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(ansa)

Il piccolo Paese gialloverde

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Il programma del governo coltiva l'idea di un'Italia rinchiusa in sé, schierata in difesa. Quella ricetta l'abbiamo già vista fallire
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È piccola l'Italia gialloverde. Un Paese rinchiuso in sé, schierato in difesa. Un'Italia catenacciara. Potrebbe andare bene - forse - se si trattasse di una partita di calcio, ma non quando in gioco è il modello di sviluppo per i prossimi anni proprio mentre il mondo là fuori sta diventando un altro, spinto dall'intensità di una rivoluzione tecnologica senza precedenti. Eppure il programma del governo Di Maio-Salvini, illustrato in Parlamento, non senza inciampi, dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, guarda indietro, coltivando l'idea che la "piccola Italia" che ce l'ha fatta fino a quando era possibile ricorrere alla svalutazione monetaria competitiva e il progresso tecnologico si presentava lineare, possa essere rimessa in campo, solo con qualche aggiustamento.

Come quello suggerito ieri dal ministro Di Maio sceso in campo con la casacca liberista per conquistare la platea dei commercianti: "La ricetta pe…
È piccola l'Italia gialloverde. Un Paese rinchiuso in sé, schierato in difesa. Un'Italia catenacciara. Potrebbe andare bene - forse - se si trattasse di una partita di calcio, ma non quando in gioco è il modello di sviluppo per i prossimi anni proprio mentre il mondo là fuori sta diventando un altro, spinto dall'intensità di una rivoluzione tecnologica senza precedenti. Eppure il programma del governo Di Maio-Salvini, illustrato in Parlamento, non senza inciampi, dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, guarda indietro, coltivando l'idea che la "piccola Italia" che ce l'ha fatta fino a quando era possibile ricorrere alla svalutazione monetaria competitiva e il progresso tecnologico si presentava lineare, possa essere rimessa in campo, solo con qualche aggiustamento.

Come quello suggerito ieri dal ministro Di Maio sceso in campo con la casacca liberista per conquistare la platea dei commercianti: "La ricetta per far decollare le imprese che creano lavoro, sviluppo, nuove tecnologie nella loro crescita è lasciarle in pace". Non sarà così che le nostre piccole aziende si salveranno e ci salveranno. Quella ricetta l'abbiamo già sentita e vista fallire.

E ha un sapore bucolico, ma niente di più, l'affermazione del presidente Conte quando in Senato ha detto che "il rilancio della nostra economia passa attraverso lo spirito di iniziativa e le qualità di tanti piccoli imprenditori, professionisti, commercianti, artigiani, i quali, attraverso mille difficoltà, tengono alta la tradizione di impegno e laboriosità che costituisce una delle caratteristiche più autentiche del nostro tessuto produttivo, a tutti i livelli, in tutti i settori".

È la celebrazione del "piccolo è bello" che la globalizzazione ha già sconfitto e che ritorna anche nel progetto annunciato di rimettere mano alla riforma delle banche popolari riproponendo implicitamente un modello di credito territoriale con gli intrecci perversi tra politica, finanza, economia e mala-gestione che hanno prodotto gli sconquassi, ancor prima delle distrazioni delle autorità di vigilanza, dell'Etruria o della Popolare di Vicenza.

Con le piccole dimensioni non si compete nei mercati globali. Le dimensioni aziendali sono esse stesse un fattore di competitività perché rendono possibili massicci investimenti in innovazione e ricerca, perché rafforzano la qualità del capitale umano, perché consentono collaborazioni positive con le università, perché creano dinamiche mature nelle relazioni industriali. È quel che fanno Germania, Francia e pure la Gran Bretagna con la scelta di pensare in grande sul fronte produttivo, con piani ambizioni di collaborazione pubblico-privato. Perché Internet non è solo la presunta democrazia digitale; è molto di più nelle sue applicazioni lungo la filiera produttiva dove, sì, cancella (tanti) posti di lavoro ma crea anche nuove opportunità.

Di questo non c'è traccia nel miope contratto di governo. Nulla che indichi come far crescere le nostre imprese per aiutarle ad entrare nelle nuove decisive catene del valore globale, nulla su come implementare il programma Industria 4.0 del precedente governo. Eppure il nanismo è una delle malattie del nostro capitalismo che andrebbe curata, non assecondata.

Ma qui c'è forse un punto chiave. Il programma gialloverde ripropone in economia lo schema binario tra insider e outsider, tra élite e popolo. Tra grandi e piccoli. Dove i grandi non appartengono al popolo: sono perlopiù le multinazionali egoiste, apolidi per natura, disinteressate al territorio, evasori fiscali. Tutto probabilmente vero, ma è proprio qui che entra in campo la politica. Spetta alla politica fissare le regole, orientare e favorire gli investimenti, introdurre meccanismi di controllo, incentivare la concorrenza, tutelare l'ambiente e le condizioni di lavoro.

Lo Stato non deve ritrarsi anch'esso in difesa, non può limitarsi ad un'azione risarcitoria contro i danni provocati dai "cattivi", che possono essere le grandi imprese o la finanza speculativa, e mettere in campo una montagna di sussidi sociali che rischiano di annebbiare la centralità del lavoro e della produzione. Deve avere un ruolo attivo che non può esaurirsi nelle carezze alla rabbia dei piccoli.