Beppe Grillo convertito dalla Rai
Alessandro De Nicola , di ALESSANDRO DE NICOLASi scopre che togliere beni dalle mani dello Stato non è un anatema per i grillini, anzi si deve fare. Gettato il seme del dubbio, questo potrebbe germogliare
Una voce dal sen fuggita? Una provocazione? Un ballon d'essai? È difficile dire cosa rappresenti l'annuncio fatto da Beppe Grillo dal balcone di un hotel di voler mettere sul mercato due reti Rai e togliere la pubblicità dalla terza che dovrebbe rimanere pubblica. Eppure, non c'è dubbio che l'intenzione declamata da "l'Elevato" (come si è autodefinito il comico genovese) abbia il potenziale di smuovere ulteriormente le già increspate acque della politica italiana.
Prima di tutto si è trattato di una mossa scaltra. Il famoso "partito Rai", custode del "servizio pubblico", è presente soprattutto nelle file del Pd (e di Leu), ma la proposta di privatizzare due canali e lasciarne in mano statale uno solo senza pubblicità è nientemeno che del Matteo Renzi dei bei tempi della Leopolda. Poi, una volta andato al potere, la riforma è andata in modo un po' diverso, ma com…
Prima di tutto si è trattato di una mossa scaltra. Il famoso "partito Rai", custode del "servizio pubblico", è presente soprattutto nelle file del Pd (e di Leu), ma la proposta di privatizzare due canali e lasciarne in mano statale uno solo senza pubblicità è nientemeno che del Matteo Renzi dei bei tempi della Leopolda. Poi, una volta andato al potere, la riforma è andata in modo un po' diverso, ma com…
Una voce dal sen fuggita? Una provocazione? Un ballon d'essai? È difficile dire cosa rappresenti l'annuncio fatto da Beppe Grillo dal balcone di un hotel di voler mettere sul mercato due reti Rai e togliere la pubblicità dalla terza che dovrebbe rimanere pubblica. Eppure, non c'è dubbio che l'intenzione declamata da "l'Elevato" (come si è autodefinito il comico genovese) abbia il potenziale di smuovere ulteriormente le già increspate acque della politica italiana.
Prima di tutto si è trattato di una mossa scaltra. Il famoso "partito Rai", custode del "servizio pubblico", è presente soprattutto nelle file del Pd (e di Leu), ma la proposta di privatizzare due canali e lasciarne in mano statale uno solo senza pubblicità è nientemeno che del Matteo Renzi dei bei tempi della Leopolda. Poi, una volta andato al potere, la riforma è andata in modo un po' diverso, ma comunque sarebbe difficile per i Democratici tacciare di diabolicità una suggestione che ha il copyright anche dell'azionista di maggioranza del partito e la piena adesione del nuovo Gian Burrasca dem, Carlo Calenda. Stesso dicasi per i liberali di +Europa che hanno in varie occasioni lanciato idee simili.
Per Berlusconi, che con la complicata legge Gasparri aveva avviato un processo di vendita di Viale Mazzini, seppur con modalità che avrebbero lasciato ancora un peso rilevante al governo, non sarà semplice opporsi ad un provvedimento che non tocca le sue televisioni e va verso quel mercato in teoria molto osannato da Forza Italia. E se lo facesse, inevitabile sorgerebbe l'accusa di conflitto di interessi: l'ex Cavaliere semplicemente non vuole un concorrente in più per le risorse pubblicitarie, direbbero tutti.
La Lega in teoria è per la privatizzazione (ha promosso il referendum del 1995 e almeno fino al 2017 quella era la posizione) anche se Salvini ultimamente si è più che altro limitato a criticare l'impoverimento delle sedi regionali e la lottizzazione dei passati governi. Tuttavia, per l'elettorato anti-casta che il Carroccio sta sottraendo ai 5 Stelle sarebbe difficile giustificare un attaccamento alla Rai pubblica (e alle sue poltrone) dopo avere per anni chiesto l'abolizione del canone e la cessione di due canali.
Ma il cambiamento più profondo è quello che riguarda proprio i 5 Stelle. Non tanto per i loro programmi che giocherellavano con l'ipotesi di una Fondazione per imitare la Bbc (si sa che l'attaccamento a idee precise non è una caratteristica fondante del Movimento), ma per il cambio di paradigma. Finora i grillini hanno sempre trasmesso l'impressione di un partito con una forte venatura dirigistica: non si privatizza niente, si nazionalizza l'Ilva, si fonda una banca pubblica tuttofare, eccetera. Invece, grazie al suo Garante, si scopre che togliere dei beni persino "strategici" dalle mani dello Stato non è un anatema, anzi si deve fare. Gettato il seme del dubbio cartesiano per un'icona come la Rai, questo potrebbe germogliare su altri aspetti.
Altri effetti positivi della proposta di Grillo sono l'abolizione del canone e un piccolo contributo all'abbattimento del debito pubblico. Proprio nel momento in cui l'elettorato meridionale dei 5 Stelle, che aveva il più alto tasso di evasione del Paese, si è trovato costretto a pagarlo dall'inserimento in bolletta, l'eliminazione dell'odiato canone equivarrebbe ad un piccolo anticipo del reddito di cittadinanza. Il residuo canale pubblico, la cui vocazione sarebbe necessariamente cultural-pedagogica ed informativa, non dovrebbe costare molto.
Quanto al ricavo dalla vendita, è difficile fare valutazioni di un'azienda che oggi vive molto sul canone e che è gestita con criteri non solo di efficienza. Però se prendiamo lo share medio, quello Rai è di circa 5 punti in più di quello Mediaset (36,7% a 31,6%). Poniamo pure che con la separazione di una rete "culturale" le due società vadano in parità. Ebbene, i ricavi del Biscione dipendono quasi per il 30% dalla Spagna e la sua capitalizzazione di Borsa è 3,25 miliardi. Diciamo quindi che una Rai sul mercato potrebbe valere il 70% di 3,25, quindi circa 2,3 miliardi? Non necessariamente, ma comunque qualche bel soldo nelle casse dell'erario arriverebbe.
L'oligopolio odierno, sia in termini di risorse (il 90% è appannaggio di Mediaset, Rai e Sky, dato 2016 ) che di share (i primi tre si dividono il 76% degli ascolti), verrebbe semmai affievolito e la maggiore concorrenza alimentata da una Rai "commerciale" probabilmente abbasserebbe i prezzi per gli inserzionisti. Senza contare che Netflix e Amazon già incombono come temibili concorrenti e il numero assoluto di telespettatori giornalieri sta calando.
Insomma, gaudemus: mettendo da parte decreti dignità e redditi di cittadinanza, l'Elevato Garante ha lanciato una proposta finalmente popolare ed utile allo stesso tempo. Speriamo continui così.
Prima di tutto si è trattato di una mossa scaltra. Il famoso "partito Rai", custode del "servizio pubblico", è presente soprattutto nelle file del Pd (e di Leu), ma la proposta di privatizzare due canali e lasciarne in mano statale uno solo senza pubblicità è nientemeno che del Matteo Renzi dei bei tempi della Leopolda. Poi, una volta andato al potere, la riforma è andata in modo un po' diverso, ma comunque sarebbe difficile per i Democratici tacciare di diabolicità una suggestione che ha il copyright anche dell'azionista di maggioranza del partito e la piena adesione del nuovo Gian Burrasca dem, Carlo Calenda. Stesso dicasi per i liberali di +Europa che hanno in varie occasioni lanciato idee simili.
Per Berlusconi, che con la complicata legge Gasparri aveva avviato un processo di vendita di Viale Mazzini, seppur con modalità che avrebbero lasciato ancora un peso rilevante al governo, non sarà semplice opporsi ad un provvedimento che non tocca le sue televisioni e va verso quel mercato in teoria molto osannato da Forza Italia. E se lo facesse, inevitabile sorgerebbe l'accusa di conflitto di interessi: l'ex Cavaliere semplicemente non vuole un concorrente in più per le risorse pubblicitarie, direbbero tutti.
La Lega in teoria è per la privatizzazione (ha promosso il referendum del 1995 e almeno fino al 2017 quella era la posizione) anche se Salvini ultimamente si è più che altro limitato a criticare l'impoverimento delle sedi regionali e la lottizzazione dei passati governi. Tuttavia, per l'elettorato anti-casta che il Carroccio sta sottraendo ai 5 Stelle sarebbe difficile giustificare un attaccamento alla Rai pubblica (e alle sue poltrone) dopo avere per anni chiesto l'abolizione del canone e la cessione di due canali.
Ma il cambiamento più profondo è quello che riguarda proprio i 5 Stelle. Non tanto per i loro programmi che giocherellavano con l'ipotesi di una Fondazione per imitare la Bbc (si sa che l'attaccamento a idee precise non è una caratteristica fondante del Movimento), ma per il cambio di paradigma. Finora i grillini hanno sempre trasmesso l'impressione di un partito con una forte venatura dirigistica: non si privatizza niente, si nazionalizza l'Ilva, si fonda una banca pubblica tuttofare, eccetera. Invece, grazie al suo Garante, si scopre che togliere dei beni persino "strategici" dalle mani dello Stato non è un anatema, anzi si deve fare. Gettato il seme del dubbio cartesiano per un'icona come la Rai, questo potrebbe germogliare su altri aspetti.
Altri effetti positivi della proposta di Grillo sono l'abolizione del canone e un piccolo contributo all'abbattimento del debito pubblico. Proprio nel momento in cui l'elettorato meridionale dei 5 Stelle, che aveva il più alto tasso di evasione del Paese, si è trovato costretto a pagarlo dall'inserimento in bolletta, l'eliminazione dell'odiato canone equivarrebbe ad un piccolo anticipo del reddito di cittadinanza. Il residuo canale pubblico, la cui vocazione sarebbe necessariamente cultural-pedagogica ed informativa, non dovrebbe costare molto.
Quanto al ricavo dalla vendita, è difficile fare valutazioni di un'azienda che oggi vive molto sul canone e che è gestita con criteri non solo di efficienza. Però se prendiamo lo share medio, quello Rai è di circa 5 punti in più di quello Mediaset (36,7% a 31,6%). Poniamo pure che con la separazione di una rete "culturale" le due società vadano in parità. Ebbene, i ricavi del Biscione dipendono quasi per il 30% dalla Spagna e la sua capitalizzazione di Borsa è 3,25 miliardi. Diciamo quindi che una Rai sul mercato potrebbe valere il 70% di 3,25, quindi circa 2,3 miliardi? Non necessariamente, ma comunque qualche bel soldo nelle casse dell'erario arriverebbe.
L'oligopolio odierno, sia in termini di risorse (il 90% è appannaggio di Mediaset, Rai e Sky, dato 2016 ) che di share (i primi tre si dividono il 76% degli ascolti), verrebbe semmai affievolito e la maggiore concorrenza alimentata da una Rai "commerciale" probabilmente abbasserebbe i prezzi per gli inserzionisti. Senza contare che Netflix e Amazon già incombono come temibili concorrenti e il numero assoluto di telespettatori giornalieri sta calando.
Insomma, gaudemus: mettendo da parte decreti dignità e redditi di cittadinanza, l'Elevato Garante ha lanciato una proposta finalmente popolare ed utile allo stesso tempo. Speriamo continui così.