In Libia Macron colma il vuoto dell’Italia
Vincenzo Nigro , di VINCENZO NIGRO
Sona trascorse poche ore dalla fine dell'"evento Libia" che l'Eliseo ha voluto organizzare per seguire l'intuizione di Emmanuel Macron, quella che sia necessaria una spinta in avanti, una accelerazione nel processo di soluzione della crisi libica. Poteva essere un evento positivo, capace di dare una nuova dinamica al processo politico che l'Onu ha avviato presentando l'Action Plan del settembre 2017. Non sembra possa essere positivo il risultato della riunione di Parigi.
Certo, la riunione ha seguito alcune delle priorità e degli interessi francesi. Per il presidente Macron un evento molto personalizzato che lo riportasse in alto nella considerazione dei suoi elettori e della cupola del potere francese. Per il Paese l'obiettivo strategico di rimanere al centro del dibattito politico e sicurezza nel Mediterraneo.
Gli obiettivi che Macron aveva annunciato per la Libia sono tutti assolutamente coerenti: tenere elezioni entro la fine …
Certo, la riunione ha seguito alcune delle priorità e degli interessi francesi. Per il presidente Macron un evento molto personalizzato che lo riportasse in alto nella considerazione dei suoi elettori e della cupola del potere francese. Per il Paese l'obiettivo strategico di rimanere al centro del dibattito politico e sicurezza nel Mediterraneo.
Gli obiettivi che Macron aveva annunciato per la Libia sono tutti assolutamente coerenti: tenere elezioni entro la fine …
Sona trascorse poche ore dalla fine dell'"evento Libia" che l'Eliseo ha voluto organizzare per seguire l'intuizione di Emmanuel Macron, quella che sia necessaria una spinta in avanti, una accelerazione nel processo di soluzione della crisi libica. Poteva essere un evento positivo, capace di dare una nuova dinamica al processo politico che l'Onu ha avviato presentando l'Action Plan del settembre 2017. Non sembra possa essere positivo il risultato della riunione di Parigi.
Certo, la riunione ha seguito alcune delle priorità e degli interessi francesi. Per il presidente Macron un evento molto personalizzato che lo riportasse in alto nella considerazione dei suoi elettori e della cupola del potere francese. Per il Paese l'obiettivo strategico di rimanere al centro del dibattito politico e sicurezza nel Mediterraneo.
Gli obiettivi che Macron aveva annunciato per la Libia sono tutti assolutamente coerenti: tenere elezioni entro la fine del 2018. Poi sostegno all'adozione di un nuovo quadro costituzionale (con anche una legge elettorale). Ridurre le rivalità fra i diversi attori nel campo della sicurezza (le varie milizie). Infine, ma molto importante, unificare le istituzioni finanziare che sono state separate fra Est e Ovest e di fatto stanno perdendo ogni efficacia.
Sono tutti obiettivi talmente condivisibili da essere stati inseriti nell'Action Plan che era stato presentato dall'inviato dell'Onu Ghassam Salamè.
Il problema è che la Conferenza di Parigi è stata convocata con parti libiche che non avevano nessuna intenzione di riconoscere legittimità, anche solo di cooperare con i rivali. Nel suo discorso il generale Khalifa Haftar ha confermato quello che dice da mesi, che non riconosce il Governo di Accordo Nazionale, che non riconosce legittimità al presidente Serraj. Dall'altra parte, il neo-eletto presidente del Consiglio di Stato Khaled Mishri (un Fratello musulmano) non riconosce Haftar, il suo ruolo militare, la sua pretesa di giocare un ruolo politico non volendo sottoporre il controllo della sua milizia al potere politico libico. E Haftar non riconosce il Consiglio di Stato.
Insomma, sono stati convocati a Parigi da Macron leader che non solo non hanno voluto negoziare, ma che non si sono riconosciuti. Hanno accettato il viaggio a Parigi appunto per fare un bel viaggio nella capitale francese, per non essere assenti in un luogo in cui comunque si parlava di Libia, per marcare gli avversari e rafforzare le alleanze con partner regionali presenti a Parigi (Egitto, Emirati, Arabia da una parte, Turchia e Qatar dall'altra).
C'è un altro elemento molto grave: l'assenza totale di Misurata alla Conferenza è un segnale pessimo, perché potrebbe indurre la città-martire della guerra a Gheddafi a radicalizzare le sue posizioni, a nuove azioni di forza. Per esempio a Tripoli, dove il rapporto con Serraj è sempre incerto. 13 milizie cittadine della Tripolitania hanno dichiarato di non riconoscersi nella conferenza di Parigi, i capi militari di Misurata sono furiosi, hanno il sospetto che quella francese sia solo una manovra per permettere ad Haftar di consolidarsi.
E un'ultima notazione: il documento finale di Parigi mette nelle mani di Ghassam Salamè, l'inviato Onu, il potere di dichiarare la data delle elezioni, di dare indicazioni decisive sulla Costituzione. Un capo politico libico ha definito la cosa "il tentativo di creare un protettorato in Libia, con un proconsole libanese che parla molto bene francese". Al momento quindi i segnali del dopo-Parigi sono tutti abbastanza confusi se non negativi. Per non parlare poi dell'assenza politica dell'Italia. Di quella però dovremmo occuparci noi italiani, esaminando il percorso della nostra infinita crisi politica interna. I colpevoli sono tutti a casa nostra: Macron non ha fatto altro che riempire il vuoto che Roma aveva lasciato.
Certo, la riunione ha seguito alcune delle priorità e degli interessi francesi. Per il presidente Macron un evento molto personalizzato che lo riportasse in alto nella considerazione dei suoi elettori e della cupola del potere francese. Per il Paese l'obiettivo strategico di rimanere al centro del dibattito politico e sicurezza nel Mediterraneo.
Gli obiettivi che Macron aveva annunciato per la Libia sono tutti assolutamente coerenti: tenere elezioni entro la fine del 2018. Poi sostegno all'adozione di un nuovo quadro costituzionale (con anche una legge elettorale). Ridurre le rivalità fra i diversi attori nel campo della sicurezza (le varie milizie). Infine, ma molto importante, unificare le istituzioni finanziare che sono state separate fra Est e Ovest e di fatto stanno perdendo ogni efficacia.
Sono tutti obiettivi talmente condivisibili da essere stati inseriti nell'Action Plan che era stato presentato dall'inviato dell'Onu Ghassam Salamè.
Il problema è che la Conferenza di Parigi è stata convocata con parti libiche che non avevano nessuna intenzione di riconoscere legittimità, anche solo di cooperare con i rivali. Nel suo discorso il generale Khalifa Haftar ha confermato quello che dice da mesi, che non riconosce il Governo di Accordo Nazionale, che non riconosce legittimità al presidente Serraj. Dall'altra parte, il neo-eletto presidente del Consiglio di Stato Khaled Mishri (un Fratello musulmano) non riconosce Haftar, il suo ruolo militare, la sua pretesa di giocare un ruolo politico non volendo sottoporre il controllo della sua milizia al potere politico libico. E Haftar non riconosce il Consiglio di Stato.
Insomma, sono stati convocati a Parigi da Macron leader che non solo non hanno voluto negoziare, ma che non si sono riconosciuti. Hanno accettato il viaggio a Parigi appunto per fare un bel viaggio nella capitale francese, per non essere assenti in un luogo in cui comunque si parlava di Libia, per marcare gli avversari e rafforzare le alleanze con partner regionali presenti a Parigi (Egitto, Emirati, Arabia da una parte, Turchia e Qatar dall'altra).
C'è un altro elemento molto grave: l'assenza totale di Misurata alla Conferenza è un segnale pessimo, perché potrebbe indurre la città-martire della guerra a Gheddafi a radicalizzare le sue posizioni, a nuove azioni di forza. Per esempio a Tripoli, dove il rapporto con Serraj è sempre incerto. 13 milizie cittadine della Tripolitania hanno dichiarato di non riconoscersi nella conferenza di Parigi, i capi militari di Misurata sono furiosi, hanno il sospetto che quella francese sia solo una manovra per permettere ad Haftar di consolidarsi.
E un'ultima notazione: il documento finale di Parigi mette nelle mani di Ghassam Salamè, l'inviato Onu, il potere di dichiarare la data delle elezioni, di dare indicazioni decisive sulla Costituzione. Un capo politico libico ha definito la cosa "il tentativo di creare un protettorato in Libia, con un proconsole libanese che parla molto bene francese". Al momento quindi i segnali del dopo-Parigi sono tutti abbastanza confusi se non negativi. Per non parlare poi dell'assenza politica dell'Italia. Di quella però dovremmo occuparci noi italiani, esaminando il percorso della nostra infinita crisi politica interna. I colpevoli sono tutti a casa nostra: Macron non ha fatto altro che riempire il vuoto che Roma aveva lasciato.