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(afp)

Germania, la centralità perduta di Angela Merkel

La Cancelliera non ha più in Europa quel ruolo che per anni le aveva conferito una indiscussa autorevolezza

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Se anche sopravviverà alla crisi politica interna di queste ore, Angela Merkel appare oggi fortemente indebolita in Europa. Non tanto per la vittoria elettorale dimezzata che nell'autunno scorso l'ha riportata per la quarta volta alla cancelleria, né per gli estenuanti e lunghissimi negoziati che hanno preceduto la formazione del suo governo. Il problema è che ormai la Cancelliera ha perso nella Ue quella centralità politica che per molti anni le aveva conferito una autorevolezza indiscussa.

L'Europa del 2005, quando Merkel assunse le redini del governo tedesco, era molto diversa da quella di oggi. I Paesi che ora formano il Gruppo di Visegrad erano appena entrati nella Ue e la vedevano, se non come un paradiso a lungo agognato, almeno come un porto sicuro dove far crescere le loro fragili democrazie. I primi segni della crisi che stava maturando erano già leggibili nella bocciatura della Costituzione europea da parte degli elettori francesi e olandesi. Ma, nel loro complesso, i Paesi della Ue erano saldamente controllati dal duopolio socialisti-popolari, spesso contrapposti ma uniti dalla fede europeista.

Il panorama politico dell'Unione era sostanzialmente lo stesso che aveva dominato la seconda metà del secolo precedente. La Francia aveva un presidente neo-gollista, naturale alleato dei popolari. L'Italia era guidata da Berlusconi affiliato al Ppe. La Spagna e la Gran Bretagna avevano Zapatero e Blair, primi ministri socialdemocratici. Come leader del più grande partito popolare d'Europa, nonché del Paese più ricco e popoloso, Angela Merkel era il naturale punto di riferimento delle forze moderate del Continente, che risultavano maggioritarie.

Oggi questo scenario è profondamente cambiato. Sulla questione dei migranti, la Cancelliera si è scontrata, prima che con l'opposizione interna, con una fortissima resistenza da parte dei governi sovranisti dell'Europa centro-orientale che hanno rifiutato il sistema delle quote obbligatorie da lei voluto. E ora deve fare i conti anche con due Paesi, come l'Italia e l'Austria, politicamente più vicini a Orbán che a lei. Il vertice che si è appena concluso ha segnato una drastica inversione di tendenza rispetto alla sua linea di un'Europa aperta e accogliente.

Ma non c'è solo la questione migratoria. Sulla riforma dell'Eurozona, Merkel aveva negoziato, prima con gli alleati socialdemocratici e poi con il presidente francese Macron, una serie di passi avanti significativi che avrebbero dovuto far compiere un salto di qualità alla costruzione europea. Ma il suo slancio è stato stroncato sia dalle resistenze interne alla Cdu e alla Csu tedesche, sia soprattutto da un fronte di dodici Paesi del Nord Europa capitanati dall'Olanda, che ripropongono pari pari il vecchio mantra dei falchi del rigore.

In una Europa che si è radicalmente spostata a destra, dove sono più i governi guidati dai liberali che quelli diretti dai socialdemocratici, dove i populisti e i sovranisti aspirano a diventare il secondo partito del Parlamento europeo, se non il primo, Merkel ha perso la centralità politica. Non è più la referente di una destra europea moderata e democratica per il semplice motivo che quella destra, in Europa come in Italia, è stata in larga misura fagocitata da forze reazionarie molto più radicali. È un processo che si sviluppa sia fuori sia dentro il Ppe (Orbán, Seehofer e il premier austriaco Kurz sono popolari), senza che il partito che fu di Kohl, De Gasperi e Moro riesca a trovare un ancoraggio politico o culturale per fermare la deriva.

Così, paradossalmente, oggi Merkel e Macron diventano un punto di riferimento per quelle forze europeiste, democratiche, e spesso socialdemocratiche, che hanno già assistito con sgomento allo sfarinamento della sinistra tradizionale. Ma non è detto che questa inedita alleanza possa davvero fermare l'onda nera della destra sovranista che avanza.
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