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(ansa)

Il welfare dimentica giovani e donne

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Un welfare squilibrato a favore delle pensioni, con una prevalenza dei trasferimenti monetari anziché dei servizi, frammentato in mille rivoli anziché ristrutturato in modo organico, dove si aggiungono nuove misure senza interrogarsi su come si integrino, o sostituiscano, a quelle esistenti, che peraltro in alcuni casi sembrano sconosciute. Il modello di welfare del nuovo governo che emerge dalla lettura del contratto gialloverde mostra sorprendenti continuità con le criticità storiche del sistema italiano: poco universalista, parcellizzato, sfavorevole ai giovani, alle famiglie con figli, alle donne con carichi famigliari, incapace di contrastare le disuguaglianze, che anzi rischia di rafforzare.

La flat tax, oltre a sottrarre risorse per qualsiasi cosa, si configura come una redistribuzione a favore dei ricchi. La cancellazione della riforma Fornero rafforzerà lo squilibrio della spesa pubblica a vantaggio dei pensionati contro i giovani e favorir…
Un welfare squilibrato a favore delle pensioni, con una prevalenza dei trasferimenti monetari anziché dei servizi, frammentato in mille rivoli anziché ristrutturato in modo organico, dove si aggiungono nuove misure senza interrogarsi su come si integrino, o sostituiscano, a quelle esistenti, che peraltro in alcuni casi sembrano sconosciute. Il modello di welfare del nuovo governo che emerge dalla lettura del contratto gialloverde mostra sorprendenti continuità con le criticità storiche del sistema italiano: poco universalista, parcellizzato, sfavorevole ai giovani, alle famiglie con figli, alle donne con carichi famigliari, incapace di contrastare le disuguaglianze, che anzi rischia di rafforzare.

La flat tax, oltre a sottrarre risorse per qualsiasi cosa, si configura come una redistribuzione a favore dei ricchi. La cancellazione della riforma Fornero rafforzerà lo squilibrio della spesa pubblica a vantaggio dei pensionati contro i giovani e favorirà i maschi del Nord che hanno avuto carriere lavorative e contributive regolari. Al nuovo ministero della Famiglia e delle disabilità viene affidata la gestione di politiche ispirate a un modello vecchio di famiglia e di donne, con il compito di farsi carico del lavoro di cura, in cambio di qualche trasferimento monetario.

Invece di mettere ordine nella miriade di trasferimenti monetari per i figli, ne vengono evocati altri, che si aggiungono agli esistenti, in linea con quanto fatto dagli ultimi governi. La conciliazione tra lavoro e famiglia viene affrontata solo sul versante dei trasferimenti monetari e non con un rafforzamento dei servizi, che pure darebbero un aiuto anche all’aumento della domanda di lavoro. Vale per i servizi per l’infanzia, ma anche per la non autosufficienza. Alcune proposte, poi, fanno intravedere l’ignoranza dell’esistente. Vale per l’innalzamento dell’indennità di maternità, che già copre l’80% dello stipendio, mentre il problema riguarda quella per il congedo genitoriale che copre solo il 30% dello stipendio per i primi sei mesi. Invece si incentivano le madri a tornare presto al lavoro, rinunciando al congedo genitoriale, in contro-tendenza con altri Paesi europei, dove si incentivano i genitori (padri inclusi) a prendersi tempo nel primo anno di vita dei figli. Sorprendente è la proposta di incentivare le aziende che non licenziano le madri, come se non ci fosse una norma di legge che lo vieta.

L’unica, parziale, novità, è il reddito di cittadinanza. Parziale perché arriva dopo che è stato introdotto un embrione di reddito minimo, il Rei. Destinato a chi si trova in povertà assoluta (non relativa, come l’ipotetico reddito di cittadinanza), al momento è sotto-finanziato. Per raggiungere i poveri assoluti richiederebbe uno stanziamento annuo tra 8 e 10 miliardi, la metà o un terzo del costo stimato per il reddito di cittadinanza M5S. Nel contratto gialloverde, tuttavia, nulla si dice su se e come il reddito di cittadinanza dovrebbe rapportarsi al Rei. Anzi, non solo soglia di povertà e beneficio spettante sono difformi, lo è anche lo strumento di calcolo, ignorando che da anni è in vigore l’Isee, certo perfettibile, per valutare le risorse economiche disponibili per una famiglia: tiene conto di reddito e ricchezza e li commisura all’ampiezza della famiglia.

Buon senso vorrebbe che l’attuazione del reddito di cittadinanza partisse da un rafforzamento del Rei, non dal suo abbandono o da una duplicazione. Ma nel contratto non se ne vede traccia. Come non vi è traccia di come il reddito di cittadinanza, che si vuole destinato prioritariamente ai disoccupati, si collegherebbe all’indennità di disoccupazione e all’assegno di ricollocazione. Anche qui il rischio è l’ulteriore frammentazione delle misure.