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Tea party, una lezione per l’Europa

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Negli Usa e in Europa repubblicani e popolari erano la borghesia illuminata. Oggi avanza un'Opa di forze radicali ed estremiste
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C'era una volta il Grand Old Party, il partito repubblicano di Abraham Lincoln, Ted Roosevelt, Dwight Eisenhower: una forza progressista e antifascista, favorevole all'integrazione razziale, espressione di una borghesia illuminata. C'era una volta il Partito popolare di Konrad Adenauer, Robert Schuman, Alcide De Gasperi: artefici dell'Europa unita nel dopoguerra, oltre che pionieri di un'economia sociale di mercato, antesignana del "modello europeo" di welfare. 

Pur essendo democristiani, non invocavano la difesa di una identità cristiana dell'Europa, oggi in voga. Cartoline illustrate di un'altra epoca, ricordi che invecchiano mentre avanza un'Opa di forze estremiste, radicali. È già avvenuto in America, si sta ripetendo in Europa. 

Qualcosa di simile accade anche a sinistra, la polarizzazione è simmetrica; però è sulla destra che le forze emergenti accumulano vittorie elettorali, e pratic…
C'era una volta il Grand Old Party, il partito repubblicano di Abraham Lincoln, Ted Roosevelt, Dwight Eisenhower: una forza progressista e antifascista, favorevole all'integrazione razziale, espressione di una borghesia illuminata. C'era una volta il Partito popolare di Konrad Adenauer, Robert Schuman, Alcide De Gasperi: artefici dell'Europa unita nel dopoguerra, oltre che pionieri di un'economia sociale di mercato, antesignana del "modello europeo" di welfare. 

Pur essendo democristiani, non invocavano la difesa di una identità cristiana dell'Europa, oggi in voga. Cartoline illustrate di un'altra epoca, ricordi che invecchiano mentre avanza un'Opa di forze estremiste, radicali. È già avvenuto in America, si sta ripetendo in Europa. 

Qualcosa di simile accade anche a sinistra, la polarizzazione è simmetrica; però è sulla destra che le forze emergenti accumulano vittorie elettorali, e praticano il linguaggio più aggressivo. Fino a occupare, fagocitare e stravolgere il centro politico per eccellenza, cioè in Europa il Ppe cristiano-democratico.

Lo stesso Ppe che nel 1999 aveva avuto seri dubbi prima di ammettere Forza Italia, oggi non riesce a espellere il partito ungherese Fidesz di Viktor Orbán, campione europeo della democrazia illiberale o "democratura" dal sapore putiniano. Ci hanno provato olandesi e svedesi, ma il Ppe ha fatto una scelta opportunistica: la pattuglia di Orbán può essere preziosa alle prossime elezioni europee. Pur di mantenere il primato all'Europarlamento, il Ppe digerisce Orbán. 

Anzi, si sposta verso le sue posizioni, per l'influenza della Csu bavarese e dei popolari austriaci di Sebastian Kurz. Intanto Matteo Salvini con il suo progetto di una Lega dei Popoli può condizionare il Ppe dall'esterno, corteggiando i democristiani della Baviera, Orbán e tutto il Gruppo di Visegrad. La sfida decisiva si svolge dentro la Germania, per la leadership cristiano-democratica, tra un'Angela Merkel sempre più debole e un'ala bavarese nostalgica dei toni di Franz-Josef Strauss. Ironia della sorte: il "leone bavarese" Strauss ebbe il suo momento di gloria nella guerra fredda, come paladino di una crociata in difesa dell'Occidente. Oggi l'amalgama delle nuove destre europee guarda con occhio distratto verso l'inaffidabile Donald Trump, mentre il referente solido è Vladimir Putin. 

Le sinistre socialdemocratiche - quel che ne resta - sono costrette a "tifare Merkel" perché il suo crollo farebbe venir meno qualsiasi progetto europeista. Ma tifando Merkel, o Macron, accentuano il disagio nella propria base: non è facile il ruolo di quinta colonna di un partito straniero. Il copione americano va studiato perché negli Stati Uniti è già accaduto tutto. È una storia articolata su trent'anni. Donald Trump è il beneficiario di un progetto di lunga lena, di una costruzione "gramsciana" di egemonia culturale oltre che politica. Chi oggi concentra l'attenzione solo sull'implosione delle sinistre storiche non vede che anche la destra classica soffre di una crisi esistenziale, drammatica. Ha cavalcato la tigre; e ora la tigre la sbrana. 

La deriva del partito repubblicano in America comincia trent'anni fa quando Ronald Reagan plasma una nuova coalizione elettorale nella società civile, mettendo insieme la Bibbia e Adam Smith, le nostalgie sudiste e il Big Business. Reagan cattura voti della destra religiosa integralista, della maggioranza silenziosa che chiede ordine e sicurezza, dei bianchi sudisti a cui offre una visione caricaturale degli afroamericani come parassiti del welfare. 

Però Reagan è l'uomo della riscossa capitalista, la sua fedeltà alle grandi imprese gli impone le frontiere aperte e un discorso molto soft sull'immigrazione. Il patto sociale reaganiano resterà il libro maestro dei suoi successori, i Bush padre e figlio, sia pure con uno slittamento sempre più radicale con Junior: i neocon in Iraq hanno praticato l'unilateralismo prima di Trump. Lo spostamento finale è avvenuto col Tea Party, il movimento che ha usato la crisi economica del 2008 per denunciare l'establishment, ha demonizzato Barack Obama, ha cavalcato l'imbarbarimento del linguaggio politico, l'intolleranza come costume. 
Il partito repubblicano ha visto nel Tea Party un fermento prezioso della società civile, lo ha usato per vincere le elezioni; ma ne è stato soggiogato. L'Opa del Tea Party è la premessa per la candidatura di Trump. I "sedici nani" che furono sbaragliati dal tycoon nelle primarie 2016, i patetici candidati dell'establishment di una volta (da Jeb Bush in giù), subivano la meritata punizione degli apprendisti stregoni. 

Con Trump non c'è più nulla del partito neoliberista, modernizzatore, laico e borghese. Non è più il pilastro dell'Occidente, idea che gli è del tutto estranea. Protezionismo e chiusura all'immigrazione sono le sue linee guida. 

Solo Samuel Huntington, il pensatore scomparso dieci anni fa, aveva intravisto qualcosa di simile: il momento in cui l'America bianca si sarebbe sentita così accerchiata e minacciata nella propria identità da dovercisi aggrappare con la rabbia della disperazione. Il suo libro più difficile aveva un punto interrogativo nel titolo Who Are We?. Chi siamo? È una domanda che angoscia sinceramente tanti americani. È una domanda legittima. Chi ha smesso di porsela è il partito repubblicano. In Europa il Ppe ha una strada già tracciata.