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(ap)

Per spiegare la metamorfosi di Halep chiedete a Freud

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Freud giocò a tennis, e ne scrisse tre pagine di una lettera riportata nel libro A long way, baby della mia amica Grace Lichtenstein del New York Times. Non ho trovato niente però che potesse avvicinarmi alla spiegazione della vittoria di Halep.

Rileggo le poche righe che dedicai lo scorso anno alla rumena, battuta in finale dalla semisconosciuta Ostapenko e trovo che avrebbe potuto vincere se solo, in vantaggio 6-3 e 2-0, non fosse stata trafitta dal pensiero di non aver mai conquistato uno Slam, nonostante un allenatore freudiano, Darren Cahill, un australiano non diventato Laver a causa di una menomazione muscolare.

Stavolta, assistita maternamente dalla mia amica Virginia Ruzici, vincitrice del Roland Garros 1978, ci è riuscita. Ci vorrebbe uno psichiatra, se non il Dottor Freud, per capirlo.

La giovane Stephens sembrava avviata alla vittoria, avanti un set e 2-1 e giocando dal fondo più regolare e più lungo. Halep però si accaniva semp…
Freud giocò a tennis, e ne scrisse tre pagine di una lettera riportata nel libro A long way, baby della mia amica Grace Lichtenstein del New York Times. Non ho trovato niente però che potesse avvicinarmi alla spiegazione della vittoria di Halep.

Rileggo le poche righe che dedicai lo scorso anno alla rumena, battuta in finale dalla semisconosciuta Ostapenko e trovo che avrebbe potuto vincere se solo, in vantaggio 6-3 e 2-0, non fosse stata trafitta dal pensiero di non aver mai conquistato uno Slam, nonostante un allenatore freudiano, Darren Cahill, un australiano non diventato Laver a causa di una menomazione muscolare.

Stavolta, assistita maternamente dalla mia amica Virginia Ruzici, vincitrice del Roland Garros 1978, ci è riuscita. Ci vorrebbe uno psichiatra, se non il Dottor Freud, per capirlo.

La giovane Stephens sembrava avviata alla vittoria, avanti un set e 2-1 e giocando dal fondo più regolare e più lungo. Halep però si accaniva sempre più ad attaccare la palla, alla quale dedicava intensi grugniti. E, via via, dalla racchetta della sospirosa, sono uscite palle sempre più profonde e arrotate, che hanno condotto la presunta perdente a un parziale di 15 punti a 2.

Cos’era accaduto? Potrei dire che l’americana era stanca, non giocava mezza palla al volo, non sembrava desiderare sopra ogni cosa la vittoria, che invece la rumena voleva a ogni costo con una continua aggressione all’avversaria tramite la palla.

Così finalmente Simona ha non solo vinto il primo Slam, si è liberata di chissà quali complessi negativi, forse non solo tennistici. Ma ci vorrebbe il Professor Freud, ad averla interrogata, dopo la partita.