democrazia diretta dentro la nostra democrazia indiretta, però senza negarla, senza sconfessarla. Da qui l’idea di rafforzare referendum e leggi popolari, proprio mentre il presidente Fico rivendica la centralità del Parlamento. Da qui, soprattutto, l’introduzione d’un vincolo di mandato per deputati e senatori, sulla scia della Costituzione portoghese. Che infatti stabilisce la decadenza automatica dei parlamentari, se s’iscrivono a un gruppo politico diverso (art. 160); ma al tempo stesso ne protegge la libertà di voto e d’opinione (art. 155). Insomma, la conciliazione degli opposti, la santificazione dell’ossimoro. Il nuovo dio degli italiani ha un volto, anzi un doppio volto, antico: quello di Giano bifronte.