Se si trattasse solo di Paolo Savona, il venerando economista che nel corso di alcuni decenni è passato da sostenitore di un'Europa costruita sull'asse franco-tedesco a critico feroce della Germania e della stessa costruzione europea, il problema sarebbe in fondo limitato. Ma dietro la reazione dei mercati, che ieri hanno riportato lo spread tra i Btp e i Bund tedeschi al livello di quattro anni fa e in una settimana hanno fatto salire del 43% il costo per assicurarsi contro un possibile default del debito pubblico italiano, dietro l'annuncio di Moody's che rivedrà al ribasso il giudizio sulla Repubblica, ci sono parole e prevedibili atti della coalizione gialloverde.
Le parole, prima di tutto: quelle da sole bastano ad accrescere le paure dei mercati che pure - abituati come sono ad anticipare quel che accadrà - avrebbero già dovuto scontare abbondantemente la vittoria dei grillini alle elezioni quasi tre mesi fa. Invece quelle paure prend…
Le parole, prima di tutto: quelle da sole bastano ad accrescere le paure dei mercati che pure - abituati come sono ad anticipare quel che accadrà - avrebbero già dovuto scontare abbondantemente la vittoria dei grillini alle elezioni quasi tre mesi fa. Invece quelle paure prend…
Se si trattasse solo di Paolo Savona, il venerando economista che nel corso di alcuni decenni è passato da sostenitore di un'Europa costruita sull'asse franco-tedesco a critico feroce della Germania e della stessa costruzione europea, il problema sarebbe in fondo limitato. Ma dietro la reazione dei mercati, che ieri hanno riportato lo spread tra i Btp e i Bund tedeschi al livello di quattro anni fa e in una settimana hanno fatto salire del 43% il costo per assicurarsi contro un possibile default del debito pubblico italiano, dietro l'annuncio di Moody's che rivedrà al ribasso il giudizio sulla Repubblica, ci sono parole e prevedibili atti della coalizione gialloverde.
Le parole, prima di tutto: quelle da sole bastano ad accrescere le paure dei mercati che pure - abituati come sono ad anticipare quel che accadrà - avrebbero già dovuto scontare abbondantemente la vittoria dei grillini alle elezioni quasi tre mesi fa. Invece quelle paure prendono sempre più corpo mano a mano che Lega e Cinque Stelle si avvicinano ai palazzi del potere e il loro legale rappresentante a Palazzo Chigi appare come la sbiadita copia di un premier.
Sono parole che parlano non tanto di redistribuzione del reddito - come pure sarebbe legittimo per forze che si dicono vicine alle classi più svantaggiate dalla globalizzazione - quanto di una miracolistica creazione di nuovi redditi spingendo unicamente su un ulteriore incremento del debito pubblico. Nessuno dei gialloverdi pronuncia invece ormai in modo esplicito le parole che riguardano l'uscita dall'euro. Ma lo strappo con l'Europa della moneta unica e con le sue regole è implicito in un programma di governo che intende aggiungere spese finanziate in disavanzo - ricetta infallibile per comprare il consenso nel breve periodo - a un debito pubblico che sfiora il 132% del Pil ed è il secondo al mondo in valore assoluto.
Questo i mercati lo hanno capito, così come capiranno presto se il mitico contratto tra grillini e leghisti si trasformerà davvero in programma di governo. Prepariamoci così - se alle promesse pre e post-elettorali seguiranno atti di governo coerenti - a un triste spettacolo di son et lumiere. Mentre vedremo gli spread salire sempre più in alto, saremo assordati dalla retorica delle forze di maggioranza contro la speculazione finanziaria e dalle accuse che di volta in volta individueranno oscuri poteri intenti a complottare contro un'Italia che finalmente vuole riprendere in mano il suo destino. Il problema, però, è che quel destino non è solo dell'Italia, ma anche di tutti quelli che hanno comprato negli anni i suoi titoli di debito pubblico. Il sogno di ogni esecutivo è di poter agire senza preoccuparsi di influenze esterne, come quella che acquirenti e venditori possono esercitare sui suoi titoli di Stato. Ma è difficile esercitare una piena sovranità nazionale con un debito pubblico come quello italiano; impensabile deviare troppo da un percorso di rientro di quel debito: quella che per altri Paesi con una finanza pubblica più sana potrebbe essere una semplice scivolata, per noi rischia di essere una caduta in uno strapiombo.
Ma in fondo i mercati - i temibili mercati - ci danno anche un'indicazione politica. La fuga di chi ha investito sul debito pubblico italiano è anche la conseguenza naturale di un progetto esplicito che punta a erigere muri e a chiudere l'Italia in un soffocante e velleitario recinto autarchico. Un Paese governato da forze che puntano al chilometro zero, allo sviluppo zero, all'immigrazione zero, alle infrastrutture a zero, può avere una sola valutazione dai mercati. Ed è una valutazione che si avvicina pericolosamente allo zero.
Le parole, prima di tutto: quelle da sole bastano ad accrescere le paure dei mercati che pure - abituati come sono ad anticipare quel che accadrà - avrebbero già dovuto scontare abbondantemente la vittoria dei grillini alle elezioni quasi tre mesi fa. Invece quelle paure prendono sempre più corpo mano a mano che Lega e Cinque Stelle si avvicinano ai palazzi del potere e il loro legale rappresentante a Palazzo Chigi appare come la sbiadita copia di un premier.
Sono parole che parlano non tanto di redistribuzione del reddito - come pure sarebbe legittimo per forze che si dicono vicine alle classi più svantaggiate dalla globalizzazione - quanto di una miracolistica creazione di nuovi redditi spingendo unicamente su un ulteriore incremento del debito pubblico. Nessuno dei gialloverdi pronuncia invece ormai in modo esplicito le parole che riguardano l'uscita dall'euro. Ma lo strappo con l'Europa della moneta unica e con le sue regole è implicito in un programma di governo che intende aggiungere spese finanziate in disavanzo - ricetta infallibile per comprare il consenso nel breve periodo - a un debito pubblico che sfiora il 132% del Pil ed è il secondo al mondo in valore assoluto.
Questo i mercati lo hanno capito, così come capiranno presto se il mitico contratto tra grillini e leghisti si trasformerà davvero in programma di governo. Prepariamoci così - se alle promesse pre e post-elettorali seguiranno atti di governo coerenti - a un triste spettacolo di son et lumiere. Mentre vedremo gli spread salire sempre più in alto, saremo assordati dalla retorica delle forze di maggioranza contro la speculazione finanziaria e dalle accuse che di volta in volta individueranno oscuri poteri intenti a complottare contro un'Italia che finalmente vuole riprendere in mano il suo destino. Il problema, però, è che quel destino non è solo dell'Italia, ma anche di tutti quelli che hanno comprato negli anni i suoi titoli di debito pubblico. Il sogno di ogni esecutivo è di poter agire senza preoccuparsi di influenze esterne, come quella che acquirenti e venditori possono esercitare sui suoi titoli di Stato. Ma è difficile esercitare una piena sovranità nazionale con un debito pubblico come quello italiano; impensabile deviare troppo da un percorso di rientro di quel debito: quella che per altri Paesi con una finanza pubblica più sana potrebbe essere una semplice scivolata, per noi rischia di essere una caduta in uno strapiombo.
Ma in fondo i mercati - i temibili mercati - ci danno anche un'indicazione politica. La fuga di chi ha investito sul debito pubblico italiano è anche la conseguenza naturale di un progetto esplicito che punta a erigere muri e a chiudere l'Italia in un soffocante e velleitario recinto autarchico. Un Paese governato da forze che puntano al chilometro zero, allo sviluppo zero, all'immigrazione zero, alle infrastrutture a zero, può avere una sola valutazione dai mercati. Ed è una valutazione che si avvicina pericolosamente allo zero.