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Cheyenne e le sue guerriere

Una ragazza tedesca, folgorata dall’artista Cindy Sherman, approda nella Londra anni ’90 delle grandi case d’asta. Oggi Westphal è chairwoman della prestigiosa Phillips e sta lavorando affinché la storia dell’arte non sia un posto per soli maschi
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"Non ho mai sentito pesare sulla mia testa alcun soffitto di cristallo. E comunque non gli avrei mai permesso di schiacciarmela". Parole battagliere, dette con voce suadente e un sorriso dolce. Nella luce di un bell'albergo sull'Arno abbiamo incontrato Cheyenne Westphal anche per capire come lo si infrange, un soffitto simile, e quale sua crepa le abbia permesso di diventare la prima chairman donna di una casa d'asta internazionale. Non una qualsiasi, ma l'antica e prestigiosa londinese Phillips, fondata nel 1796. Ci sono voluti 222 anni di presidenze maschili perché il vento cambiasse: e solo nel marzo del 2017 la bionda ed esile tedesca Cheyenne è salita al trono. "Non mi sento una mosca bianca. Nel mondo dell'arte sono molte le donne a capo di istituzioni importanti: Maria Balshaw alla Tate, Frances Morris alla Tate Modern, Yana Peel alla Serpentine... Quando Edward Dolman (presidente e Ad di Phillips, ndr) mi propose l'incarico,…
"Non ho mai sentito pesare sulla mia testa alcun soffitto di cristallo. E comunque non gli avrei mai permesso di schiacciarmela". Parole battagliere, dette con voce suadente e un sorriso dolce. Nella luce di un bell'albergo sull'Arno abbiamo incontrato Cheyenne Westphal anche per capire come lo si infrange, un soffitto simile, e quale sua crepa le abbia permesso di diventare la prima chairman donna di una casa d'asta internazionale. Non una qualsiasi, ma l'antica e prestigiosa londinese Phillips, fondata nel 1796. Ci sono voluti 222 anni di presidenze maschili perché il vento cambiasse: e solo nel marzo del 2017 la bionda ed esile tedesca Cheyenne è salita al trono. "Non mi sento una mosca bianca. Nel mondo dell'arte sono molte le donne a capo di istituzioni importanti: Maria Balshaw alla Tate, Frances Morris alla Tate Modern, Yana Peel alla Serpentine... Quando Edward Dolman (presidente e Ad di Phillips, ndr) mi propose l'incarico, mi disse esplicitamente: "Non mi interessa se sei uomo o donna, mi interessa il talento"". Quel talento che, fuso con una femminile gentilezza che incanta l'interlocutore, convince un collezionista riottoso a cedere l'opera giusta all'asta, e un altro a comprarla.

Lei lo sa: "Il mio lavoro richiede una buona capacità di rassicurare un proprietario e la consapevolezza che spesso, per lui, separarsi da un'opera amata non è facile. Poi sono necessari empatia, intuito, una seria formazione, la conoscenza del mercato, la capacità di prendere decisioni in fretta e soprattutto l'armonia di tutto questo insieme". Un patrimonio di esperienza, insomma. Che le arriva da una lunga storia cominciata nella città d'origine, Baden-Baden, dove nasce nel 1967: "Un posto carino con una bella kunsthalle contemporanea che allora non mi interessava per niente". Nella sua memoria ci sono i viaggi con la mamma a Roma e Firenze, l'arte del Rinascimento, soprattutto Leonardo da Vinci. Ma galeotta fu una donna, meglio, una conferenza: quando Cheyenne, studentessa a Berkeley e impegnata in corsi di management ed economia, per caso capita in un'aula dove un professore sta proiettando lavori di Cindy Sherman: "Quei suoi autoritratti e quell'ironia nel rivisitare gli stereotipi femminili furono una folgorazione. In quel momento capii di che cosa mi volevo occupare nella vita". Armi e bagagli, eccola a Londra per chiedere lavoro alle più importanti case d'aste che sono il regno dell'arte&management. La assume Sotheby's nel dipartimento d'arte contemporanea. È il 1990 e Cheyenne è nel posto giusto: Charles Saatchi ha aperto la prima galleria; la mostra Sensation ha acceso i riflettori sulla nuova arte inglese; gli Young British Artists stanno diventando star; nell'East End si aprono spazi indipendenti; nasce il progetto della Tate Modern.

L'arte modifica radicalmente il volto della città e Cheyenne Westphal è al centro di una rivoluzione dove le aste giocano un ruolo importante e allargano i confini del mercato. Se c'è un luogo dove imparare il mestiere, quello è la Londra anni '90. Lei apprende in fretta, guida aste che segnano record epocali, da Gerhard Richter a Sigmar Polke, da Alberto Burri a Piero Manzoni. Ma si lega anche ai giovani artisti; e quando più tardi, nel 2008, Damien Hirst, stanco di lasciare dal 40 al 60% dei suoi proventi alle gallerie, provoca il mondo intero gestendo da solo una vendita milionaria, è Cheyenne che vuole accanto. "Damien ama da sempre l'idea di essere autarchico. Aveva messo all'incanto 300 opere e stava assumendosi un grave rischio. Un flop lo avrebbe distrutto per sempre. Ma l'asta fu un successo oltre ogni previsione: 111 milioni di sterline, quasi il doppio della stima iniziale, e questo nel settembre 2008, il giorno prima del crollo di Lehman Brothers". Si racconta che l'artista attendesse l'esito in un ristorante italiano, indeciso tra carbonara e spaghetti al pomodoro. "Puoi permetterteli tutti e due", gli disse lei con i risultati in mano. Di certo, quella fu una giornata epocale per l'arte: regalò a Hirst una nuova consacrazione, insieme all'odio di tutti i galleristi fatti fuori; a Sotheby's un consolidamento dei titoli in borsa; ma soprattutto segnò un giro di boa del mercato, dimostrando che gli argini ormai si erano rotti e nessuno aveva più un vero controllo. "Ora", spiega Westphal, "siamo in pieno flou market, con gli artisti che vendono da soli su Internet, e ci sono aste affidate a Instagram e buyer ovunque in giro per il mondo. In questa confusa globalità è necessario ritrovare un ruolo". Lei non è lì a caso. È convinta che una casa d'asta debba fare qualcosa di più che segnare record, e che quei bellissimi spazi a Londra e a New York possano abbracciare altri eventi oltre all'esposizione prevendita. Mostre, performance, danza: da una rassegna di arte afroamericana nella sede americana a un omaggio a Merce Cunningham su scene di Gerhard Richter in quella inglese... L'elenco è lungo e nelle mani di Cheyenne si allungherà ancora. Un'attività culturale e parallela che è investimento sul prestigio e sull'appartenenza a una comunità.

Certo, bisogna rimboccarsi le maniche perché è un lavoro duro: non finisce un'asta che già bisogna lavorare all'altra. E mentre ne nasce una nuova si analizzano i dati di quella precedente, si sguinzagliano i selezionatori alla ricerca degli highlight, capolavori da recuperare ovunque in Asia, in Europa, nelle Americhe. Nel frattempo si ragiona sul mix e sui nomi più contemporanei da abbinare ai maestri. Ed ecco protagonisti delle ultime aste un Picasso del 1932, che fino al 1996 era rimasto alla famiglia, e un'immensa tela lunga 10 m di Mark Bradford, il bellissimo californiano nero che l'America indica come il suo nuovo Pollock. Altri due record che si aggiungono a una lunga lista di top ten tutte maschili: Warhol, Richter, Basquiat; solo a volte spunta Louise Bourgeois. Ritorniamo al soffitto: è sicura che si sia davvero incrinato? "Non per le artiste", risponde. "La diffidenza del mercato è ancora forte. Vengono scoraggiate fin dalle scuole, subiscono il pregiudizio che è quasi impossibile conciliare questo mestiere con quello di madre e moglie. Ma non è il mercato a discriminarle, è la storia. Meglio, la lettura della storia dell'arte, ancora dominata da uno sguardo maschile. Perfino Georgia O'Keeffe, che pure è al top delle quotazioni con 45 milioni di dollari, arriva appena alla metà dei maschi più costosi. Tuttavia il mercato è solo un reagente. Sono convinta che il talento non abbia sesso, ma sono altrettanto convinta che possa emergere solo a parità di condizioni. Se questa parità non c'è, bisogna lavorare perché si crei. E ci vuole un network che unisca tutte le donne che lavorano nell'arte, dalle dealer alle collezioniste, dalle studiose alle galleriste, dalle curatrici alle artiste. Un'organizzazione operativa che si dia obiettivi concreti". E Westphal, con la calma apparente e la voce carezzevole, ha trovato il tempo di lavorare anche a questo. Si chiama Association for Women in the Arts e ha un acronimo col suono di un'antica divinità guerriera: Awita.