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“Pronto? Sono Sam Mendes”. Così è rinata la mia trilogia

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Una telefonata, un larice, una première mancata: Stefano Massini racconta l’incontro con il premio Oscar
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Una telefonata come un'altra. Solo che a chiamarmi è un premio Oscar. Luglio del 2015: sto sudando in bicicletta su una salita appenninica, quando mi squilla il cellulare. Il caldo è impietoso, per cui mi fermo sotto l'ombra stentata di un larice, in uno di quei tipici istanti sospesi delle nostre italiche estati roventi, quando l'umanità ti appare estinta e sopraffatta dagli insetti come in un'alba postatomica. In quel day-after il mio telefono tuttavia suonava, mostrandomi un numero lunghissimo con prefisso inglese. Risposi. E di là, ridendo: "Hi, I'm Sam Mendes". Cominciò tutto così. O meglio: per certi aspetti dovrei dire che ricominciò, dal momento che quella conversazione segnò per la mia trilogia Lehman l'inatteso inizio di una seconda vita,dopo che la prima era stata segnata dall'emozione immensa della messinscena al Piccolo Teatro di Milano diretta da Luca Ronconi.

Quello spettacolo…
Una telefonata come un'altra. Solo che a chiamarmi è un premio Oscar. Luglio del 2015: sto sudando in bicicletta su una salita appenninica, quando mi squilla il cellulare. Il caldo è impietoso, per cui mi fermo sotto l'ombra stentata di un larice, in uno di quei tipici istanti sospesi delle nostre italiche estati roventi, quando l'umanità ti appare estinta e sopraffatta dagli insetti come in un'alba postatomica. In quel day-after il mio telefono tuttavia suonava, mostrandomi un numero lunghissimo con prefisso inglese. Risposi. E di là, ridendo: "Hi, I'm Sam Mendes". Cominciò tutto così. O meglio: per certi aspetti dovrei dire che ricominciò, dal momento che quella conversazione segnò per la mia trilogia Lehman l'inatteso inizio di una seconda vita,dopo che la prima era stata segnata dall'emozione immensa della messinscena al Piccolo Teatro di Milano diretta da Luca Ronconi.

Quello spettacolo era stato per me (lo è tuttora, inevitabilmente) una pietra miliare, perché rare sono le occasioni in cui la lettura critica di un testo si rivela ben più che una mera versione scenica, quanto lo svelamento di verità inaudite sepolte dall'autore nelle più profonde vene della miniera. Fu la prima cosa che Mendes volle dirmi: era da sempre un estimatore del lavoro del maestro, conosceva l'enorme fama internazionale del Piccolo, e proprio per questo, dopo aver letto una recensione su Le Monde, si era fatto procurare l'edizione francese dell'opera, commissionandone una traduzione di servizio.

Fu una conversazione buffa: io sotto il larice fra le cicale, lui in un loft londinese, mi chiedeva di continuo se le lunghe pause che sentiva fossero dovute a mie incertezze linguistiche o a un collasso da colpo di calore. Poi, con semplicità cristallina, mi chiese se aveva il mio permesso di "portare Lehman anche da queste parti, perché ogni volta che si parla di storia si pensa sempre alla politica o alle guerre, mai all'economia". Ci demmo appuntamento a Roma, dopo alcuni mesi, quando lui sarebbe stato in Italia per la prima proiezione mondiale del suo 007 Spectre. Anzi: perché non andavo proprio alla premiére? Ok, ci sarò. Il fatto è che a quella serata io invece non mi presentai, perché i motivatori (e menagrami) di turno erano stati efficacissimi a convincermi che la chimera estiva fosse svanita sotto i mille impegni di un regista celebratissimo da Hollywood.

Insomma: niente 007. La mattina dopo, di buonissima ora, ricevetti un'email, scritta di suo pugno: perché mai non c'ero? E aggiunse che era un vero peccato, perché voleva raccontarmi le sue idee. Ecco: in quel momento capii un po' chi è Sam Mendes, ed ebbi la certezza che i Lehman ci sarebbero arrivati davvero in scena a Londra. Entrammo nella fase del lavoro vero, con telefonate fluviali, normalizzate da quell'incantesimo al contrario che è l'assuefazione, per cui magari tornavo a casa e dicevo "Puoi portare fuori tu il cane? Lo farei io ma devo sentirmi con Sam Mendes". Nella primavera del 2016 la produzione si delineò: fu lui a comunicarmelo, raggiante per l'intesa con il tempio del teatro inglese, il National Theatre, con il suo deputy director Ben Power che si sarebbe occupato personalmente dell'adattamento. E cominciarono a esser convocati gli attori. Inizialmente erano un plotone: tanti quanti ne richiede in teoria il testo, a coprire tre generazioni e tre ere geologiche del capitalismo americano. Al termine della prima sessione di lavoro, colpo di scena: Mendes congeda la metà della compagnia. E così di nuovo alla tappa successiva. E poi ancora: "farò il tuo testo solo con tre attori, fidati". Mi fido, certo, tanto più se gli attori sono tre star da brividi. Nel settembre 2016 un intermezzo tutto italiano: mentre Mendes è a Venezia a presiedere la giuria della Mostra del Cinema, io nella mia casa di Firenze lavoro con Ben Power sul copione.

Sono passate poche settimane dal referendum sulla Brexit, ma eccoci qua: un autore italiano e uno inglese intorno allo stesso tavolo per raccontare (con un regista di sangue portoghese) una storia di immigrati ebrei tedeschi. Puro meticciato culturale. Ma l’economia che raccontiamo è questo: la gestione di un eterno scambiarsi di popoli, uniformati da quell’unico imperativo che è la ricerca di risorse. Come non rifletterci, poche sere fa, mentre osservavo prendere posto il pubblico del National a una delle nostre previews? Turbanti sikh e capelli rasta, caratteri somatici europei, mediorientali, africani: la storia dei Lehman non è la storia di una dinastia, è la storia di ognuno di noi, del nostro far parte di un sistema complesso di cui subiamo le griglie senza conoscerne il tracciato. E mentre passeggiamo su un ponte sul Tamigi, Mendes mi mostra i grattacieli della City, così integrati nel corpo di Londra eppure così avulsi dal comune sentire: “è per questo che portiamo in scena il tuo testo: per sapere chi siamo”. Ronconi l’avrebbe chiamato un percorso di conoscenza. Tutto torna: il punto in fondo è solo questo.