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(agf)

2 giugno, italiani contro italiani

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La Costituzione è un pezzo di carta: ci vuol poco a stracciarla. Specie se ciascuno la tira dal suo lato, opposto al lato altrui. Se ogni fazione ne prospetta una lettura partigiana, confondendo la parte con il tutto. Se infine quel vecchio documento normativo, scritto per unire, alimenta nuove divisioni.

Ecco, è esattamente questa l'eredità della nostra lunga, lunghissima crisi di governo. Una rissa furibonda sulle regole, che in ultimo chiama in causa la regola più alta, quella costituzionale. E il suo primo garante, ossia il capo dello Stato. Di volta in volta accusato d'aver lasciato passare troppo tempo prima d'assumere qualche iniziativa, oppure messo in croce per le proprie iniziative. Contestato per non avere immediatamente incaricato né Salvini né Di Maio, benché entrambi pretendessero le chiavi del governo, in virtù d'una legge elettorale che premia sia le liste, sia le coalizioni. Infine bersagliato da…
La Costituzione è un pezzo di carta: ci vuol poco a stracciarla. Specie se ciascuno la tira dal suo lato, opposto al lato altrui. Se ogni fazione ne prospetta una lettura partigiana, confondendo la parte con il tutto. Se infine quel vecchio documento normativo, scritto per unire, alimenta nuove divisioni.

Ecco, è esattamente questa l'eredità della nostra lunga, lunghissima crisi di governo. Una rissa furibonda sulle regole, che in ultimo chiama in causa la regola più alta, quella costituzionale. E il suo primo garante, ossia il capo dello Stato. Di volta in volta accusato d'aver lasciato passare troppo tempo prima d'assumere qualche iniziativa, oppure messo in croce per le proprie iniziative. Contestato per non avere immediatamente incaricato né Salvini né Di Maio, benché entrambi pretendessero le chiavi del governo, in virtù d'una legge elettorale che premia sia le liste, sia le coalizioni. Infine bersagliato da una freccia avvelenata, l'impeachment, che mette i due garanti della Costituzione (il presidente e la Consulta) l'uno contro l'altro, l'uno giudice dell'altro.

E perché mai? Di nuovo per l'interpretazione di una regola, quella fissata nell'articolo 92 della Carta. Dove la nomina dei singoli ministri avviene "su proposta" del presidente del Consiglio incaricato, sennonché nel caso di Savona la proposta è stata rifiutata. Da ciò l'impeachment, risuonato per un attimo e poi caduto nell'oblio, in questo tempo nevrotico e confuso. Ma la confusione scava come un tarlo anche nel linguaggio che usiamo tutti i giorni, nelle nostre parole. Davvero avrebbe senso formulare una proposta vincolante? "Ci faccio un'offerta che lui non può rifiutare" è un detto del padrino, della mafia. Tuttavia non si tratta di un'offerta bensì di una decisione, o meglio d'una prevaricazione.

Sicché celebriamo il 2 giugno - festa della Repubblica - divisi in due trincee, italiani contro italiani. Entrambi in nome d'una regola, che però non è la stessa regola. E festeggiamo manifestando, cioè mettendo le mani sulla festa. Prima la manifestazione del Pd, in difesa della democrazia. Poi quella del Movimento 5 Stelle, sempre in nome della democrazia, ma concepita in altre forme. E ancora, la manifestazione della Lega, per coniugare la democrazia al futuro, una democrazia presidenziale. Nei giorni scorsi manifestazioni contrapposte in varie città italiane, pro o contro Mattarella. Sarà che il Parlamento è muto, sarà che inoltre è mutilato (mancano le commissioni permanenti), dunque il contenzioso fra i partiti si consuma nelle piazze. Ma non è politica, è solo una piazzata.

Infine quest'onda si rovescia sulla Carta costituzionale, anch'essa teoricamente in festa, dato che nel 2018 si celebra il suo 70° compleanno. Troppe candeline sulla torta, dicono i suoi detrattori; dimenticando che la Costituzione americana è vecchia di due secoli e passa, però da quelle parti nessuno la mette in discussione. Sennonché in Italia la baruffa sulle regole ne offusca l'autorità, ne depotenzia il ruolo. Da qui l'eterna resistenza di ogni minoranza ad accettare la legittimità di chi si trovi in maggioranza, nonché della maggioranza ad accettare il responso dei garanti, dei contropoteri. Da qui, in ultimo, la negazione della regola non scritta, in aggiunta alla contestazione delle regole scritte.

Perché nella nostra Carta c'è un non detto, sopra e sotto il dictum. Questo: in uno Stato liberale il potere si divide, tuttavia i poteri divisi vanno condivisi. Altrimenti s'uccidono a vicenda, in una lotta barbara, ferina. "Leale collaborazione", così la chiama la Consulta. Vale per le istituzioni, ma vale pure per noialtri. Se l'amministratore del nostro condominio non ci piace, proviamo a rimpiazzarlo, ma senza dar fuoco alla casa.