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Brexit, la tempesta perfetta può passare in fretta

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Le dimissioni del ministro della Brexit David Davis, e subito dopo del ministro degli Esteri Boris Johnson, hanno creato la tempesta perfetta, su questo non c'è dubbio. È una situazione che consente ai leader stranieri di scuotere la testa in apparente tristezza (e forse segreta schadenfreude) per il declino della Gran Bretagna. Carl Bildt, ex premier e ministro degli Esteri svedese, ha detto ieri sera che "un tempo la Gran Bretagna guidava il mondo. Ora il suo Governo non riesce neppure a guidare il Paese".
 
La tentazione di sottoscrivere le parole di Schmidt è forte. La premier Theresa May, da quando è al potere (saranno due anni esatti il prossimo venerdì 13 luglio, un giorno infausto nella tradizione britannica), cerca faticosamente di raggiungere un accordo sulle condizioni della Brexit, con l'Unione Europea, ma soprattutto con il suo stesso esecutivo e il suo stesso partito. È determinata - lo ha detto molte volte…
Le dimissioni del ministro della Brexit David Davis, e subito dopo del ministro degli Esteri Boris Johnson, hanno creato la tempesta perfetta, su questo non c'è dubbio. È una situazione che consente ai leader stranieri di scuotere la testa in apparente tristezza (e forse segreta schadenfreude) per il declino della Gran Bretagna. Carl Bildt, ex premier e ministro degli Esteri svedese, ha detto ieri sera che "un tempo la Gran Bretagna guidava il mondo. Ora il suo Governo non riesce neppure a guidare il Paese".
 
La tentazione di sottoscrivere le parole di Schmidt è forte. La premier Theresa May, da quando è al potere (saranno due anni esatti il prossimo venerdì 13 luglio, un giorno infausto nella tradizione britannica), cerca faticosamente di raggiungere un accordo sulle condizioni della Brexit, con l'Unione Europea, ma soprattutto con il suo stesso esecutivo e il suo stesso partito. È determinata - lo ha detto molte volte - a dare seguito alla volontà espressa dal popolo britannico nel referendum del 2016 sull'appartenenza all'Unione Europea. Ma lei aveva votato per rimanere, in quell'occasione. Come ha detto ieri sera un ex ministro: era una remainer senza entusiasmo e ora è una brexiteer senza entusiasmo.
 
Ma la tempesta potrebbe passare relativamente in fretta; e come molte tempeste estive, potrebbe lasciarsi dietro un mondo più tranquillo. Quando lunedì la May ha incontrato i suoi parlamentari (esponenti dell'esecutivo e deputati favorevoli e contrari alla Brexit), è stata accolta da acclamazioni e ripetuti applausi. Ha convinto molti dei brexiteers più importanti a sostenere un compromesso raggiunto venerdì scorso nella sua residenza di campagna a Chequers, un compromesso che vedrebbe la Gran Bretagna accettare parte delle regole dell'Unione Europea e parte delle sentenze della Corte di giustizia europea, ma cessare di essere membro dell'Unione, godere di una sostanziale libertà di trovare nuovi partner commerciali e rimanere nell'unione doganale.
 
David Davis e Boris Johnson avevano entrambi - e probabilmente hanno ancora - ambizioni di leadership. Forse pensano di poter raccogliere consensi fuori dall'esecutivo e attaccare la politica della May, forzando il partito a convocare una votazione sulla leadership e candidandosi a sostituirla. Ma nessuno dei due è particolarmente popolare nel partito: una parte considerevole dei conservatori è per restare nell'Unione, e anche quelli che propendono per la Brexit guardano con paura alla possibilità che le imprese lascino il Regno Unito (come ha minacciato di fare la Jaguar-Land Rover) e potrebbero sentirsi più tranquilli con un compromesso che con una Brexit "pura". I due anni di governo conservatore hanno insegnato ai parlamentari, e a una parte del Paese, che uscire dall'Unione Europea è difficile almeno quanto entrarci.
 
Nella scena politica britannica spesso si trascura lo stato in cui versa l'Unione Europea stessa. L'opposizione dei quattro Stati centroeuropei, a cui ora si è unita l'Italia, a gran parte di quello per cui l'Unione Europea si batte, sommata al rifiuto del primo ministro olandese Mark Rutte, sostenuto da molti degli Stati più piccoli dell'Unione, di accettare "più Europa" (e quindi, di fatto, chiedere meno Europa, restituendo poteri allo Stato-nazione), fanno sì che gli sforzi del presidente francese Emmanuel Macron di persuadere gli altri membri dell'Unione a sostenere l'integrazione siano destinati, almeno nell'immediato futuro, al fallimento.
 
Soprattutto, la debolezza della Germania dopo le ultime elezioni e la perdita di influenza della cancelliera Angela Merkel significano che non c'è più una dinamo nel cuore dell'Europa. Le cose potrebbero cambiare, ma si fatica a capire in che modo l'Unione Europea possa recuperare slancio. La Gran Bretagna se ne andrà, e se ne andrà da una nave che magari non starà affondando, ma di sicuro sta arretrando.
 
(Traduzione di Fabio Galimberti)