Inchiesta stadio della Roma, la finzione della trasparenza
Stefano Cappellini , di STEFANO CAPPELLINILe reazioni alle indagini sono degne della peggiore tradizione italiana: si svicola, si divaga, si dissimula. Ma ora che i nuovi inquilini del Palazzo sarebbero, in teoria, i campioni della trasparenza e della moralità pubblica il tentativo risulta ancora più smaccato
Sconcertante quanto un caso presunto di corruzione politica è un caso certo di disonestà intellettuale. Le reazioni del Palazzo all'inchiesta sul nuovo stadio della Roma sono degne della peggiore tradizione italiana: si svicola, si divaga, si dissimula. Ma ora che i nuovi inquilini del Palazzo sarebbero, in teoria, i campioni della trasparenza e della moralità pubblica il tentativo risulta ancora più smaccato.
Brillano per disinvoltura - disinvoltura di facciata non di argomentazioni, dato che queste ultime risultano parecchio involute - i vertici del Movimento 5 Stelle. Sulla colpevolezza penale di Luca Lanzalone deciderà un iter giudiziario appena iniziato. Sul suo ruolo politico, invece, non serve un tribunale. Bastano e avanzano le cronache. Lanzalone è un uomo chiave del potere 5 Stelle. È il padre dello Statuto del Movimento. È il superconsulente paracadutato da Luigi Di Maio nelle città amministrate dai g…
Brillano per disinvoltura - disinvoltura di facciata non di argomentazioni, dato che queste ultime risultano parecchio involute - i vertici del Movimento 5 Stelle. Sulla colpevolezza penale di Luca Lanzalone deciderà un iter giudiziario appena iniziato. Sul suo ruolo politico, invece, non serve un tribunale. Bastano e avanzano le cronache. Lanzalone è un uomo chiave del potere 5 Stelle. È il padre dello Statuto del Movimento. È il superconsulente paracadutato da Luigi Di Maio nelle città amministrate dai g…
Sconcertante quanto un caso presunto di corruzione politica è un caso certo di disonestà intellettuale. Le reazioni del Palazzo all'inchiesta sul nuovo stadio della Roma sono degne della peggiore tradizione italiana: si svicola, si divaga, si dissimula. Ma ora che i nuovi inquilini del Palazzo sarebbero, in teoria, i campioni della trasparenza e della moralità pubblica il tentativo risulta ancora più smaccato.
Brillano per disinvoltura - disinvoltura di facciata non di argomentazioni, dato che queste ultime risultano parecchio involute - i vertici del Movimento 5 Stelle. Sulla colpevolezza penale di Luca Lanzalone deciderà un iter giudiziario appena iniziato. Sul suo ruolo politico, invece, non serve un tribunale. Bastano e avanzano le cronache. Lanzalone è un uomo chiave del potere 5 Stelle. È il padre dello Statuto del Movimento. È il superconsulente paracadutato da Luigi Di Maio nelle città amministrate dai grillini, Roma e Livorno, per risolvere le questioni più spinose. È il titolare dello studio cui il M5S ha affidato la difesa nelle controversie giudiziarie sull'uso del simbolo e del nome del Movimento. Era a cena con Davide Casaleggio la sera prima di essere arrestato, e con loro c'erano anche altri esponenti del M5S.
Di cosa hanno discusso? Chiederlo non può certo suonare offensivo alle orecchie del partito dell'onestà. Solo il candore di Virginia Raggi può derubricare il ruolo di Lanzalone a quello di tecnico. Ma scelto da chi? Da Casaleggio? Significherebbe aver affidato un ruolo pubblico decisivo su indicazione di un imprenditore privato. Scelto per curriculum, come Raggi ha provato a correggere ieri? Non basterebbe comunque a declinare la responsabilità per la scelta disgraziata, la seconda peraltro dopo quella di Marra. La sindaca dice di non sentirsi chiamata a rispondere delle azioni di terzi. Ma chi, di grazia, dovrebbe rispondere dell'operato di un signore cui la giunta ha affidato per scelta politica la gestione del più importante dossier della Capitale d'Italia? Raggi, appunto, non ritiene di dovere. E questo aggiunge un altro tassello, forse l'ultimo, al giudizio sul suo grado di preparazione al compito che le è stato assegnato e un grado in più alla disillusione di chi pensava di averla eletta proprio per evitare che si ripetessero casi come questi.
Ma Raggi non è sola sulla linea dei trasecolati. Anche Matteo Salvini non si capacita di come Parnasi abbia potuto incappare in questa vicenda. E c'è da credergli almeno sulla base del grado di confidenza tra il vertice leghista e l'imprenditore (e finanziatore del Carroccio). Una settimana dopo le elezioni politiche, Parnasi, Lanzalone e il numero due della Lega Giancarlo Giorgetti erano - dicono le carte dell'inchiesta - a cena insieme. Un'altra cena, profetica in questo caso, quasi un anticipo di governo gialloverde del quale sarebbe interessante approfondire il menu della conversazione. Parnasi tifava per l'accordo M5S-Lega? Ha cercato di ottenere qualcosa? Altre domande che meritano una risposta, e Salvini non avrà nulla da nascondere ma certo non basterà cavarsela con una battuta come quella che pare strappata di bocca a Raggi: "Parnasi? Le persone non si conoscono mai abbastanza". Un commento sicuramente in grado di raccogliere numerosi like sul Facebook salviniano, come lezione di vita tra un post anti-migranti e l'altro, ma che pare meno robusto se lo si immagina come chiusura del discorso sulle relazioni Lega-Parnasi.
Poi c'è il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Appena insediato, si è scagliato contro la riforma Orlando sulle intercettazioni. Per Bonafede non va bene. Troppi limiti alla pubblicazione di brogliacci telefonici, anche se non rilevanti penalmente, come quelli che i pm di Roma che si occupano dello stadio hanno coperto con pagine di omissis. Considerato il suo livello di vicinanza con Lanzalone, Bonafede corre il rischio di essere insieme protagonista della controriforma e dei primi contenuti da questa sdoganati. Se la rilevanza penale non conta, dov'è il problema?
E Di Maio? Di Maio è inflessibile. Di flesso c'èfin qui solo il senso logico delle sue argomentazioni. Ha chiesto a Lanzalone, e ottenuto, le dimissioni dalla presidenza di Acea. Salvo aggiungere che in quel ruolo era stato messo come "premio" (testuale) per le sue prestazioni al servizio del M5S. Difficile dire se sia più grave l'idea di rivendicare una nomina pubblica con il criterio della fedeltà al Movimento (la buonanima di Remo Gaspari, ministro Dc e signore delle clientele, si regolava allo stesso modo, ma almeno ne accontentava di più con le sue assunzioni alle Poste) oppure l'ammissione di aver premiato con una poltrona di prestigio chi, secondo l'accusa, ha agito fuori dalla legge. Secondo l'accusa e secondo lo stesso Di Maio, il quale si è premurato di dichiarare che in casi come quello di Lanzalone il Movimento non conosce la presunzione di innocenza. Del resto, anche il premier Conte aveva parlato nel suo discorso di insediamento di "presunzione di colpevolezza" e a tutti era parso di intravvedere il lapsus dietro la gaffe.
Giudiziariamente tutti colpevoli in anticipo, quindi. Politicamente tutti assolti subito, però. Anzi, ha aggiunto ieri Raggi che querelerà chi non scrive che lei è estranea alla vicenda. Affermazione che in coppia con quella di Di Maio è garanzia di un successo definitivo: nessuno potrà dire che il M5S fa strame del diritto meno che della politica.
Brillano per disinvoltura - disinvoltura di facciata non di argomentazioni, dato che queste ultime risultano parecchio involute - i vertici del Movimento 5 Stelle. Sulla colpevolezza penale di Luca Lanzalone deciderà un iter giudiziario appena iniziato. Sul suo ruolo politico, invece, non serve un tribunale. Bastano e avanzano le cronache. Lanzalone è un uomo chiave del potere 5 Stelle. È il padre dello Statuto del Movimento. È il superconsulente paracadutato da Luigi Di Maio nelle città amministrate dai grillini, Roma e Livorno, per risolvere le questioni più spinose. È il titolare dello studio cui il M5S ha affidato la difesa nelle controversie giudiziarie sull'uso del simbolo e del nome del Movimento. Era a cena con Davide Casaleggio la sera prima di essere arrestato, e con loro c'erano anche altri esponenti del M5S.
Di cosa hanno discusso? Chiederlo non può certo suonare offensivo alle orecchie del partito dell'onestà. Solo il candore di Virginia Raggi può derubricare il ruolo di Lanzalone a quello di tecnico. Ma scelto da chi? Da Casaleggio? Significherebbe aver affidato un ruolo pubblico decisivo su indicazione di un imprenditore privato. Scelto per curriculum, come Raggi ha provato a correggere ieri? Non basterebbe comunque a declinare la responsabilità per la scelta disgraziata, la seconda peraltro dopo quella di Marra. La sindaca dice di non sentirsi chiamata a rispondere delle azioni di terzi. Ma chi, di grazia, dovrebbe rispondere dell'operato di un signore cui la giunta ha affidato per scelta politica la gestione del più importante dossier della Capitale d'Italia? Raggi, appunto, non ritiene di dovere. E questo aggiunge un altro tassello, forse l'ultimo, al giudizio sul suo grado di preparazione al compito che le è stato assegnato e un grado in più alla disillusione di chi pensava di averla eletta proprio per evitare che si ripetessero casi come questi.
Ma Raggi non è sola sulla linea dei trasecolati. Anche Matteo Salvini non si capacita di come Parnasi abbia potuto incappare in questa vicenda. E c'è da credergli almeno sulla base del grado di confidenza tra il vertice leghista e l'imprenditore (e finanziatore del Carroccio). Una settimana dopo le elezioni politiche, Parnasi, Lanzalone e il numero due della Lega Giancarlo Giorgetti erano - dicono le carte dell'inchiesta - a cena insieme. Un'altra cena, profetica in questo caso, quasi un anticipo di governo gialloverde del quale sarebbe interessante approfondire il menu della conversazione. Parnasi tifava per l'accordo M5S-Lega? Ha cercato di ottenere qualcosa? Altre domande che meritano una risposta, e Salvini non avrà nulla da nascondere ma certo non basterà cavarsela con una battuta come quella che pare strappata di bocca a Raggi: "Parnasi? Le persone non si conoscono mai abbastanza". Un commento sicuramente in grado di raccogliere numerosi like sul Facebook salviniano, come lezione di vita tra un post anti-migranti e l'altro, ma che pare meno robusto se lo si immagina come chiusura del discorso sulle relazioni Lega-Parnasi.
Poi c'è il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Appena insediato, si è scagliato contro la riforma Orlando sulle intercettazioni. Per Bonafede non va bene. Troppi limiti alla pubblicazione di brogliacci telefonici, anche se non rilevanti penalmente, come quelli che i pm di Roma che si occupano dello stadio hanno coperto con pagine di omissis. Considerato il suo livello di vicinanza con Lanzalone, Bonafede corre il rischio di essere insieme protagonista della controriforma e dei primi contenuti da questa sdoganati. Se la rilevanza penale non conta, dov'è il problema?
E Di Maio? Di Maio è inflessibile. Di flesso c'èfin qui solo il senso logico delle sue argomentazioni. Ha chiesto a Lanzalone, e ottenuto, le dimissioni dalla presidenza di Acea. Salvo aggiungere che in quel ruolo era stato messo come "premio" (testuale) per le sue prestazioni al servizio del M5S. Difficile dire se sia più grave l'idea di rivendicare una nomina pubblica con il criterio della fedeltà al Movimento (la buonanima di Remo Gaspari, ministro Dc e signore delle clientele, si regolava allo stesso modo, ma almeno ne accontentava di più con le sue assunzioni alle Poste) oppure l'ammissione di aver premiato con una poltrona di prestigio chi, secondo l'accusa, ha agito fuori dalla legge. Secondo l'accusa e secondo lo stesso Di Maio, il quale si è premurato di dichiarare che in casi come quello di Lanzalone il Movimento non conosce la presunzione di innocenza. Del resto, anche il premier Conte aveva parlato nel suo discorso di insediamento di "presunzione di colpevolezza" e a tutti era parso di intravvedere il lapsus dietro la gaffe.
Giudiziariamente tutti colpevoli in anticipo, quindi. Politicamente tutti assolti subito, però. Anzi, ha aggiunto ieri Raggi che querelerà chi non scrive che lei è estranea alla vicenda. Affermazione che in coppia con quella di Di Maio è garanzia di un successo definitivo: nessuno potrà dire che il M5S fa strame del diritto meno che della politica.