Sylvia Plachy, americana di origine ungherese, espone a Roma i suoi scatti, sfide perse con il tempo
Aggiornato alle 2 minuti di lettura
Se c'è un termine che definisce le fotografie di Sylvia Plachy, è "Kairos". Parola greca, significa: "giusto tempo". Usata anticamente per indicare il momento in cui gli atleti riuscivano a cogliere l'attimo giusto per ottenere la vittoria. Qualcosa che ha che fare con il corpo, con la sua propensione a misurarsi con il tempo, a strappargli l'istante perfetto che appartiene agli dèi. Guardando gli scatti della fotografa americana di origine ungherese - fuggita dal suo Paese tredicenne con i genitori - si percepisce che Sylvia Plachy è tutta tesa ad afferrare quel momento, a impadronirsene con il gesto della mano, dopo che l'occhio l'ha colto. Tutto avviene tra l'occhio che guarda e la mano che preme. Sono letteralmente scatti, come quelli di un corridore, che sta per tagliare il traguardo e si protende in avanti. I suoi soggetti sono colti al volo: il cavallo che nuota nell'acqua spalancando la bocca; il bambi…
Se c'è un termine che definisce le fotografie di Sylvia Plachy, è "Kairos". Parola greca, significa: "giusto tempo". Usata anticamente per indicare il momento in cui gli atleti riuscivano a cogliere l'attimo giusto per ottenere la vittoria. Qualcosa che ha che fare con il corpo, con la sua propensione a misurarsi con il tempo, a strappargli l'istante perfetto che appartiene agli dèi. Guardando gli scatti della fotografa americana di origine ungherese - fuggita dal suo Paese tredicenne con i genitori - si percepisce che Sylvia Plachy è tutta tesa ad afferrare quel momento, a impadronirsene con il gesto della mano, dopo che l'occhio l'ha colto. Tutto avviene tra l'occhio che guarda e la mano che preme. Sono letteralmente scatti, come quelli di un corridore, che sta per tagliare il traguardo e si protende in avanti. I suoi soggetti sono colti al volo: il cavallo che nuota nell'acqua spalancando la bocca; il bambino di cui s'intravedono gli occhi speranzosi dietro il muro; la bambina che si succhia il pollice; la donna a occhi chiusi cui massaggiano la testa. Per sua natura la fotografia americana ha che fare con l'istante; si tratta di un istante che dura nel tempo. La parola significa: "star sopra, incalzare".
Senza dubbio la fotografia di Sylvia Plachy ha la tendenza di incalzare il tempo, di premerlo da presso, di stargli sopra. Tutto è perennemente in movimento, e insieme tutto è fermo. L'istante fotografico, così come lo declina nei suoi scatti, è esattamente questo: ferma il tempo nel suo "kairos". Ma c'è anche qualcosa che colpisce al di là di questa propensione. Questi istanti colti al volo, sembra averli prodotti lei stessa. Non che non esistano, però è solo fissandoli che li ha creati, e ora noi possiamo vederli. I cuscini nel vagone letto quale traccia dei corpi che vi hanno aderito e il finestrino dove si vede oltre; il bambino che si arrampica sul basamento nel Parco delle statue ex comuniste a Budapest; la bottiglia vuota abbandonata ai piedi di Marx e Engels nel medesimo luogo; la nonna che regge il nipote mentre cammina: sono tutti sguardi di Sylvia Plachy, e ora anche immagini che noi possiamo contemplare. Cosa vogliono dirci queste fotografie?
Che il mondo è lì, davanti a noi, e che, se siamo svelti e abili, possiamo coglierlo, istante per istante. Sylvia Plachy vuole convincerci che tutto intorno a noi è degno di uno sguardo, e anche di uno scatto, perché tutto è sorprendente, inatteso, curioso. Niente è scontato, banale, usale, ripetitivo. Tutto varia e si modifica, e se ti perdi quell'istante, c'è sempre successivo che puoi afferrare. Se poi non ti riesce, se sei pigro, se non sei abbastanza rapido, c'è lei, Sylvia, che lo fa per te, e lo sottopone ai tuoi occhi. La fotografa americana è un'inguaribile ottimista. Di più: è una curiosa indefessa. Non ha perso, crescendo, l'occhio sorpreso e sorprendente della bambina, che guarda il mondo. Ogni volta è per lei la prima volta, che osservi una cornice appesa alla parete o una coppia mentre amoreggia. Tra tutte le immagini di questa mostra romana una colpisce: le due bambole nella stanza, una per terra su un lettino improvvisato, l'altra poggiata al bracciolo della poltrona. Afflosciata, questa bambola non ha volto. Cosa significano le bambole? Tutto e niente. Sono avatar della piccola proprietaria, e anche memorie dell'infanzia della fotografa?
Jean-Michel Basquiat (1986, particolare)
Sono oggetti domestici e misteriose presenze. Sono perturbanti, perché sotto l'apparente candore di Sylvia Plachy si nasconde qualcosa d'inafferrabile, che affiora quasi in ogni scatto, in modo più o meno evidente. L'istante colto al volo, il "kairos", contiene un elemento non facilmente accertabile, alieno, se non proprio inquietante. Qualcosa che le sfugge, e ci sfugge. Il tempo non è mai controllabile, neppure impugnando una macchina fotografica e fissandolo per sempre. Contiene infatti qualcosa che appartiene alla vita, e per tanto è fuori controllo, ci sfugge. Non sarà che Sylvia Plachy fotografa così perché da eterna bambina vuole mettere sotto tutela la vita che, così come l'attira, nel contempo l'inquieta, la perturba, la smarrisce?