La tagliola di Trump sui dazi spinge la Ue verso Pechino
Federico Rampini , di FEDERICO RAMPINI
Se il tuo alleato ti tratta così, che bisogno c’è di avere anche dei nemici? L’ultima raffica di dazi lanciata da Donald Trump ha proprio questa caratteristica: colpisce gli amici, mentre per una volta risparmia la Cina. L’effetto politico è quasi inevitabile: fa di tutto per spingere gli europei nelle braccia di Pechino. Il paradosso non sfugge ad un esponente del partito del presidente, il senatore repubblicano Ben Sasse: “É stupido, Europa e Canada non sono la Cina, non si trattano gli alleati come gli avversari”.
Per una coincidenza quasi sospetta, mentre arriva l’annuncio della stangata contro acciaio e alluminio, i ministri degli Esteri di Cina e Germania sono riuniti, e all’unisono condannano “protezionismo e isolazionismo”. Pochi giorni fa un incontro analogo aveva unito Angela Merkel e il premier cinese Li Keqiang. L’asse sino-tedesco sta consolidandosi. Una Germania che si sente respinta…
Per una coincidenza quasi sospetta, mentre arriva l’annuncio della stangata contro acciaio e alluminio, i ministri degli Esteri di Cina e Germania sono riuniti, e all’unisono condannano “protezionismo e isolazionismo”. Pochi giorni fa un incontro analogo aveva unito Angela Merkel e il premier cinese Li Keqiang. L’asse sino-tedesco sta consolidandosi. Una Germania che si sente respinta…
Se il tuo alleato ti tratta così, che bisogno c’è di avere anche dei nemici? L’ultima raffica di dazi lanciata da Donald Trump ha proprio questa caratteristica: colpisce gli amici, mentre per una volta risparmia la Cina. L’effetto politico è quasi inevitabile: fa di tutto per spingere gli europei nelle braccia di Pechino. Il paradosso non sfugge ad un esponente del partito del presidente, il senatore repubblicano Ben Sasse: “É stupido, Europa e Canada non sono la Cina, non si trattano gli alleati come gli avversari”.
Per una coincidenza quasi sospetta, mentre arriva l’annuncio della stangata contro acciaio e alluminio, i ministri degli Esteri di Cina e Germania sono riuniti, e all’unisono condannano “protezionismo e isolazionismo”. Pochi giorni fa un incontro analogo aveva unito Angela Merkel e il premier cinese Li Keqiang. L’asse sino-tedesco sta consolidandosi. Una Germania che si sente respinta dal partner atlantico, fa quel che ha spesso fatto nella sua storia: guarda a Est. Il comportamento di Trump rovescia quel che fu dai tempi di Franklin Roosevelt e della conferenza di Bretton Woods (1944) una regola d’oro dell’egemonia americana: costruire consenso, cercare ampie coalizione di alleati con cui condividere un sistema di valori, un’architettura di regole, un assetto condiviso delle relazioni internazionali.
Trump gli alleati li regala al suo principale avversario. Non c’è stato alcun tentativo – neppure da parte dei suoi collaboratori – di individuare gli interessi comuni con gli europei e quindi cooptarli in un braccio di ferro con la Cina per rivedere le regole del commercio internazionale. Queste regole sono anacronistiche e concedono a Pechino dei privilegi non più sostenibili (il vero protezionismo da molti anni è quello cinese). Ma la tattica America First ovvero “Maciste contro il resto del mondo” spalanca a Xi Jinping l’opportunità di attirare moltre altre nazioni nella sua orbita.
Trump si muove d’istinto e prima di tutto guarda al calendario elettorale. Mancano solo cinque mesi alle legislative di metà mandato. I suoi dazi piacciono agli elettori-chiave di alcuni Stati nella Rust Belt, la cintura arrugginita della vecchia industrializzazione. Dalla regione dei Grandi Laghi alla Pennsylvania passando per l’Ohio, ci sono circoscrizioni elettorali decisive dove la classe operaia ha votato Trump nel 2016. Non importa che le ritorsioni europee tentino di infliggere danni in quegli stessi territori. Ciò che funziona fra Trump e lo zoccolo duro della sua base è un’idea di fedeltà, di promesse mantenute. Presto lui farà il bis con i dazi contro Mercedes e Bmw.
Le imprese americane sono molto meno contente dei loro operai. La maggior parte delle multinazionali si considerano danneggiate da questi dazi. La loro scommessa sulla globalizzazione, dalle origini del Wto (1999), è stata quella di articolare la produzione su più continenti, sfruttando vantaggi competitivi nel costo del lavoro, nelle politiche fiscali. Le multinazionali hanno perso cittadinanza e radicamento territoriale, le loro catene produttive e logistiche travalicano le frontiere. Questi dazi colpiscono e disarticolano pezzi interi della loro organizzazione.
Trump scommette che alla fine l’America sarà vincente perché gli altri dovranno concedere qualcosa, forse molto. Il suo metodo preferito: trattare con la pistola sul tavolo. Alzare il tiro, urlare minacce, provare a vedere l’effetto che fa. A volte funziona: è così che si sta arrivando al vertice con Kim Jong Un. Sul terreno commerciale i cinesi stanno già lanciando segnali di compromesso. Gli europei, almeno in apparenza, sono i più intransigenti nel voler rispondere colpo su colpo.
Trump ha intuito però la falsità di un luogo comune – insegnato pedissequamente nei manuali e nelle accademie – secondo cui dalle guerre commerciali tutti escono perdenti. Non è affatto vero, quando il commercio globale è segnato da macro-squilibri immani. Chi ha enormi avanzi commerciali – Cina e Germania – ha molto più da perdere e quindi ha interesse a fare concessioni. Il percorso da qui ai compromessi, però, può essere accidentato. Trump agisce d’impulso e senza piani di lungo termine. Ha il vantaggio che le montagne russe gli piacciono.
Per una coincidenza quasi sospetta, mentre arriva l’annuncio della stangata contro acciaio e alluminio, i ministri degli Esteri di Cina e Germania sono riuniti, e all’unisono condannano “protezionismo e isolazionismo”. Pochi giorni fa un incontro analogo aveva unito Angela Merkel e il premier cinese Li Keqiang. L’asse sino-tedesco sta consolidandosi. Una Germania che si sente respinta dal partner atlantico, fa quel che ha spesso fatto nella sua storia: guarda a Est. Il comportamento di Trump rovescia quel che fu dai tempi di Franklin Roosevelt e della conferenza di Bretton Woods (1944) una regola d’oro dell’egemonia americana: costruire consenso, cercare ampie coalizione di alleati con cui condividere un sistema di valori, un’architettura di regole, un assetto condiviso delle relazioni internazionali.
Trump gli alleati li regala al suo principale avversario. Non c’è stato alcun tentativo – neppure da parte dei suoi collaboratori – di individuare gli interessi comuni con gli europei e quindi cooptarli in un braccio di ferro con la Cina per rivedere le regole del commercio internazionale. Queste regole sono anacronistiche e concedono a Pechino dei privilegi non più sostenibili (il vero protezionismo da molti anni è quello cinese). Ma la tattica America First ovvero “Maciste contro il resto del mondo” spalanca a Xi Jinping l’opportunità di attirare moltre altre nazioni nella sua orbita.
Trump si muove d’istinto e prima di tutto guarda al calendario elettorale. Mancano solo cinque mesi alle legislative di metà mandato. I suoi dazi piacciono agli elettori-chiave di alcuni Stati nella Rust Belt, la cintura arrugginita della vecchia industrializzazione. Dalla regione dei Grandi Laghi alla Pennsylvania passando per l’Ohio, ci sono circoscrizioni elettorali decisive dove la classe operaia ha votato Trump nel 2016. Non importa che le ritorsioni europee tentino di infliggere danni in quegli stessi territori. Ciò che funziona fra Trump e lo zoccolo duro della sua base è un’idea di fedeltà, di promesse mantenute. Presto lui farà il bis con i dazi contro Mercedes e Bmw.
Le imprese americane sono molto meno contente dei loro operai. La maggior parte delle multinazionali si considerano danneggiate da questi dazi. La loro scommessa sulla globalizzazione, dalle origini del Wto (1999), è stata quella di articolare la produzione su più continenti, sfruttando vantaggi competitivi nel costo del lavoro, nelle politiche fiscali. Le multinazionali hanno perso cittadinanza e radicamento territoriale, le loro catene produttive e logistiche travalicano le frontiere. Questi dazi colpiscono e disarticolano pezzi interi della loro organizzazione.
Trump scommette che alla fine l’America sarà vincente perché gli altri dovranno concedere qualcosa, forse molto. Il suo metodo preferito: trattare con la pistola sul tavolo. Alzare il tiro, urlare minacce, provare a vedere l’effetto che fa. A volte funziona: è così che si sta arrivando al vertice con Kim Jong Un. Sul terreno commerciale i cinesi stanno già lanciando segnali di compromesso. Gli europei, almeno in apparenza, sono i più intransigenti nel voler rispondere colpo su colpo.
Trump ha intuito però la falsità di un luogo comune – insegnato pedissequamente nei manuali e nelle accademie – secondo cui dalle guerre commerciali tutti escono perdenti. Non è affatto vero, quando il commercio globale è segnato da macro-squilibri immani. Chi ha enormi avanzi commerciali – Cina e Germania – ha molto più da perdere e quindi ha interesse a fare concessioni. Il percorso da qui ai compromessi, però, può essere accidentato. Trump agisce d’impulso e senza piani di lungo termine. Ha il vantaggio che le montagne russe gli piacciono.