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Ci salveremo solo creando nuove comunità

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Per chi, come il sottoscritto, fa attivismo da tutta la vita, questo momento storico impone una profonda riflessione. La mia generazione, così come quelle prima di me e, forse, ancora quella immediatamente successiva, è cresciuta in un contesto culturale in cui prendere parte e impegnarsi per un'idea di mondo, qualunque essa fosse, era un'opzione praticabile e percorribile all'interno di strutture sociali e aggregative che in questo impegno trovavano la loro ragion d'essere e la loro strutturazione. Partiti, associazioni, sindacati, finanche cooperative di lavoro e i circoli più svariati.

Quando Slow Food ha mosso i suoi primi passi, negli anni 80, questo modello era ancora adatto a intercettare e accompagnare le istanze di cambiamento e di identità di un gruppo sociale, le strutture tipiche della democrazia associativa assolvevano bene alla loro funzione di canalizzazione e aggregazione degli interessi individuali. Oggi è ancora cos…
Per chi, come il sottoscritto, fa attivismo da tutta la vita, questo momento storico impone una profonda riflessione. La mia generazione, così come quelle prima di me e, forse, ancora quella immediatamente successiva, è cresciuta in un contesto culturale in cui prendere parte e impegnarsi per un'idea di mondo, qualunque essa fosse, era un'opzione praticabile e percorribile all'interno di strutture sociali e aggregative che in questo impegno trovavano la loro ragion d'essere e la loro strutturazione. Partiti, associazioni, sindacati, finanche cooperative di lavoro e i circoli più svariati.

Quando Slow Food ha mosso i suoi primi passi, negli anni 80, questo modello era ancora adatto a intercettare e accompagnare le istanze di cambiamento e di identità di un gruppo sociale, le strutture tipiche della democrazia associativa assolvevano bene alla loro funzione di canalizzazione e aggregazione degli interessi individuali. Oggi è ancora così? Stiamo attraversando un terreno inesplorato e sconosciuto e il disorientamento è diffuso. Le tecnologie digitali hanno consentito a moltissime persone di entrare in una sorta di arena globale in cui la libertà di espressione, per chi lo vuole, è potenzialmente illimitata (anche quando sconfina nell'insulto o nell'aggressione verbale). Se questo è vero, lo è altrettanto il fatto che questo processo ha portato a una polverizzazione dei gruppi e degli interessi, accelerando il tramonto delle classiche istituzioni "politiche", non più adatte ai tempi.

Che significa questo? Che dobbiamo rinunciare a pensarci come gruppi sociali e a immaginare che il collettivo sia il luogo dell'impegno? Dobbiamo rinunciare alla politica intesa come lo sforzo di risolvere i problemi dei singoli collocandoli in una dimensione comune? Io penso di no, sono al contrario convinto che mai come ora i tempi siano maturi per ricostruire nuovi modelli aggregativi. A patto però che questi siano modelli radicalmente innovativi, orizzontali, fluidi e capaci di scardinare vecchie logiche di potere che, anche nei movimenti più marginali, hanno sempre portato in sé il germe della frantumazione e della rottura. Quale dunque la nuova parola chiave? Io sono convinto che il futuro sia delle comunità, e che da esse si debba ripartire per ricostruire la nostra identità di donne e uomini interessati ai destini dei nostri simili e pronti a farci carico dei problemi collettivi attraverso sforzi collettivi. Le comunità portano infatti in sé quella sicurezza affettiva che, nel momento in cui il bullismo da tastiera sembra non avere argini, costituisce l'approdo sicuro all'interno del quale ci si può sentire liberi e protagonisti di un cambiamento. Pensiamoci, siamo circondati di comunità, apparteniamo a molte di esse, ma troppo spesso non ne abbiamo la necessaria consapevolezza e a volte nemmeno le riconosciamo. Eppure sappiamo di non essere soli, sappiamo che ci sono contesti di impegno che ci danno senso come individui. Da lì deve a mio avviso partire la costruzione di una nuova socialità e di un nuovo impegno. Da lì, ad esempio, è ripartita l'associazione Slow Food con il Congresso internazionale di Chengdu e con il Congresso italiano che si sta svolgendo in questi giorni a Montecatini. Perché in un momento in cui i sentimenti di chiusura, individualismo e di difesa del privilegio sembrano gonfiarsi ogni giorno di più, in cui le disuguaglianze crescono a ritmi accelerati e in cui persino i sentimenti di umana pietà vengono sminuiti, derisi o addirittura guardati con sospetto, si impone più che mai uno sforzo di anticonformismo e di resistenza. Le comunità ci salveranno perché ci rendono più umani e più vicini.