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Il governatore della Basilicata Marcello Pittella (ansa)

Scandalo Basilicata, il peccato regionale

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Lo scenario emerso dall’inchiesta, rafforza la convinzione che bisogna mettere mano ai poteri delle Regioni in materia di sanità
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Puntualmente, ogni volta che scoppia un caso come quello che ieri ha investito il presidente della Regione Basilicata sentiamo ripetere lo stesso ritornello: "Fuori la politica dalla sanità". Da destra e da sinistra. Tutti riconoscono che il problema è quello, ma quando tocca a loro sembrano perdere improvvisamente la memoria. Con il risultato che gli scandali nella sanità battono per frequenza e creatività perfino quelli nelle opere pubbliche. Senza peraltro grandi differenze, dal Sud al Nord.
Il motivo? I soldi, naturalmente. Nella sanità ne girano tanti. Quest'anno sono 115 miliardi. Rispetto a vent'anni fa è quasi il doppio. In termini reali, considerando cioè l'inflazione, l'aumento è stato del 33,2 per cento. Non c'è settore della spesa pubblica che in questo periodo sia cresciuto a tali ritmi, dipendendo direttamente dalla politica. Negli ultimi vent'anni la popolazione italiana &eg…
Puntualmente, ogni volta che scoppia un caso come quello che ieri ha investito il presidente della Regione Basilicata sentiamo ripetere lo stesso ritornello: "Fuori la politica dalla sanità". Da destra e da sinistra. Tutti riconoscono che il problema è quello, ma quando tocca a loro sembrano perdere improvvisamente la memoria. Con il risultato che gli scandali nella sanità battono per frequenza e creatività perfino quelli nelle opere pubbliche. Senza peraltro grandi differenze, dal Sud al Nord.
Il motivo? I soldi, naturalmente. Nella sanità ne girano tanti. Quest'anno sono 115 miliardi. Rispetto a vent'anni fa è quasi il doppio. In termini reali, considerando cioè l'inflazione, l'aumento è stato del 33,2 per cento. Non c'è settore della spesa pubblica che in questo periodo sia cresciuto a tali ritmi, dipendendo direttamente dalla politica. Negli ultimi vent'anni la popolazione italiana è invecchiata, e la medicina ha fatto grandi progressi che hanno fatto salire anche i costi. Ma ciò, da solo, non spiega tutto quel terzo secco di crescita della spesa reale.

Il fatto è che il problema viene da lontano. Tutto comincia alla fine degli anni Settanta, quando il servizio sanitario è stato decentrato e attribuito alle Regioni. Enti creati per avere un compito di indirizzo e programmazione territoriale si sono così trovati a gestire un potere concreto, con enormi masse di denaro a disposizione. In quel momento la politica clientelare ha cominciato a penetrare in profondità in un sistema che distribuiva appalti e posti di lavoro, garantendo consenso elettorale a chi lo gestisce. In certe Regioni, soprattutto quelle meridionali, la medicina è diventata perfino la porta d'accesso principale per le cariche politiche alimentando conflitti d'interessi allucinanti. Una decina di anni fa si presentarono alle elezioni comunali di Messina 111 dottori. Qualche anno più tardi, un terzo del consiglio regionale della Calabria era composto da medici.

Una sanità pubblica organizzata in questo modo, con i politici locali che potevano nominare a loro piacimento dirigenti sanitari e perfino primari, medici ospedalieri e in qualche circostanza gli infermieri, ha finito anche per realizzare sintonie inconfessabili, attraverso le convenzioni, con i grandi interessi dei privati. Ai quali venivano trasferite risorse sempre più imponenti, ma non altrettanto giustificate dalla qualità e dalla quantità dei servizi. Chiamiamo le cose con il loro nome: anteporre uno squallido tornaconto personale, di corrente o di bottega, alla tutela di un diritto fondamentale dei cittadini, è semplicemente una schifezza. Ma questa situazione ha fatto comodo a tutti i partiti.

Negli ultimi dieci anni almeno quattro presidenti di Regione sono scivolati sulla sanità, insieme a plotoni di assessori e dirigenti. Le cronache hanno descritto una incredibile varietà di malaffare. L'indagine che tocca la Basilicata aggiunge alla casistica i concorsi taroccati per far passare i raccomandati dei politici. Adesso le accuse andranno naturalmente provate. Ma al di là degli episodi e delle singole responsabilità, lo scenario non fa che rafforzare la convinzione che sia arrivato il momento di un cambiamento decisivo. Un mese fa l'ex ministra Beatrice Lorenzin ha detto che la legge per togliere la politica dalle nomine nella sanità c'è, ma "va solo applicata".

L'impressione è che per spezzare un rapporto perverso sedimentato in quattro decenni di questo andazzo sia necessario incidere più in profondità. Cioè mettendo mano ai poteri delle Regioni in questa materia. Possiamo girarci intorno quanto vogliamo, ma sempre lì arriviamo. I grillini, che controllano il ministero della salute, promettono ora di recidere quel filo una volta per tutte. A loro i migliori auguri. Senza dimenticare che governano con la Lega, partito che da sempre spinge in direzione contraria a qualunque limitazione dell'autonomia regionale. Ed è al potere da quasi un quarto di secolo in Lombardia, dove la sanità non è stata affatto risparmiata dagli scandali.