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Il sogno di un Paese in cui Balotelli non sia unico

Il dibattito sulla fascia da capitano a Mario dopo lo striscione razzista in Svizzera
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C'è stato un momento non lontano in cui la Nazionale ha ampliato gli orizzonti della sua missione, per farsi veicolo di messaggi politici nel senso più autentico del termine. Al tempo di Cesare, l'Italia volava a Rizziconi su un campo confiscato alla 'ndrangheta, a Quarto per sostenere la squadra anti-camorra, a Medolla fra le ferite del terremoto. Era l'Italia di Prandelli e di Balotelli, il centravanti che mostrò, lui per davvero, i muscoli alla Germania molto prima di Salvini e Di Maio, e in cui una parte del Paese credette di scorgere una speranza di palingenesi: tecnica, per la squadra seconda all'Europeo, e culturale, per l'Italia chiamata alla sfida dell'integrazione.

Quattro anni, molte marachelle e due Mondiali buttati dopo, quel tempo è un passato remoto, Balotelli non ha fatto la carriera predetta e, risbucato dall'oblio, a San Gallo è stato accolto da uno striscione vergognoso che spiega la regressione del…
C'è stato un momento non lontano in cui la Nazionale ha ampliato gli orizzonti della sua missione, per farsi veicolo di messaggi politici nel senso più autentico del termine. Al tempo di Cesare, l'Italia volava a Rizziconi su un campo confiscato alla 'ndrangheta, a Quarto per sostenere la squadra anti-camorra, a Medolla fra le ferite del terremoto. Era l'Italia di Prandelli e di Balotelli, il centravanti che mostrò, lui per davvero, i muscoli alla Germania molto prima di Salvini e Di Maio, e in cui una parte del Paese credette di scorgere una speranza di palingenesi: tecnica, per la squadra seconda all'Europeo, e culturale, per l'Italia chiamata alla sfida dell'integrazione.

Quattro anni, molte marachelle e due Mondiali buttati dopo, quel tempo è un passato remoto, Balotelli non ha fatto la carriera predetta e, risbucato dall'oblio, a San Gallo è stato accolto da uno striscione vergognoso che spiega la regressione del Paese. C'è pure chi ha immaginato, come replica simbolica, che lui potesse indossare la fascia nella sua Nizza (dove i tifosi francesi gli hanno fatto trovare uno striscione di sostegno), anche per dare un segnale all'Italia nel giorno in cui si insediava il cosiddetto governo del cambiamento. Un'occasione, come quando gli azzurri decisero di correre ad abbracciarlo in caso di ululati razzisti. Ma, appunto, quei tempi sono spariti: la Nazionale in crisi tecnica ha da tempo abiurato la sua vocazione etica, e la lotta alla discriminazione, razziale e territoriale, ha cessato d'essere una priorità nella politica federale. L'ipotesi - Balotelli capitano per una notte - non solo non è mai stata presa in considerazione, ma è parsa una pretesa irricevibile. Bonucci ha tradito una certa insofferenza: non direttamente su Mario, ma sull'eccessiva attenzione riservata al singolo in danno del gruppo, memore di quei giorni perduti in cui si pretendeva da Balotelli più di quanto potesse fare, in campo, e volesse dare, fuori. A posteriori, questo è stato l'errore principale nella gestione del centravanti: l'ostinazione di considerare straordinario un dettaglio naturale, il colore della pelle. 

Ora ha ribadito Leo: la fascia si assegna in base al numero di presenze e di convocazioni, e Balotelli ha davanti a sé anche De Sciglio. Sarà capitano semplicemente quando lo diranno i numeri, come accade per Sara Gama fra le azzurre. È così che funziona in tutte le nazionali europee. Resta solo il timore che quel giorno, insieme alle sue presenze, sarà cresciuto anche il numero di imbecilli.