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Luigi Di Maio e Matteo Salvini (ansa)

Il governo delle velleità

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Se Salvini ingrassa nel fango smerciando il suo pacchetto securitario a costo zero, Di Maio resta tra le nuvole e paga il suo corpo a corpo con l'aritmetica
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A un mese esatto dalla sua nascita, il primo governo bi-populista del Vecchio Continente misura proprio a Bruxelles la sua "cifra" politica. È un test decisivo, e dobbiamo augurarci che sia anche positivo per l'Italia e per l'Unione. Purtroppo le premesse non aiutano a sperare. Il Paese arriva a questo appuntamento isolato in Europa e incattivito in patria. Il 31 maggio scorso il premier Giuseppe Conte saliva al Colle con la lista dei ministri. In trenta giorni, nonostante la luna di miele con gli elettori, il "Salvi-Maio" ha parlato molto ma combinato poco. Il Consiglio dei ministri latita: ha varato un solo decreto, sulla fatturazione elettronica dei benzinai. Le commissioni parlamentari languono: non c'è un solo testo da esaminare o da approvare.

George Orwell diceva che i politici hanno i piedi nel fango e la testa tra le nuvole. Senza saperlo, parlava dei due dioscuri del "governo del cambiamento". Salvini ha i piedi nel fa…
A un mese esatto dalla sua nascita, il primo governo bi-populista del Vecchio Continente misura proprio a Bruxelles la sua "cifra" politica. È un test decisivo, e dobbiamo augurarci che sia anche positivo per l'Italia e per l'Unione. Purtroppo le premesse non aiutano a sperare. Il Paese arriva a questo appuntamento isolato in Europa e incattivito in patria. Il 31 maggio scorso il premier Giuseppe Conte saliva al Colle con la lista dei ministri. In trenta giorni, nonostante la luna di miele con gli elettori, il "Salvi-Maio" ha parlato molto ma combinato poco. Il Consiglio dei ministri latita: ha varato un solo decreto, sulla fatturazione elettronica dei benzinai. Le commissioni parlamentari languono: non c'è un solo testo da esaminare o da approvare.

George Orwell diceva che i politici hanno i piedi nel fango e la testa tra le nuvole. Senza saperlo, parlava dei due dioscuri del "governo del cambiamento". Salvini ha i piedi nel fango, dove combatte il suo wrestling quotidiano contro i fantasmi della modernità, trasformati ogni giorno in nemici della collettività. I migranti e gli ambulanti, i rom e le Ong, gli eurocrati e i banchieri.

Il capo leghista ha passato le ultime due settimane a seminare odi e agitare paure, in una escalation di azzardi morali e provocazioni verbali. La "pacchia", la "crociera", poi i porti chiusi per la Aquarius e la Lifeline. Ha giocato la partita giusta (la gestione dei flussi migratori come vincolo comunitario) nel modo più disumano (la vita di un migliaio di disperati come arma di ricatto). Ha incassato un doppio dividendo politico, espugnando le roccaforti rosse alle amministrative e costringendo Spagna e Malta a far attraccare le due navi con il loro carico di dolore.

"Finalmente la Ue ha capito che l'Italia non accetta più i compitini altrui", ha tuonato il ministro dei temporali (come avrebbe cantato De André). Ma è davvero così? Cosa portiamo a casa, dal vertice dei 27 in cui l'Italia minaccia il suo "veto"? Il Consiglio europeo ci dirà nelle prossime ore se Salvini sui migranti ha fatto alta politica o bassa propaganda. Salvo sorprese, prevale la seconda ipotesi. La riforma del Trattato di Dublino non la vuole nessuno. Le quote di ripartizione obbligatoria non le vuole Orbán, piccolo Mussolini ungherese eletto dalla Lega a modello sovranista. Gli hot-spot nei Paesi di provenienza non li vuole la Libia e quelli sparsi per l'Unione non li vogliono né Merkel né Macron.

Se questo sarà l'esito, cosa rimane della feroce campagna salviniana? Poco o nulla. Certo, è colpa dei governi di un'Europa prigioniera dei suoi egoismi, che sta regalando alle destre nazional-populiste la corda con la quale la impiccheranno. Ma è anche colpa del governo di un'Italia che non ha cercato alleanze (se non quelle tafazziane con il truce "quartetto di Visegrad") e non ha trovato tavoli sui quali sbattere i suoi pugni d'argilla.

Dunque, continueremo a fermare i barconi della morte costruendo sull'acqua i nostri muri della vergogna. Finché l'immagine di un altro Aylan non scuoterà le nostre coscienze intorpidite dal discorso social-xenofobo. Ma anche in quel caso Salvini ha già pronta una nuova battaglia nel fango: la legge sulla legittima difesa. Altro falso archetipo di un Paese in cui dal 2014 calano del 20,4% i furti, ma continua a crescere la paura percepita e fomentata dai suoi "impresari" in cravatta verde.

Di Maio ha la testa tra le nuvole, dove insegue altri fantasmi. Più nobili, ma per ora inafferrabili: la lotta alle povertà, la guerra alla precarietà. La "gioiosa macchina da deficit" messa in moto dai Cinque Stelle con il contratto di governo gira a vuoto. A mandarla in panne non sono i soliti azzeccagarbugli ministeriali, ma è la dura realtà. Come denuncia Confindustria, l'economia italiana crescerà solo dell'1,3% quest'anno e dell'1,1 nel 2019. Frenano export e investimenti, lievitano debito e spread. Gli "spazi di bilancio" per misure espansive sono limitati (non si esclude una manovra aggiuntiva da 9 miliardi), i margini di nuova "flessibilità" consentiti dall'Europa sono esigui (dal 2015 l'Italia ne ha già beneficiato per ben 29,7 miliardi).

I sogni pentastellati diventano incubi. Il primo è la legge di stabilità: non ci sono risorse per finanziare il reddito di cittadinanza, che Di Maio continua a brandire come "una priorità assoluta già da quest'anno", mentre Tria considera "un impegno di legislatura". Il secondo è il "decreto dignità": Di Maio giustifica i ritardi con la burocrazia, mentre a bloccarlo sono anche in questo caso i numeri della Ragioneria. Mancano le coperture per finanziare l'abolizione dello "split payment". E forse mancano anche i requisiti di necessità e di urgenza, per un decretone-omnibus in cui c'è di tutto: dalle norme anti-ludopatia alla tassa sulle delocalizzazioni, dal giro di vite sui contratti a tempo alla regolamentazione del lavoro dei rider.

Così, mentre Salvini ingrassa nel fango smerciando il suo pacchetto securitario a costo zero, Di Maio deperisce tra le nuvole pagando a caro prezzo il suo corpo a corpo con l'aritmetica. È un equilibro precario, che non sopravviverà alle elezioni europee del 2019. Il paradosso è che a rompere il "Salvi-Maio" potranno essere solo Salvini o Di Maio, trasformandosi uno nell'opposizione dell'altro. E a beneficiare di questa rottura non sarà la sinistra, svaporata nel solito "oltrismo" in cui si rifugia ormai da vent'anni dopo ogni disfatta elettorale. E in cui purtroppo si sta condannando a restare per i prossimi venti.