Le Olimpiadi che Torino ha già perso
Paolo Griseri , di PAOLO GRISERIL'esperienza del 2006 potrebbe essere utilizzata al meglio. Ma chi può fidarsi di un partito che gioca a freccette con il Cio?
Il colpo di grazia è arrivato alle 22.10 di martedì con un post su Facebook: “La nostra contrarietà alle Olimpiadi, per la scarsa fiducia che riponiamo nel Cio, è nota da tempo”. A Losanna non l’hanno presa bene. Ma anche il presidente del Coni, Giovanni Malagò, si è molto irritato, per usare un linguaggio olimpico. A nutrire “scarsa fiducia nel Cio” sono infatti due consigliere comunali torinesi della maggioranza 5 stelle di Chiara Appendino. Quella maggioranza che, nei prossimi anni, dovrebbe collaborare proprio con Losanna per la riuscita dell’evento. Non è bastato, sabato, il viaggio di Di Maio a Torino per convincere i grillini No-Cerchi ad adeguarsi e sostenere la candidatura di Torino 2026.
E dire che il dossier torinese avrebbe, tecnicamente, tutte le possibilità di vincere la candidatura italiana. Rispetta infatti i criteri del Cio: costi contenuti, risparmio energetico, un’orga…
E dire che il dossier torinese avrebbe, tecnicamente, tutte le possibilità di vincere la candidatura italiana. Rispetta infatti i criteri del Cio: costi contenuti, risparmio energetico, un’orga…
Il colpo di grazia è arrivato alle 22.10 di martedì con un post su Facebook: “La nostra contrarietà alle Olimpiadi, per la scarsa fiducia che riponiamo nel Cio, è nota da tempo”. A Losanna non l’hanno presa bene. Ma anche il presidente del Coni, Giovanni Malagò, si è molto irritato, per usare un linguaggio olimpico. A nutrire “scarsa fiducia nel Cio” sono infatti due consigliere comunali torinesi della maggioranza 5 stelle di Chiara Appendino. Quella maggioranza che, nei prossimi anni, dovrebbe collaborare proprio con Losanna per la riuscita dell’evento. Non è bastato, sabato, il viaggio di Di Maio a Torino per convincere i grillini No-Cerchi ad adeguarsi e sostenere la candidatura di Torino 2026.
E dire che il dossier torinese avrebbe, tecnicamente, tutte le possibilità di vincere la candidatura italiana. Rispetta infatti i criteri del Cio: costi contenuti, risparmio energetico, un’organizzazione già collaudata e, soprattutto, zero consumo di suolo. Il motivo è semplice: il suolo è già stato consumato nel 2006 in quelle che Appendino, quando era all’opposizione, definiva «le Olimpiadi dello spreco» e che oggi invece spera di replicare utilizzandone gli impianti. L’85 per cento dei torinesi, secondo i recenti sondaggi, sarebbe favorevole a ripetere l’esperienza olimpica. Ma il principale ostacolo è l’inaffidabilità della maggioranza grillina che governa la città.
Non è un problema politico, è una questione terribilmente concreta. Se davvero si facessero a Torino i Giochi del 2026, si dovrebbe mettere in moto un sistema organizzativo che esige unità di intenti. E non si può certo immaginare che le delibere per allargare strade, migliorare impianti e rinnovare le concessioni possano dipendere dall’esito di un’assemblea dei centri sociali che esprimono i consiglieri dissidenti. Anche perché, tecnicamente, la dissidente, in questo caso, è la sindaca. È stata lei, come la sua collega romana, a condurre aspre battaglie contro gli eventi olimpici. Oggi chi vota contro Torino 2026 può almeno rivendicare la coerenza con quelle battaglie. La contraddizione è un elemento in più di debolezza per Appendino e il dossier che propone.
Ben diverso era stato il clima del 1998, alla vigilia della candidatura che avrebbe portato ad assegnare i giochi del 2006. Torino non viveva certo una stagione facile. La Fiat cominciava a traballare creando preoccupazioni per la tenuta dell’occupazione. L’avvio del dossier avvenne un giorno di ottobre, a casa dell’Avvocato Agnelli. Arrivarono alla spicciolata il presidente del Coni, Mario Pescante, e il ministro dello sport, Walter Veltroni. Ambedue dimissionari: Pescante per le conseguenze dello scandalo doping e Veltroni per la caduta del primo governo Prodi. Nella stanza, le autorità locali: il sindaco di centrosinistra, Valentino Castellani, il presidente della Regione di centrodestra, Enzo Ghigo. Insomma, il sistema Torino al completo. Criticabile, trasversale, certo. Ma in grado di decidere le partite importanti e superare anche l’imbarazzo di quel primo incontro.
Allora Torino non aveva forse la competenza tecnica per organizzare le Olimpiadi invernali. Ma aveva un gruppo dirigente affidabile e unito. Oggi accade il contrario. L’esperienza del 2006 è ancora recente e potrebbe essere utilizzata al meglio. Ma chi può fidarsi di un partito di maggioranza locale che gioca a freccette con il Cio? La scelta di Giovanni Malagò di non incontrare Chiara Appendino («purtroppo ho un impegno») la dice lunga sullo stato dei rapporti tra il Coni e Torino. Che appare ormai tagliata fuori dalla corsa. Ormai condannata a sperare nell’arrivo di Cristiano Ronaldo, che Appendino ha definito «un’ipotesi molto positiva per la città».
Le candidate a questo punto sono due: Milano, a 200 chilometri dagli impianti di risalita, e Cortina, al centro di uno dei più grandi comprensori sciistici d’Europa. Quest’ultima candidatura potrebbe vincere. Perché, come dice Luca Zaia, «a noi le Olimpiadi invernali piace farle dove c’è la neve».
E dire che il dossier torinese avrebbe, tecnicamente, tutte le possibilità di vincere la candidatura italiana. Rispetta infatti i criteri del Cio: costi contenuti, risparmio energetico, un’organizzazione già collaudata e, soprattutto, zero consumo di suolo. Il motivo è semplice: il suolo è già stato consumato nel 2006 in quelle che Appendino, quando era all’opposizione, definiva «le Olimpiadi dello spreco» e che oggi invece spera di replicare utilizzandone gli impianti. L’85 per cento dei torinesi, secondo i recenti sondaggi, sarebbe favorevole a ripetere l’esperienza olimpica. Ma il principale ostacolo è l’inaffidabilità della maggioranza grillina che governa la città.
Non è un problema politico, è una questione terribilmente concreta. Se davvero si facessero a Torino i Giochi del 2026, si dovrebbe mettere in moto un sistema organizzativo che esige unità di intenti. E non si può certo immaginare che le delibere per allargare strade, migliorare impianti e rinnovare le concessioni possano dipendere dall’esito di un’assemblea dei centri sociali che esprimono i consiglieri dissidenti. Anche perché, tecnicamente, la dissidente, in questo caso, è la sindaca. È stata lei, come la sua collega romana, a condurre aspre battaglie contro gli eventi olimpici. Oggi chi vota contro Torino 2026 può almeno rivendicare la coerenza con quelle battaglie. La contraddizione è un elemento in più di debolezza per Appendino e il dossier che propone.
Ben diverso era stato il clima del 1998, alla vigilia della candidatura che avrebbe portato ad assegnare i giochi del 2006. Torino non viveva certo una stagione facile. La Fiat cominciava a traballare creando preoccupazioni per la tenuta dell’occupazione. L’avvio del dossier avvenne un giorno di ottobre, a casa dell’Avvocato Agnelli. Arrivarono alla spicciolata il presidente del Coni, Mario Pescante, e il ministro dello sport, Walter Veltroni. Ambedue dimissionari: Pescante per le conseguenze dello scandalo doping e Veltroni per la caduta del primo governo Prodi. Nella stanza, le autorità locali: il sindaco di centrosinistra, Valentino Castellani, il presidente della Regione di centrodestra, Enzo Ghigo. Insomma, il sistema Torino al completo. Criticabile, trasversale, certo. Ma in grado di decidere le partite importanti e superare anche l’imbarazzo di quel primo incontro.
Allora Torino non aveva forse la competenza tecnica per organizzare le Olimpiadi invernali. Ma aveva un gruppo dirigente affidabile e unito. Oggi accade il contrario. L’esperienza del 2006 è ancora recente e potrebbe essere utilizzata al meglio. Ma chi può fidarsi di un partito di maggioranza locale che gioca a freccette con il Cio? La scelta di Giovanni Malagò di non incontrare Chiara Appendino («purtroppo ho un impegno») la dice lunga sullo stato dei rapporti tra il Coni e Torino. Che appare ormai tagliata fuori dalla corsa. Ormai condannata a sperare nell’arrivo di Cristiano Ronaldo, che Appendino ha definito «un’ipotesi molto positiva per la città».
Le candidate a questo punto sono due: Milano, a 200 chilometri dagli impianti di risalita, e Cortina, al centro di uno dei più grandi comprensori sciistici d’Europa. Quest’ultima candidatura potrebbe vincere. Perché, come dice Luca Zaia, «a noi le Olimpiadi invernali piace farle dove c’è la neve».