Il disprezzo al potere
Paolo Di Paolo , di PAOLO DI PAOLOL’osceno capolavoro della politica italiana è di aver istituzionalizzato l’irrisione degli avversari, come fa Salvini
Magliette rosse? Di rosso ho solo il vino». Fra le armi della dialettica, e perciò anche della politica, l’ironia, la sprezzatura rivolta all’avversario sono inevitabili. Talvolta, l’uso più sofisticato può perfino spingere in avanti un discorso, un ragionamento, magari spostandolo sul piano scivoloso del paradosso. Ma quando l’ironia perde leggerezza e acume, quando è solo sarcasmo e irrisione, il paesaggio del discorso pubblico — in apparenza surriscaldato — è in verità congelato. Resta immobile, nei fatti, irrigidito da battute in loop, che cambiano oggetto, o bersaglio, ma non sostanza.
Il profilo Twitter di Matteo Salvini, o anche solo la sequenza delle sue dichiarazioni quotidiane, dà sempre più l’impressione di rispondere allo stesso schema: alza le spalle, ghigna, liquida l’altro. L’uso politico dell’irrisione ha gli stessi effetti di un diserbante: impedi…
Il profilo Twitter di Matteo Salvini, o anche solo la sequenza delle sue dichiarazioni quotidiane, dà sempre più l’impressione di rispondere allo stesso schema: alza le spalle, ghigna, liquida l’altro. L’uso politico dell’irrisione ha gli stessi effetti di un diserbante: impedi…
Magliette rosse? Di rosso ho solo il vino». Fra le armi della dialettica, e perciò anche della politica, l’ironia, la sprezzatura rivolta all’avversario sono inevitabili. Talvolta, l’uso più sofisticato può perfino spingere in avanti un discorso, un ragionamento, magari spostandolo sul piano scivoloso del paradosso. Ma quando l’ironia perde leggerezza e acume, quando è solo sarcasmo e irrisione, il paesaggio del discorso pubblico — in apparenza surriscaldato — è in verità congelato. Resta immobile, nei fatti, irrigidito da battute in loop, che cambiano oggetto, o bersaglio, ma non sostanza.
Il profilo Twitter di Matteo Salvini, o anche solo la sequenza delle sue dichiarazioni quotidiane, dà sempre più l’impressione di rispondere allo stesso schema: alza le spalle, ghigna, liquida l’altro. L’uso politico dell’irrisione ha gli stessi effetti di un diserbante: impedisce che cresca alcunché. Se costantemente riduci l’altro a una caricatura, se non lo prendi sul serio mai, finisci per negarne non tanto le idee, ma la stessa esistenza. Diventa una sagoma di cartone, buona per le freccette e per lo sghignazzo. L’irrisione, alla lunga, è il contrario della responsabilità: non implica la presa in carico di alcuna domanda, non implica mai una presa a cuore. È il contrario del confronto. Cosa vedi dietro una maglietta rossa, indossata magari con convinzione autentica? Niente. E invece c’è qualcosa. C’è qualcuno.
L’osceno capolavoro della politica italiana di questi mesi è quello di avere istituzionalizzato il meno politico degli atteggiamenti. Cioè, nella sostanza, quello che nega ogni relazione. Il radar di uno scrittore come David Foster Wallace aveva per tempo individuato il rischio di cui rischiamo d’essere ostaggi. Le sue parole, citatissime al punto da diventare proverbiali, non hanno perso, in oltre vent’anni, un briciolo di attualità. Ne hanno semmai guadagnata: «Quando l’ironia diventa di per sé un semplice strumento di discorso sociale, nel senso che non provoca più nessun cambiamento, è solo un modo fico di fare, di parlare e di agire, di prendere in giro tutti, te compreso, con la paura folle di essere preso in giro... diventa il rumore dei prigionieri contenti della reclusione. Il canto di un uccello contento di stare in gabbia». I leader come Salvini non vedono, anzi fingono di non vedere, le sbarre. E noi, se giochiamo allo stesso gioco, non facciamo che rafforzarle. Di rosso hai solo il vino? Speravo anche un cuore.
Il profilo Twitter di Matteo Salvini, o anche solo la sequenza delle sue dichiarazioni quotidiane, dà sempre più l’impressione di rispondere allo stesso schema: alza le spalle, ghigna, liquida l’altro. L’uso politico dell’irrisione ha gli stessi effetti di un diserbante: impedisce che cresca alcunché. Se costantemente riduci l’altro a una caricatura, se non lo prendi sul serio mai, finisci per negarne non tanto le idee, ma la stessa esistenza. Diventa una sagoma di cartone, buona per le freccette e per lo sghignazzo. L’irrisione, alla lunga, è il contrario della responsabilità: non implica la presa in carico di alcuna domanda, non implica mai una presa a cuore. È il contrario del confronto. Cosa vedi dietro una maglietta rossa, indossata magari con convinzione autentica? Niente. E invece c’è qualcosa. C’è qualcuno.
L’osceno capolavoro della politica italiana di questi mesi è quello di avere istituzionalizzato il meno politico degli atteggiamenti. Cioè, nella sostanza, quello che nega ogni relazione. Il radar di uno scrittore come David Foster Wallace aveva per tempo individuato il rischio di cui rischiamo d’essere ostaggi. Le sue parole, citatissime al punto da diventare proverbiali, non hanno perso, in oltre vent’anni, un briciolo di attualità. Ne hanno semmai guadagnata: «Quando l’ironia diventa di per sé un semplice strumento di discorso sociale, nel senso che non provoca più nessun cambiamento, è solo un modo fico di fare, di parlare e di agire, di prendere in giro tutti, te compreso, con la paura folle di essere preso in giro... diventa il rumore dei prigionieri contenti della reclusione. Il canto di un uccello contento di stare in gabbia». I leader come Salvini non vedono, anzi fingono di non vedere, le sbarre. E noi, se giochiamo allo stesso gioco, non facciamo che rafforzarle. Di rosso hai solo il vino? Speravo anche un cuore.