La tempesta perfetta in Europa
Andrea Bonanni , di ANDREA BONANNI
Arriva dal Sud, come le peggiori libecciate estive, la tempesta perfetta che si sta addensando sui cieli d’Europa. Sta assumendo la conformazione di un possibile uragano finanziario e come tale, probabilmente, verrà affrontato. Ma l’origine e le cause sono di natura prettamente politica, e su quel fronte c’è ben poco che un’Unione ancora incompiuta possa fare per mettersi al riparo.
Come tutte le tempeste perfette, è il frutto della combinazione di più fattori, tra loro disomogenei e addirittura opposti, che convergono però sul punto più debole del bastione europeo, che è il logoramento della sua capacità di elaborazione politica. Da una parte c’è un Paese, l’Italia, che da ormai dieci anni è il grande malato della Ue. Ha superato in qualche modo la crisi finanziaria cominciata nel 2008 pagando un prezzo altissimo, ma senza fare fino in fondo le riforme che altri Paesi finiti sot…
Come tutte le tempeste perfette, è il frutto della combinazione di più fattori, tra loro disomogenei e addirittura opposti, che convergono però sul punto più debole del bastione europeo, che è il logoramento della sua capacità di elaborazione politica. Da una parte c’è un Paese, l’Italia, che da ormai dieci anni è il grande malato della Ue. Ha superato in qualche modo la crisi finanziaria cominciata nel 2008 pagando un prezzo altissimo, ma senza fare fino in fondo le riforme che altri Paesi finiti sot…
Arriva dal Sud, come le peggiori libecciate estive, la tempesta perfetta che si sta addensando sui cieli d’Europa. Sta assumendo la conformazione di un possibile uragano finanziario e come tale, probabilmente, verrà affrontato. Ma l’origine e le cause sono di natura prettamente politica, e su quel fronte c’è ben poco che un’Unione ancora incompiuta possa fare per mettersi al riparo.
Come tutte le tempeste perfette, è il frutto della combinazione di più fattori, tra loro disomogenei e addirittura opposti, che convergono però sul punto più debole del bastione europeo, che è il logoramento della sua capacità di elaborazione politica. Da una parte c’è un Paese, l’Italia, che da ormai dieci anni è il grande malato della Ue. Ha superato in qualche modo la crisi finanziaria cominciata nel 2008 pagando un prezzo altissimo, ma senza fare fino in fondo le riforme che altri Paesi finiti sotto l’amministrazione della troijka hanno portato a termine. Non ha mai recuperato la ricchezza di allora, e adesso langue economicamente, con una crescita asfittica e una competitività ristagnante.
Le elezioni italiane di marzo non hanno indicato un vincitore netto, ma hanno portato alla nascita di una coalizione populista e anti-europea, che però, dopo oltre due mesi, non è ancora riuscita a formare un governo. È riuscita tuttavia a mettere a punto un programma. E questo programma, zeppo di promesse tanto costose quanto contraddittorie, spaventa a morte i mercati che devono finanziare l’enorme debito pubblico italiano. Prima ancora che il presidente incaricato sia riuscito a sciogliere la riserva, lo spread è salito al suo massimo degli ultimi quattro anni e la borsa ha già bruciato decine di miliardi di euro di capitalizzazione delle imprese.
Dall’altra parte c’è la Spagna, che per molti versi sembrava il fratello virtuoso del monello italiano. Anche la Spagna ha superato la crisi a costo di pesanti sacrifici e ricorrendo, contrariamente all’Italia, ai finanziamenti europei condizionati ad un programma di riforme. Ma le riforme le ha fatte, ed ora la sua economia cresce a ritmi molto superiori ai nostri, tanto che nel 2017 il reddito pro-capite spagnolo ha superato quello italiano. Tuttavia, se l’Italia ha pagato un prezzo politico sotto forma di afasia dei partiti europeisti e di euforia di quelli populisti e delle loro inattuabili promesse, la Spagna lo ha pagato in termini di paralisi della politica. Due elezioni nazionali, nel 2015 e nel 2016, non sono riuscite ad indicare una netta maggioranza. Il governo in carica, guidato da Mariano Rajoy del Partito popolare, si regge su una coalizione instabile e non omogenea. Mettendo rigorosamente in atto la ricetta economica europea ha garantito la crescita del Paese, ma ha dovuto rinunciare a dare risposte politiche alle altre sfide, in primo luogo a quella del nazionalismo catalano che è stata delegata in toto alla magistratura, come se si trattasse solo di un problema di ordine pubblico. Ed ora proprio la magistratura spagnola mette sotto accusa il Partito popolare evidenziandone la corruzione endemica. Risultato: rischio di una nuova crisi di governo, spread spagnolo che torna a salire e borsa che comincia a precipitare. Viste da Bruxelles, queste due crisi che arrivano dal Sud sono ben distinte ma convergenti. Distinte, perchè la crisi italiana si presenta come una vera e propria sfida all’Europa e i programmi della coalizione populista rischiano di compromettere la sopravvivenza stessa della moneta unica. La crisi spagnola, invece, non mette in discussione le fondamenta del sistema Europa, ma proprio per questo solleva un interrogativo sulla capacità di produrre buona politica a livello nazionale quando le scelte di fondo sono imbrigliate e condizionate dalla Ue.
La convergenza di queste due tempeste, che le rende particolarmente pericolose, sta nel fatto che un malessere essenzialmente politico, restando senza risposta, viene traslato a livello finanziario. Se lo spread diventa l’unica espressione a disposizione per leggere e misurare i guasti di un Paese, siamo di fronte ad una degenerazione della dialettica democratica europea che rischiamo di pagare molto caro. Per anni l’Europa ha evitato di dare risposte, spiegazioni e perfino sanzioni alle confuse grida populiste che salivano dall’Italia (e talvolta anche dal Pd). Per anni ha accettato che la politica spagnola rifiutasse di farsi carico delle responsabilità che le competevano per mantenere, tra l’altro, l’unità di un Paese diviso. Questi silenzi e queste omissioni sono, certo, frutto anche della incompletezza della costruzione europea. Ma, per la seconda volta in un decennio, i limiti politici della Ue e dei suoi Stati membri rischiano di trasformarsi in una tempesta finanziaria che mette in gioco il benessere di tutti.
Come tutte le tempeste perfette, è il frutto della combinazione di più fattori, tra loro disomogenei e addirittura opposti, che convergono però sul punto più debole del bastione europeo, che è il logoramento della sua capacità di elaborazione politica. Da una parte c’è un Paese, l’Italia, che da ormai dieci anni è il grande malato della Ue. Ha superato in qualche modo la crisi finanziaria cominciata nel 2008 pagando un prezzo altissimo, ma senza fare fino in fondo le riforme che altri Paesi finiti sotto l’amministrazione della troijka hanno portato a termine. Non ha mai recuperato la ricchezza di allora, e adesso langue economicamente, con una crescita asfittica e una competitività ristagnante.
Le elezioni italiane di marzo non hanno indicato un vincitore netto, ma hanno portato alla nascita di una coalizione populista e anti-europea, che però, dopo oltre due mesi, non è ancora riuscita a formare un governo. È riuscita tuttavia a mettere a punto un programma. E questo programma, zeppo di promesse tanto costose quanto contraddittorie, spaventa a morte i mercati che devono finanziare l’enorme debito pubblico italiano. Prima ancora che il presidente incaricato sia riuscito a sciogliere la riserva, lo spread è salito al suo massimo degli ultimi quattro anni e la borsa ha già bruciato decine di miliardi di euro di capitalizzazione delle imprese.
Dall’altra parte c’è la Spagna, che per molti versi sembrava il fratello virtuoso del monello italiano. Anche la Spagna ha superato la crisi a costo di pesanti sacrifici e ricorrendo, contrariamente all’Italia, ai finanziamenti europei condizionati ad un programma di riforme. Ma le riforme le ha fatte, ed ora la sua economia cresce a ritmi molto superiori ai nostri, tanto che nel 2017 il reddito pro-capite spagnolo ha superato quello italiano. Tuttavia, se l’Italia ha pagato un prezzo politico sotto forma di afasia dei partiti europeisti e di euforia di quelli populisti e delle loro inattuabili promesse, la Spagna lo ha pagato in termini di paralisi della politica. Due elezioni nazionali, nel 2015 e nel 2016, non sono riuscite ad indicare una netta maggioranza. Il governo in carica, guidato da Mariano Rajoy del Partito popolare, si regge su una coalizione instabile e non omogenea. Mettendo rigorosamente in atto la ricetta economica europea ha garantito la crescita del Paese, ma ha dovuto rinunciare a dare risposte politiche alle altre sfide, in primo luogo a quella del nazionalismo catalano che è stata delegata in toto alla magistratura, come se si trattasse solo di un problema di ordine pubblico. Ed ora proprio la magistratura spagnola mette sotto accusa il Partito popolare evidenziandone la corruzione endemica. Risultato: rischio di una nuova crisi di governo, spread spagnolo che torna a salire e borsa che comincia a precipitare. Viste da Bruxelles, queste due crisi che arrivano dal Sud sono ben distinte ma convergenti. Distinte, perchè la crisi italiana si presenta come una vera e propria sfida all’Europa e i programmi della coalizione populista rischiano di compromettere la sopravvivenza stessa della moneta unica. La crisi spagnola, invece, non mette in discussione le fondamenta del sistema Europa, ma proprio per questo solleva un interrogativo sulla capacità di produrre buona politica a livello nazionale quando le scelte di fondo sono imbrigliate e condizionate dalla Ue.
La convergenza di queste due tempeste, che le rende particolarmente pericolose, sta nel fatto che un malessere essenzialmente politico, restando senza risposta, viene traslato a livello finanziario. Se lo spread diventa l’unica espressione a disposizione per leggere e misurare i guasti di un Paese, siamo di fronte ad una degenerazione della dialettica democratica europea che rischiamo di pagare molto caro. Per anni l’Europa ha evitato di dare risposte, spiegazioni e perfino sanzioni alle confuse grida populiste che salivano dall’Italia (e talvolta anche dal Pd). Per anni ha accettato che la politica spagnola rifiutasse di farsi carico delle responsabilità che le competevano per mantenere, tra l’altro, l’unità di un Paese diviso. Questi silenzi e queste omissioni sono, certo, frutto anche della incompletezza della costruzione europea. Ma, per la seconda volta in un decennio, i limiti politici della Ue e dei suoi Stati membri rischiano di trasformarsi in una tempesta finanziaria che mette in gioco il benessere di tutti.