C’è un eroe tragico che si aggira nelle stanze interiori di ciascuno di noi da sabato sera, e ci ricorda quanto sia facile non tanto diventare nessuno ma scoprire di esserlo. Anzi, peggio: che in un istante lo scopra il mondo intero. Costui si chiama Karius, basta la parola, non serve neppure il nome di battesimo perché il bisillabo possiede una fascinosa forza malefica, come il Joker di Batman. Nella vita Karius fa, o credeva di fare il portiere di calcio, per sua sventura nel Liverpool. Come sia andata a finire contro il Real Madrid lo sanno anche i sassi: non escono dagli occhi le papere del calciatore ma di più il suo sguardo, le disperate lacrime inconsolabili, la maglietta nera alzata a coprire il viso come fanno i bambini piccoli quando, mettendo le mani lì davanti, pensano di diventare invisibili. Magari, Karius. Magari lo fossi stato.
Karius che s’inginocchia sull’erba e nessuno lo sfiora per lunghissimi minuti, i compagni specia…
Karius che s’inginocchia sull’erba e nessuno lo sfiora per lunghissimi minuti, i compagni specia…
C’è un eroe tragico che si aggira nelle stanze interiori di ciascuno di noi da sabato sera, e ci ricorda quanto sia facile non tanto diventare nessuno ma scoprire di esserlo. Anzi, peggio: che in un istante lo scopra il mondo intero. Costui si chiama Karius, basta la parola, non serve neppure il nome di battesimo perché il bisillabo possiede una fascinosa forza malefica, come il Joker di Batman. Nella vita Karius fa, o credeva di fare il portiere di calcio, per sua sventura nel Liverpool. Come sia andata a finire contro il Real Madrid lo sanno anche i sassi: non escono dagli occhi le papere del calciatore ma di più il suo sguardo, le disperate lacrime inconsolabili, la maglietta nera alzata a coprire il viso come fanno i bambini piccoli quando, mettendo le mani lì davanti, pensano di diventare invisibili. Magari, Karius. Magari lo fossi stato.
Karius che s’inginocchia sull’erba e nessuno lo sfiora per lunghissimi minuti, i compagni specialmente, temendo forse un contagio: se tocchi Karius diventi come lui? Karius poi accarezzato da Bale il carnefice. Karius a mani giunte davanti alla curva dei tifosi inglesi per chiedere scusa. Karius marchiato per sempre dall’infamia dell’errore e questo sarebbe ancora nulla. Il peggio è la centrifuga dei social dove il povero Karius diventa l’hashtag #KariusTheClown e precipita in un abisso fantozziano dove il vero martire è un pagliaccio, offeso dalle risate ben più che dalle ferite della vita. Ecco dunque Karius che pubblicizza guanti, eccolo indicato come possibile segretario del Pd, eccolo nel video “se il vostro cane fosse Karius”: a un cucciolo vengono lanciati polpette, una palla, un bastone e lui non afferra nulla, se non l’aria addentata dalle mascelle vuote.
Nello spazio di qualche ora Karius diventa un classico della letteratura. Gli casca addosso una potenza evocativa degna di un Dostoevskij o forse di Gogol. Il suo delitto non è nulla se paragonato al castigo che l’attende e che già vive: qui e ora, sul palcoscenico del mondo/circo e poi nei secoli a venire, quando ad ogni papera di portiere Karius verrà evocato da tutti e tutti lo cercheranno per chiedergli di quella lontana sera a Kiev. Dovrà portare il peso della verità su sé stesso, il più gravoso per chiunque perché è da quel peso che sfuggiamo continuamente raccontandoci che noi no, noi non siamo così, figurarci, noi siamo meglio.
Invece adesso verrebbe voglia di abbracciarlo come un fratello, e non soltanto per asciugargli le lacrime, semmai per fargli capire che abbiamo capito: capito la sua paura, il terrore che un pallone (il destino?, il futuro?) possa piegargli le mani ed è per questo che poi non si mettono i pugni, non per imperizia tecnica ma per assoluta angoscia del domani. Quest’uomo, questo nostro gemello clown ha semplicemente vissuto il senso pieno della propria inadeguatezza, l’essere in un posto troppo grande per lui. Ma esiste forse un luogo che non lo sia, per ciascuno, in questo deserto di solitudine? E allora non piangere Karius, smettila. Perché su quel prato maledetto non ci hai mostrato chi sei, ma chi siamo.
Karius che s’inginocchia sull’erba e nessuno lo sfiora per lunghissimi minuti, i compagni specialmente, temendo forse un contagio: se tocchi Karius diventi come lui? Karius poi accarezzato da Bale il carnefice. Karius a mani giunte davanti alla curva dei tifosi inglesi per chiedere scusa. Karius marchiato per sempre dall’infamia dell’errore e questo sarebbe ancora nulla. Il peggio è la centrifuga dei social dove il povero Karius diventa l’hashtag #KariusTheClown e precipita in un abisso fantozziano dove il vero martire è un pagliaccio, offeso dalle risate ben più che dalle ferite della vita. Ecco dunque Karius che pubblicizza guanti, eccolo indicato come possibile segretario del Pd, eccolo nel video “se il vostro cane fosse Karius”: a un cucciolo vengono lanciati polpette, una palla, un bastone e lui non afferra nulla, se non l’aria addentata dalle mascelle vuote.
Nello spazio di qualche ora Karius diventa un classico della letteratura. Gli casca addosso una potenza evocativa degna di un Dostoevskij o forse di Gogol. Il suo delitto non è nulla se paragonato al castigo che l’attende e che già vive: qui e ora, sul palcoscenico del mondo/circo e poi nei secoli a venire, quando ad ogni papera di portiere Karius verrà evocato da tutti e tutti lo cercheranno per chiedergli di quella lontana sera a Kiev. Dovrà portare il peso della verità su sé stesso, il più gravoso per chiunque perché è da quel peso che sfuggiamo continuamente raccontandoci che noi no, noi non siamo così, figurarci, noi siamo meglio.
Invece adesso verrebbe voglia di abbracciarlo come un fratello, e non soltanto per asciugargli le lacrime, semmai per fargli capire che abbiamo capito: capito la sua paura, il terrore che un pallone (il destino?, il futuro?) possa piegargli le mani ed è per questo che poi non si mettono i pugni, non per imperizia tecnica ma per assoluta angoscia del domani. Quest’uomo, questo nostro gemello clown ha semplicemente vissuto il senso pieno della propria inadeguatezza, l’essere in un posto troppo grande per lui. Ma esiste forse un luogo che non lo sia, per ciascuno, in questo deserto di solitudine? E allora non piangere Karius, smettila. Perché su quel prato maledetto non ci hai mostrato chi sei, ma chi siamo.