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Harvey Weinstein condotto in tribunale in manette (ansa)

L’ultima passerella di Weinstein

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L’immagine di Harvey Weinstein che si avvia in tribunale con le manette ai polsi, scortato da due agenti della polizia di New York (tra cui una donna) è il potente suggello visivo di questa esplosiva stagione che passerà alle cronache come l’era del #metoo. Otto mesi di denunce a raffica da parte di migliaia di donne nei confronti dei propri violentatori in diversi ambienti sociali e di lavoro, ma che hanno soprattutto squarciato il velo dorato del mondo del cinema e dello spettacolo.

Da ottobre l’immagine di #metoo è stata quella delle donne in piazza, delle star che prendevano la parola dal podio dei premi, dei “photo call” con le dive in nero nella notte degli Oscar. Da oggi nell’iconografia del #metoo non ci sono solo le donne, le “vittime”, ma arriva anche un uomo: il carnefice, per giunta in manette.

Non è una bella immagine, quella di una persona in manette. Ma è utile capire che negli Stati Un…
L’immagine di Harvey Weinstein che si avvia in tribunale con le manette ai polsi, scortato da due agenti della polizia di New York (tra cui una donna) è il potente suggello visivo di questa esplosiva stagione che passerà alle cronache come l’era del #metoo. Otto mesi di denunce a raffica da parte di migliaia di donne nei confronti dei propri violentatori in diversi ambienti sociali e di lavoro, ma che hanno soprattutto squarciato il velo dorato del mondo del cinema e dello spettacolo.

Da ottobre l’immagine di #metoo è stata quella delle donne in piazza, delle star che prendevano la parola dal podio dei premi, dei “photo call” con le dive in nero nella notte degli Oscar. Da oggi nell’iconografia del #metoo non ci sono solo le donne, le “vittime”, ma arriva anche un uomo: il carnefice, per giunta in manette.

Non è una bella immagine, quella di una persona in manette. Ma è utile capire che negli Stati Uniti, e in particolare a New York, la passerella con i “ferri” ai polsi in favore di telecamere ha una funzione, e un nome, precisi. Si chiama “perp walk”, ed è accuratamente messa in scena con uno scopo catartico: rendere pubblico il momento in cui si sta portando a compimento la giustizia. Poi magari l’accusa non è tale da prevedere neanche la carcerazione, e certo esiste la presunzione di innocenza. Ma in questo caso prevale l’interesse pubblico alla trasparenza dell’azione giudiziaria.

Nello specifico della vicenda Weinstein, serve anche a smorzare le polemiche di una giustizia che è apparsa funzionare al rallentatore, soprattutto se paragonata alla velocità della gogna pubblica che ha spento per sempre tante stelle di Hollywood. Dopo Weinstein in molti sono stati denunciati e hanno pagato con la carriera per ciò che per anni era stato ritenuto la normalità dei rapporti di forza sui set e negli uffici.

L’onnipotente di Hollywood, l’uomo che con una parola costruiva carriere mentre con il corpo distruggeva per sempre l’anima delle sue vittime, ha indossato per l’occasione un ghigno beffardo, quasi una maschera grottesca. L’ostentata strafottenza del miliardario che può comprarsi la semilibertà condizionata solo da un braccialetto elettronico, come in effetti ha fatto nel giro di poche ore. Oltretutto con la protervia del proclamarsi innocente perché contro di lui non ci sarebbero sufficienti prove. Come se non fosse “sufficiente” la parola di decine di donne (circa 75) che ricostruiscono identiche circostanze delle ripetute violenze: il “casting couch” - il “provino sul divano” - è diventato un neologismo, e a Hollywood è persino spuntata una statua di Harvey in vestaglia sul divanetto, con il braccio proteso.

L’esito giudiziario non sarà naturalmente indifferente - “siamo un passo più vicini alla giustizia”, ha esultato una delle sue prime accusatrici, Rose McGowan. Ma è la carica simbolica di questa passerella forse a dare il messaggio più potente: “Abbiamo dimostrato che si può fare”, dice McGowan, il cui stupro risale a 20 anni fa. “Ora non sorridi più”, ha twittato un’altra grande accusatrice di Weinstein, l’italiana Asia Argento.

La prima udienza del processo è fissata per luglio. McGowan vuole andarci, sedersi e guardarlo negli occhi, sperando di curare così almeno un po’ del trauma che rivive ogni volta che lo vede o lo sente dire “E’ stato consensuale”.