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Tante regole e poca dignità

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Dopo aver scoperto che ogni legge deve avere la copertura finanziaria (lo prevede la Costituzione, e non il "giro delle sette chiese", come ha detto), il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, scoprirà nel tempo che il suo decreto pomposamente e inutilmente accompagnato dalla parola dignità cambierà poco - purtroppo - il mercato del lavoro italiano.

Di certo non darà più dignità ai lavoratori, soprattutto a quelli (sono circa l'11 per cento, secondo le stime dell'Istat) costretti a prestare la propria opera in nero, senza contratto e senza diritti, nel silenzio dei tanti. Di questi, infatti, non si occupa il decreto dignità. E non saranno i maggiori vincoli sui contratti a termine, per quanto condivisibili, a frenarne l'abuso perché saranno facilmente aggirabili. L'Italia - checché se ne pensi - non è il Paese del lavoro a tempo. Rappresenta (dati Istat relativi al 2017) l'11,8% del total…
Dopo aver scoperto che ogni legge deve avere la copertura finanziaria (lo prevede la Costituzione, e non il "giro delle sette chiese", come ha detto), il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, scoprirà nel tempo che il suo decreto pomposamente e inutilmente accompagnato dalla parola dignità cambierà poco - purtroppo - il mercato del lavoro italiano.

Di certo non darà più dignità ai lavoratori, soprattutto a quelli (sono circa l'11 per cento, secondo le stime dell'Istat) costretti a prestare la propria opera in nero, senza contratto e senza diritti, nel silenzio dei tanti. Di questi, infatti, non si occupa il decreto dignità. E non saranno i maggiori vincoli sui contratti a termine, per quanto condivisibili, a frenarne l'abuso perché saranno facilmente aggirabili. L'Italia - checché se ne pensi - non è il Paese del lavoro a tempo. Rappresenta (dati Istat relativi al 2017) l'11,8% del totale, contro una media europea del 14,3%. Questo nonostante l'impennata nell'ultimo anno (+12,3%), che ha accompagnato la crescita dell'economia e dunque quella dell'occupazione. Il record dei contratti a termine spetta alla Spagna con il 26,7 %, seguita dalla Polonia con il 26,2%.

C'è una ormai una quota fisiologica di lavoro a tempo determinato che si concentra nei settori del commercio, degli alberghi, della ristorazione, del terziario tradizionale tendenzialmente con bassi tassi di produttività. È una parte del mercato del lavoro che risponde a una domanda mutevole, instabile, stagionale. Si tratta perlopiù di lavoro povero, scarsamente professionalizzato, poco competitivo. Anche questo aiuta a spiegare - è qui, sì, c'è l'anomalia italiana - il fenomeno di migliaia di lavoratori (non solo i più giovani) imbrigliati nella rete dei contratti a termine infiniti, proroga dopo proroga, o del cosiddetto fast job, con la durata inferiore all'anno in sei casi su dieci.

Ma i paletti di Di Maio non sono destinati a incidere su questo. Il datore di lavoro che non ha alcun interesse a investire sulla formazione dei propri dipendenti non rinnoverà il contratto a termine ma ne stipulerà uno nuovo. D'altra parte non è che sul fronte del lavoro standard le cose si muovano in una direzione diversa: il 30 % dei rapporti a tempo indeterminato si conclude entro un anno. Succede - come ha scritto di recente il sociologo Emilio Reyneri - "in un sistema economico ove prevalgono le piccole imprese". Questo è il nostro mercato del lavoro, queste sono le nostre imprese. Bisognerebbe farle crescere per stabilizzare l'occupazione, investire nella ricerca e nell'innovazione per rafforzare la forza lavoro, collegare le università al sistema produttivo. Perché il passato - con o senza decreto dignità - non ritorna.