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La rivolta contro i padri nelle famiglie di 'ndrangheta

Giovanni Tizian racconta in un libro-inchiesta la guerra condotta in Calabria per sottrarre ai capiclan la patria potestà, rompendo il vincolo di sangue che regge il potere delle cosche. Una battaglia fondata su un principio: un genitore simbolico, la legge, che opera la castrazione del genitore reale  
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Quanto è grande il debito simbolico che vincola i figli ai loro genitori? E sino a che punto il giusto rispetto verso chi ha generato e accudito la nostra vita può giustificare la nostra devozione? Interrogativi che attraversano da sempre il legame tra genitori e figli, ma che diventano incandescenti nell'ultimo libro di Giovanni Tizian - giornalista costretto a vivere sotto scorta per le sue inchieste sulla 'ndrangheta - , Rinnega tuo padre (Laterza). Si tratta di un'opera di coraggioso impegno civile che affronta il tema scabroso della filiazione nell'ambito delle organizzazioni criminali mafiose.

Quando i padri allevano i loro figli nel culto della violenza, a camminare per le strade impugnando fucili a canne mozze, nel disprezzo assoluto verso la vita degli altri, come possono questi figli svincolarsi dalla presa mortifera di una educazione ispirata solo dalla morte, come possono rinnegare il padre? Come possono distinguere il volto idealizzato di ch…
Quanto è grande il debito simbolico che vincola i figli ai loro genitori? E sino a che punto il giusto rispetto verso chi ha generato e accudito la nostra vita può giustificare la nostra devozione? Interrogativi che attraversano da sempre il legame tra genitori e figli, ma che diventano incandescenti nell'ultimo libro di Giovanni Tizian - giornalista costretto a vivere sotto scorta per le sue inchieste sulla 'ndrangheta - , Rinnega tuo padre (Laterza). Si tratta di un'opera di coraggioso impegno civile che affronta il tema scabroso della filiazione nell'ambito delle organizzazioni criminali mafiose.

Quando i padri allevano i loro figli nel culto della violenza, a camminare per le strade impugnando fucili a canne mozze, nel disprezzo assoluto verso la vita degli altri, come possono questi figli svincolarsi dalla presa mortifera di una educazione ispirata solo dalla morte, come possono rinnegare il padre? Come possono distinguere il volto idealizzato di chi li ha cresciuti dalla smorfia brutale di chi invece li incita a calpestare la Legge degli uomini? L'indottrinamento mafioso è un lavaggio del cervello sistematico che inocula nella vita del figlio l'esistenza di un'altra Legge, un codice d'onore differente che si fonda innanzitutto sul rispetto assoluto nei confronti del Nome del proprio padre e della sua famiglia. L'educazione 'ndranghetista, spiega bene Tizian, si distingue in questo per rigore. Come il fascismo, essa sostiene gli ideali di ordine e disciplina, i "valori" dell'arroganza e dell'onore. La vita del figlio viene derubata, la sua giovinezza sequestrata da un imperativo più forte: diventare un soldato, un militante della cosca.

È un reclutamento ideologico che avviene in ogni cultura dell'odio: non possiamo dimenticare il bambino killer dell'Isis che giustiziava a sangue freddo e senza alcuna emozione gli "infedeli". L'infanzia è infatti l'età della vita più propizia all'idealizzazione, alla credenza cieca verso la parola dei propri genitori. Il morbo del pensiero critico non si è ancora infiltrato nelle pieghe della vita, non ha ancora mostrato le diverse facce della Verità. Un ragazzino cresciuto dalla 'ndrangheta aderisce pienamente alla narrazione mitica che istituisce la sua appartenenza al clan come l'unico senso possibile del mondo. L'eredità non si istituisce - come invece dovrebbe - sulla trasmissione del sentimento della vita, ma su quello della morte. La Legge del padre non custodisce il senso della vita, ma sospinge i suoi figli a negare la vita nel Nome del padre. "La devi ammazzare. Due colpi in faccia a quell'infame di tua madre". È l'ordine spietato che Don Nicola consegna a Rocco, il proprio figlio dodicenne. Il bambino soldato è l'obbiettivo perseguito dall'educazione 'ndranghetista per preservare il suo dominio nel passare delle generazioni.

Chi può salvare la vita di questi figli esposti al morbo dell'appartenenza fanatica e dell'odio militare che ne deriva? Sono le madri che solitamente inviano un primo segnale d'allarme. Ma a quale destinatario? Giovanni Tizian racconta la vicenda del giudice Di Bella, del Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria, che ha avuto il coraggio di impugnare, contro il delirio violento dell'educazione mafiosa, il provvedimento di decadenza della responsabilità genitoriale nei confronti dei padri della 'ndrangheta. Prima di lui nel 2008 fu il Procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, a ottenere la decadenza della patria potestà di un padre mafioso.

Di Bella - scrive Tizian - ha però avuto l'audacia di trasformare questo atto sporadico in un metodo di lotta contro il carattere perverso dell'educazione 'ndranghetista. Il principio etico che lo sostiene è chiaro: ci vuole un padre simbolico - il Tribunale dei minorenni - per castrare l'arroganza e l'onnipotenza del padre reale; ci vuole un autentico atto paterno - quello del giudice che prescrive l'allontanamento dei figli dalle grinfie dei loro padri - per consentire alla vita del figlio di crescere facendo esperienza della libertà. È un esempio formidabile di come le istituzioni possono a volte supplire l'assenza di funzione paterna. Resta però la ferita, in ciascuno di questi figli, dell'abbandono, della perdita del padre. Un lutto che dovrà essere elaborato nel tempo. Rinnegare il padre è un peccato mortale? Nelle storie di figli che Tizian racconta appare piuttosto come la sola drammatica possibilità di fare esistere davvero un padre, ovvero un senso umano della Legge.